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Tregua precaria nella guerra globale in Siria

L’accordo giunge a chiusura di un anno tumultuoso, pesantemente condizionato da grandi eventi: il fallito golpe anti-Erdogan del 15 luglio e gli strascichi nel rapporto con l’occidente, l’intervento di Ankara nel conflitto siriano, le presidenziali statunitensi, l’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia Karlov – culmine di una lunga stagione di attentati nel paese.Una progressione a cui ha corrisposto il sempre più marcato vantaggio del regime di Assad nella guerra civile; il cui esercito, tra agosto e dicembre, ha gradualmente ripreso il controllo della parte est di Aleppo dopo uno stallo durato anni.

Secondo il Ministero della Difesa russo la tregua interesserebbe le forze governative e 7 gruppi dell’opposizione comprensivi di oltre 60.000 combattenti. Tra i quali però non figurano Jabhat Fatah al Sham, l’ex-Nusra (al Qaida in Siria – la formazione più numerosa, addestrata ed armata tra quelle ribelli) ed il “Movimento Zenki”, molto attivo ad Aleppo. Anche la potente formazione salafita e filo-saudita di Ahrar al Sham con un tweet dal proprio profilo internazionale ha negato l’adesione immediata all’accordo, e nelle scorse ore si sono registrati scontri sia nel caposaldo antigovernativo della regione di Idlib che vicino Damasco. Quindi una tregua che, per ammissione dello stesso Putin, nasce fragile ed incompleta. E sulle cui prospettive di tenuta vanno registrati gli interessi e le traiettorie di tutte le parti in gioco.

Come detto, il regime parte da una posizione di forza. Il controllo su Aleppo e sulle principali città del paese ha spento le velleità delle formazioni ribelli (egemonizzate dal fondamentalismo islamico) sia di un governo alternativo per la Siria che di una soluzione del conflitto che non preveda la presenza di Assad al tavolo dei negoziati. Come avvenuto con l’ultima tregua dello scorso ottobre, sponsorizzata da Usa e Russia, la cessazione delle ostilità consentirà al regime di liberarsi di una serie di sacche di resistenza nel paese – in primis nei dintorni di Damasco, come Ghouta – per poter mobilitare le proprie (esangui) forze su fronti più impegnativi qualora il cessate il fuoco venisse meno. Va tenuto presente che il governo centrale ha cercato di mantenere per tutta la durata del conflitto una forma di presenza in ogni governatorato del paese (Rojava incluso) anche a prezzo (e sprezzo) di importanti costi umani e logistici; il che allude ad una prospettiva di riaffermazione del controllo di Damasco su quelle aree. Prova di questo “overstretching” è la recente caduta di Palmira in mano all’ISIS, nonostante l’appoggio russo.

D’altro canto la Turchia è più fragile di quanto appaia nel suo ruolo di secondo esercito della NATO. Incassata la disfatta di anni di politica estera mirata alla caduta di Assad, Erdogan cerca di limitare i danni ritirando sostegno politico e materiale ai ribelli e scommettendo sul riavvicinamento alla Russia: ma ciò implica l’abdicazione al ruolo di alfiere del sunnismo nella regione costruito tra il 2011 ed il 2013, ed il possibile ridimensionamento del disegno pan-turchista in Asia centrale. Le ripercussioni sulla tenuta sistemica del paese anatolico non sono mancate, e non faranno che approfondirsi. L’operazione “Scudo dell’Eufrate”, pur appoggiata dai partiti nazionalisti e fascisti e vittoriosa nell’ostacolare il progetto a guida curda di unificazione della Siria del Nord, ha segnato il passo – impantanata nella città siriana di Al-Bab contro l’ISIS. E la sua prosecuzione non può prescindere da un ulteriore coinvolgimento dell’esercito turco, data l’incapacità dei suoi fiancheggiatori di reggersi sulle proprie gambe. Nel lungo periodo verrà al pettine la condizione di occupazione dei territori a nord di Aleppo da parte di una potenza straniera: Assad non può permettersi un secondo Golan (per tacere poi della provincia turca di Hatay, considerata irredenta dal nazionalismo siriano).

