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Milano: chi si è perso la festa di sabato ci va domenica

Il fumo cresce e s’addensa, la fiamma si ridesta, con essa le grida sorgon più forti. “Viva l’abbondanza! Muoiano gli affamatori! Muoia la carestia! Crepi la Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!”

I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni

La borghesia di tutto il mondo che assiste con compiacimento al massacro dopo la battaglia, rabbrividisce d’orrore a veder profanati la calce e i mattoni. 

Marx, La guerra civile in Francia cap. 4

Il mondo al contrario, finalmente. Le merci non sono lì da vedere. Sono lì da prendere. Qualcuno che dice che tutto costa troppo. Qualcuno che ci pone un rimedio. Il rimedio è prendersi quel tutto. Senza pagarlo. Che se tutto costa troppo e gli stipendi sono gli stessi da vent’anni vuoi mai che sia perché per vent’anni si sono fatte manifestazioni pacifiche e nulla è cambiato? E non importa se neanche hai lo stipendio. Lo fai per qualcun altro. Per tuo padre che lo stipendio lo ha. Ma quello stipendio serve solo per pagare un buco dove dormire, in mezzo al nulla, una gabbia. Kilometri a piedi, poi un treno, poi una metro e sei lì, davanti alle luci, dove c’è tutto. Quella cosa che non potrai mai avere perché costa due settimane del lavoro di tuo padre. Ma se me le mettono davanti, perché non volerle? Perché non volere tutto? Perché non prendersi tutto?


Sentirsi dire di fare come in Francia. Ma farlo, per davvero. Perché lo fanno loro e noi no? Facciamoglielo vedere su tiktok pure noi. Anche in Italia.

Finalmente il potere. Il potere di potere. La gioia di potere. L’adrenalina. Il fiatone.
Dicono dei maranza. Ma poi lo sai cosa c’è dietro quella maschera? C’è la mamma che prepara il baba ganoush o la parmigiana di melanzane? Perché banco a banco, gomito a gomito, stesse tute, stesse scarpe, stessa lingua. I sabati pomeriggio in Duomo. Un giro al Mac e poi a guardare le vetrine. Gli sbirri che ti fermano e chiedono i documenti. Sempre agli stessi. E questo sabato è sempre lì. Sempre insieme. Ma questo sabato è diverso. Questo sabato le vetrine lucide non riflettono più i ricchi di tutto il mondo che vengono a specchiarsi nella città che hanno creato. Questo sabato quelle vetrine vanno in frantumi. Questo sabato Milano non assomiglia più a loro. Questo sabato Milano è nostra. Niente turisti in Duomo. Un bel falò.

Chi si è perso la festa di sabato ci va domenica.

Sabato

Fin dal puntello in piazza la composizione del corteo è abbastanza chiara; si tratta di giovani e giovanissimi, in larga parte studenti medi ma anche lavoratori. Bandiere italiane, palestinesi, albanesi e cartelli con vari slogan contro il governo, il caro-vita, l’economia di guerra ed il (neo)fascismo.
La rabbia di alcuni inizia a montare già da subito con scritte, petardi, un piccolo attacco ad una banca; già in via Broletto, appena la testa del corteo gira, la polizia carica e riesce a dividerlo.

Questa pratica verrà utilizzata ripetute volte durante la manifestazione con un successo variabile, nonostante l’assenza di cordoni o simili: al secondo tentativo l’unità di celere che ha tagliato all’angolo è stata controcaricata su due fronti e messa in fuga.
Il corteo dimostra una certa compattezza resistendo a cariche multiple fino a via Dante, nonostante diversi fermi, dopodiché c’è una prima battuta di arresto al Castello; da qui riparte un corteo più piccolo, mentre in piazza Duomo si riuniscono altri giovani.

Qui, dove intanto sono confluiti ingenti rinforzi delle FdO, per ore ci sono cariche e controcariche, fino al momento in cui le FdO. decidono di tirare lacrimogeni in quantità tale da svuotare completamente la piazza e le adiacenze
I giovani rimasti si riversano nelle vie collegate alla piazza dove accadono i primi espropri e, complici i fermi che hanno iniziato ad aumentare, si disperdono gradualmente in prima serata.

