
Meloni fallisce: l’Italia vuole tutto
L’Italia si sta ribellando al carovita di guerra ed è ciò che i giornali e il governo non possono ignorare. Centinaia di migliaia di persone sono tornate a manifestare anche sabato 24 ottobre da nord a sud, mettendo evidentemente in crisi Meloni e la sua cricca.
Un governo che si è presentato come quello più vicino al popolo degli ultimi decenni, pronto a urlare qualsiasi becero slogan pur di arrivare alla famosa pancia del Paese, rischia di essere il più odiato. Un governo che sbatte il mostro in prima pagina e manda l’esercito a gestire ragazzini in centro a Milano, non è altro che l’emblema di una profonda debolezza a fronte di un Paese che non ci sta più.
La propaganda martellante e allarmista dei giornali capaci soltanto di andare a caccia di click, sommata a un nuovo decreto sicurezza uscito dal cappello e al caos sui social, non hanno fatto desistere le persone. L’Italia è tornata a riversarsi per le strade di Torino, Roma, Milano, Bologna, Firenze, Padova e, ci spiace dirlo, ma non c’era bisogno di inventarsi inutilmente arzigogolate tattiche di depistaggio per la controparte. Piantedosi la farà passare come una vittoria della sua fine intelligence: non c’è nulla di tutto questo ma solo un’idea poco efficace ma che ha anche avuto il merito di sperimentare forme nuove che si stanno dando spontaneamente nella mobilitazione. Infatti, chi ha scelto di tornare nelle piazze lo ha fatto alla luce del sole, senza dietrologie, perché non c’è proprio niente da nascondere. Non per questo allora è giustificabile la repressione e criminalizzazione a fronte di questo tentativo e alla persona oggi indagata, divenuta capro espiatorio delle tarantelle governative, va tutta la nostra solidarietà.
A fronte di un movimento popolare, di massa, di giovani che guardano agli agricoltori e autotrasportatori al Sud come un orizzonte reale di opposizione alle conseguenze della guerra, il governo ha un unico pensiero: preservare i centri-vetrina delle città e inseguire ragazzini con un preciso obiettivo, ossia i non bianchi e magari chi indossa scarpe da ginnastica e tuta. Il livello di miserabilità di questa classe politica è talmente basso che tocca pure sentire che occorre ringraziare il dispositivo militaresco perché “non ci sono stati saccheggi”. Il dato politico non si misura su quanti saccheggi avvengono o non avvengono, si misura sul fatto che decine di migliaia di persone hanno scelto di partecipare attivamente, praticando tutte le forme della protesta perché tutte sono legittime, e di imporre due ordini di questioni. La prima è che non c’è altra possibilità se non la lotta collettiva, la seconda è che il carovita e la crisi generale hanno dei responsabili e sono da individuare nei governi che scelgono di spendere le proprie risorse in armi contribuendo al tritacarne ucraino. Si inserisce in questo quadro anche l’assoluta incapacità delle opposizioni a proferire alcuna parola di senso e la totale inconsistenza politica nel rapportarsi con queste piazze, confermando soltanto accondiscendenza nei confronti del governo a supporto del discorso di divisione tra buoni e cattivi.
A Roma decine di migliaia di giovani hanno sfilato per la città arrivando a occupare il Colosseo per poi raggiungere la stazione Termini dove si sono registrati scontri con la polizia che ha tentato di sciogliere il corteo, con idranti e manganelli. A Bologna barricate, scontri, idranti e lacrimogeni su un corteo determinato, giovane e deciso che, nonostante piazza del Nettuno fosse stata indicata come un luogo da non raggiungere, si sono ritrovati proprio lì per poi partire in corteo. A Milano, nell’occhio del ciclone perché assunto a simbolo di una città che questo sabato si sarebbe dovuta asserragliare in casa, decine di migliaia di persone hanno manifestato, rompendo gli argini dei blocchi imposti dalle forze dell’ordine. A Torino piazza Castello, chiamata da tempo dal coordinamento cittadino “Torino è contro il riarmo”, era gremita di oltre ventimila persone. Qui le forze dell’ordine hanno cercato di impedire al corteo di partire e durante tutto il pomeriggio si sono registrati tentativi per attraversare il centro città, a cui le forze dell’ordine hanno risposto con lacrimogeni e idranti. A Padova, cariche in stazione hanno tentato di impedire il blocco dei binari a un corteo partecipatissimo che dalla mattina sfilava per le vie della città. Anche a Firenze un corteo molto partecipato ha sfidato i divieti. Cortei anche a Pisa, Napoli e Genova contro il carovita e la guerra.
Un filo rosso unisce tutte queste piazze: i numeri, la determinazione di voler portare a termine un corteo da una parte e, dall’altra, una gestione della piazza che risponde all’imperativo di Piantedosi, ossia fare fermi, sia preventivi sia con numerose cacce all’uomo anche a cortei conclusi nelle vie limitrofe, per provare a schiacciare una mobilitazione di massa (che ha potenzialmente tutti gli elementi per diventare ancora più larga ed eterogenea del movimento dello scorso autunno) sulla marginalità della questione della gestione dell’ordine pubblico e della divisione tra buoni e cattivi. C’è poco da dire quando in realtà tutte le misure messe in campo vengono superate nella pratica, quando in piazza c’è posto per tutti e tutte, quando il problema è chi affama pensando di rimanere sfacciatamente credibile. Chi affama questo Paese ha un nome e un cognome e le cause sono chiare. Se questo movimento avrà la capacità, con il contributo attivo di tutti e tutte, di darsi una voce collettiva e di mantenere il punto della mobilitazione, grazie anche al fatto che tutti i popoli del sud Europa stanno inondando le strade, si potrà costringere chi governa a fare una scelta chiara: disinvestire il fronte della guerra in Ucraina. Questo significa smettere di contribuire a mandare in guerra migliaia di giovani ucraini e russi e significa smettere di affamare una popolazione che della difesa dell’Europa non sa che farsene, anzi, non ha nessuna intenzione di dover continuare a fare sacrifici per essa. Il messaggio è chiaro: fermare l’industria bellica, smettere di distruggere sistematicamente sanità, scuola e territori, smettere di stare agli ordini di quel macellaio di Trump e del suo compare Netanyahu. Il punto è riconoscere le vere emergenze sociali del paese e assumersi le proprie responsabilità.
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