Allo stesso tempo la grande geopolitica (ed una certa prospettiva riduzionista per cui le fazioni della guerra civile siriana costituirebbero nient’altro che pedine manovrate organicamente da questo o quel servizio segreto di questa o quella potenza) sottovaluta il potenziale esplosivo delle organizzazioni di base, delle loro ideologie e dei loro rancori. Senz’altro una serie di formazioni fondamentaliste scompariranno o verranno ridimensionate con la dismissione, in nome della realpolitik, dei progetti jihadisti alimentati da Ankara. Ma sia nella sconfitta che nella resa negoziata, grazie al rapporto incestuoso con la gendarmeria ed il MIT (dopo il golpe più che mai mutilati della propria composizione secolare) è possibile che i loro affiliati penetrino nel ventre molle dello stato turco per vendicare il tradimento di Erdogan ad Aleppo e ai danni dell’ISIS – e trovarvi un fertile terreno di riorganizzazione, proselitismo e conquista. Le prime avvisaglie di questo processo si sono avute con il moltiplicarsi di attentati a marchio fondamentalista in tutto il paese negli ultimi mesi e nella stessa affiliazione del giustiziere jihadista di Karlov alla polizia antisommossa. Una strategia asimmetrica che mette a nudo una difficoltà di tenuta complessiva del regime di Ankara. Messa a dura prova anche dagli attacchi del TAK curdo, riuscito a colpire le forze di Erdogan sia nel cuore di Istanbul (con il doppio attacco dello stadio del Besiktas) che della sua base di potere anatolica (con la decimazione della Prima Brigata Commando a Kayseri, responsabile di molte atrocità nel sud est del paese).

Anche la stessa Russia (a dispetto di altre narrazioni riduzioniste) non è disposta a sostenere indefinitamente lo sforzo bellico del regime, la cui catena di comando militare è in larga parte collassata lasciando Assad fortemente dipendente da milizie semi-autonome come le Tiger Forces o i Desert Hawks e da Hezbollah. Né le risorse materiali di Damasco né quelle di Mosca (tuttora sottoposta a sanzioni dall’Occidente e colpita dal basso prezzo del petrolio nel 2016) sono illimitate, e quest’ultima vuole evitare un “effetto Afghanistan” per un intervento che si protrae da un anno e mezzo, come mostra il finto ritiro dello scorso marzo. L’interesse è quello di mantenere la Siria un paese alleato e riportarla alla stabilità; un esito difficile da conseguire anche in caso di vittoria totale sugli jihadisti con una figura divisiva come quella di Assad al potere. Per questo pare che la Russia (che pure ha risolto a scapito dei curdi lo scambio Aleppo-Al Bab con la Turchia) stia premendo sul governo di Damasco per una ridefinizione in senso federale dello stato, ai fini di scongiurare un futuro conflitto con il Rojava.

Altrettanto complessa è la posizione dell’Iran: sebbene vi siano canali aperti sul piano diplomatico e commerciale, i rapporti con la Turchia restano complicati. Data l’intenzione di Erdogan di partecipare alla liberazione di Mosul e stabilire un protettorato sul Kurdistan iracheno (illegittimamente governato dall’amica famiglia Barzani dopo il rinvio a tempo indeterminato delle locali elezioni del 2015), considerato da frange nazionaliste turche patrimonio della repubblica nata dall’impero ottomano. Questa posizione cozza con l’appoggio del regime di Teheran al governo centrale iracheno ed a partiti di opposizione curdi, PUK e Gorran, ai Barzani – nonché con la presenza di combattenti autonomi Ezidi e del PKK sui monti Sinjar e Qandil e in campi profughi come quello di Makhmur.

Questo quadro, già problematico, si complica ulteriormente considerando i numerosi altri attori del conflitto non invitati al tavolo dei negoziati. Alcuni per ovvie ragioni, come l’ISIS; altri probabilmente in attesa di nuovi sviluppi, come gli Stati Uniti in attesa dell’insediamento di Trump – il cui orientamento di politica estera non mancherebbe di influenzare a cascata gli alleati regionali e le milizie ad essi facenti capo.