Domenica

Anche la domenica fin dal mattino, gruppi di ragazzi si trovano in piazza Duomo a decine. Parlano, si muovono, qualcuno si fa intervistare dai giornalisti. Sono giovani, alcuni giovanissimi, in gran parte di seconda generazione e provenienti dalla grande periferia della metropoli da cui sono sistematicamente espulsi. La polizia inizia a identificare, e anche fermare, giovani in tuta, principalmente a partire dal colore della pelle; qualcuno addirittura viene prelevato in piena piazza e portato nelle volanti. La quantità di FdO aumenta esponenzialmente durante la giornata fino al tardo pomeriggio, quando la situazione si riaccende. I ragazzi si raggruppano, volano i primi oggetti, ripartono le cariche in mezzo ai turisti che affollano la serata milanese. Duomo, Cairoli, Cordusio, Lanza: scontri rapidi, localizzati. L’ingente spiegamento di polizia fatica a raggiungere i gruppi di ragazzi che si disperdono rapidamente in diversi sciami più piccoli; corrono via lasciandosi dietro cestini dell’immondizia a mo’ di ostacolo tra loro e i loro inseguitori. Poi si fermano, si riorganizzano rapidamente per aggirare i blocchi, si raggrumano di nuovo e partono. Qualche vetrina salta, dai negozi vengono prelevati indumenti di marca e non, alimentari: a farne le spese un Carrefour, un Decathlon, un negozio Lacoste. Qualche dehors dei bar del centro. La celere, come assediata, dispone un anello intorno al Duomo e alla Galleria, esplodendo diversi candelotti lacrimogeni in via Dante. La fermata della metro di Duomo viene chiusa. Poi, sempre in gruppetti di amici o compagni di scuola, e non solo delle superiori, i ragazzi si disperdono, lasciano il centro per allontanarsi e ritornare verso la periferia

Domani?

Da anni vediamo il centro di Milano come il più grande centro commerciale a cielo aperto d’Italia, con tutto quel che ne consegue in termini di sfruttamento del lavoro e di ostentazione del capitalismo più sfrenato. Sfrenato perché nel corso degli anni nessuno è riuscito a porre un freno, e questo sfruttamento si è intensificato, attirando capitali sempre più ingenti e sempre più desiderosi di valorizzarsi, da sempre più lontano, da tutto il mondo. Il risultato è sotto agli occhi di tutti. Il simbolo del capitalismo italiano è una città che ha bisogno di sfruttare sempre più intensamente il lavoro, ma che considera come degli scarti quei corpi a cui quella capacità di lavorare e di essere sfruttati è intrinsecamente attaccata. Sono dei rifiuti da nascondere, da sostituire con dei robot, se possibile. Li si vede sui treni suburbani a ogni ora del giorno e della notte, quei corpi, andarsene via, in ogni angolo sperduto e dal nome impronunciabile della non-metropoli lombarda. Milano ha espulso il suo proletariato. Ha espulso quella classe operaia di cui non può fare a meno, e che per sopravvivere non può fare a meno di Milano. Il punto di non ritorno si è dato, però, nel momento in cui sempre più persone hanno iniziato a realizzare che quello sfruttamento non permette nemmeno più di sopravvivere, di arrivare alla fine del mese. Il nodo centrale di questi giorni è che i primi a muoversi per contrastare questa tendenza, fatta di carovita, aumento della benzina, impossibilità di pagare gli affitti e di mettere insieme il pranzo con la cena, non sono i lavoratori ma sono i loro figli. Scendono in piazza come i loro coetanei di tutto il mondo. Dicendo cose semplici, da tredicenni che indicano il nemico, che individuano l’obiettivo e lo praticano concretamente. Quando, finalmente, si metteranno in moto i loro fratelli maggiori, i loro padri, i loro insegnanti, i loro vicini? Quando li raggiungeremo al centro di Milano?

Foto di copertina credits to streetnare

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