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13 anni di carcere per cinque compagni accusati di resistenza durante un corteo studentesco del 2010

A Milano più di dieci mila manifestanti hanno invaso le vie del centro per manifestare la propria opposizione all’ennesima riforma di trasformazione della scuola e delle università pubbliche. Il corteo, partito da piazza Cairoli giunge in piazza Missori dove si divide in due parti: la testa prosegue verso il provveditorato di via Ripamonti mentre la coda, composta per la maggior parte da studenti universitari ma anche da molti medi decide di deviare dal percorso autorizzato per occupare l’università statale e svolgere al suo interno una grande assemblea di confronto su come proseguire la mobilitazione. Il chiostro del filerete viene letteralmente invaso da migliaia di giovani, un’immagine che a molti ricordava quella vista sui libri di storia di quarant’anni prima. Mentre dal camion stavano iniziando i preparativi per l’assemblea un gruppo di agenti della Digos si affaccia all’interno dell’università, con fare arrogante facendo pensare alla volontà di sgombero. Immediata è stata la reazione di centinaia di studenti che al grido di fuori gli sbirri dall’università si sono diretti davanti agli agenti obbligandoli a retrocedere ed uscire dall’ateneo. Alcuni di questi erano gli studenti oggi sotto processo che per aver semplicemente intimato agli agenti di allontanarsi dall’ateneo in quanto non erano autorizzati dal rettore ad entrare e inoltre c’era la paura che la polizia volesse intervenire per sgomberare.

I reati di cui sono accusati i compagni sono di resistenza aggravata o concorso in resistenza per degli episodi di massa, questo dell’allontanamento della digos e un altro per delle cariche davanti alla torre Velasca dove il corteo provava a passare per continuare la giornata. In entrambi i casi erano presenti centinaia se non migliaia di giovani e i compagni erano semplicemente a fianco di tutti questi per la riuscita della manifestazione. E’ chiaro che l’accanimento del giudice è stato pesantemente condizionato dalla pressione della questura che ha consegnato dei veri e propri rapporti personalizzati sulle storie dei compagni, sulla loro determinazione nel continuare le lotte su svariati fronti e le conseguenti altre denuncie accumulate. Due compagni sono attualmente sotto pesanti restrizioni personali, uno è Andrea in carcere da novembre per aver partecipato al corteo del primo maggio a Milano, accusato della pesante e fascista accusa di devastazione e saccheggio. L’altro è Francesco ai domiciliari dopo un anno di carcere per il sabotaggio al cantiere del tav del maggio 2013 per cui era stato accusato di terrorismo poi decaduto.

Davanti a tanta sproporzione, all’accanimento giuridico, alla volontà di annientamento della questura c’è solo una risposta possibile. Quell’ 8 ottobre c’eravamo in tanti, in migliaia abbiamo violato i divieti della questura, i percorsi prestabiliti e normalizzanti del corteo, l’apatia dell’università trasformandola per alcune ore in un luogo nuovo, pieno dei sogni di migliaia di giovani che vogliono riprendersi in mano il proprio futuro, le proprie vite.

 

IN TANTI OGGI DOBBIAMO PRENDERE PAROLA DAVANTI A QUESTA INGIUSTIZIA, PER DIRE CON FORZA CHE C’ERAVAMO TUTTI, CHE I COMPAGNI NON RESTERANNO SOLI A SUBIRE COSI’ PESANTI CONDANNE, PER SMONTARE L’IMPIANTO ACCUSATORIO E FAR CADERE TUTTE LE ACCUSE IN APPELLO.

 

da: Autonomia Diffusa

 

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