In primis le monarchie del Golfo, che fin dalle prime avvisaglie del conflitto hanno sostenuto – direttamente o indirettamente e per periodi più o meno lunghi – l’intero spettro dell’opposizione fondamentalista islamica ad Assad, da Ahrar al Sham a Nusra, dal movimento Zenki perfino all’ISIS. Una sconfitta militare di quell’opzione (unita ad un rinnovato controllo sull’Iraq centro-meridionale del governo filo-iraniano di Baghdad ed al cattivo andamento della guerra in Yemen) porterebbe sia ad un forte ridimensionamento del ruolo regionale delle monarchie sunnite che al reducismo dei veterani del conflitto siriano – determinati a raggiungere nei luoghi santi dell’Islam gli obiettivi sfumati più a nord. Una minaccia troppo grande per quelle corone che si erano illuse di poter assumere un ruolo guida anche politico, oltre che religioso, economico e culturale, nel mondo arabo.

Rimaste completamente in sordina finora, sono anche da considerare le finalità di Israeleche avrebbe molto da perdere da una vittoria del governo siriano. Oltre allo storico rivale Assad, si rafforzerebbero il potere e la legittimità di Hezbollah in Libano (lo stato sionista non ha mai rinunciato a rivendicare per sé il sud del paese) ed il ruolo regionale dell’Iran (che indebolitisi i legami con Hamas, rientrato nell’orbita sunnita, avrebbe intensificato i rapporti con la Jihad Islamica palestinese). Anche qui va richiamato l’imminente insediamento di Trump: tra le poche avvisaglie della sua futura politica mediorientale vi è il sostegno alla criminale progressione degli insediamenti sionisti in Cisgiordania, la contrarietà all’accordo sul nucleare iraniano e la presenza tra i suoi consiglieri di neocon dell’epoca Bush ed altre figure ostili a Teheran.

Quali possibilità di manovra infine per i curdi ed i loro alleati? Va ricordato che, nonostante l’opportunismo e l’ostilità delle grandi potenze, il progetto del Confederalismo Democratico non ha ceduto un millimetro ai propri nemici nel corso del 2016; piuttosto si è espanso. Lo testimoniano la liberazione di Manbij dall’ISIS, di Hasakah da Assad, di Tal Rifat dai “ribelli”. E la valorosa autodifesa, protrattasi per anni, di Sheikh Maqsood ad Aleppo sia dagli attacchi jihadisti che dalle provocazioni del regime: unico quartiere della metropoli risparmiato, grazie ai suoi stessi abitanti, dalle atrocità dell’una e dell’altra parte – nel calcolato e criminale silenzio dei media mainstream globali. Resta aperto il conto con il sedicente Stato Islamico, con una campagna che finora ha portato alla liberazione di buona parte del circondario di Raqqa.

Fin qui la medietà curda è stata quella (come già avvenuto altrove, un secolo fa…) di inserirsi in maniera autonoma dalle varie potenze nei piani concentrici di guerra civile, guerra regionale e guerra globale. Ora consolidando potere territoriale mentre governo e opposizioni si scontravano – tramite anche un approccio umanitario sostanziale e liberogeno, e non formale e imperialista (ossia vittimizzante ed impositivo di subordinazione verso le popolazioni colpite dal conflitto). Ora costituendo una nemesi per il progetto fascista dello stato turco ed i disegni di spartizione del territorio su base etnica e confessionale delle altre potenze regionali. Come gestire però una traiettoria complessiva che va verso una possibile restaurazione di Assad?

Un primo passo (anche in virtù del carattere polietnico dei partigiani e partigiane e della cittadinanza del Rojava – forgiatosi nel dialogo e nell’organizzazione delle comuni oltre che sul campo di battaglia) è stato quello della rinominazione in questi giorni dell’entità autonoma in Federazione Democratica della Siria del Nord. Un passaggio che da dolorosa necessità di realpolitik (per togliere terreno alle accuse di separatismo ed alla “legittimità” di intervento degli stati turco e siriano) può diventare virtù, strappando ad un regime forte dei propri successi militari ed al pesante contesto internazionale un’evoluzione in senso federale della Siria come spazio di possibilità e riorganizzazione.

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