
I giovani lo sanno.
Oltre 40 città si sono mobilitate nella giornata di sciopero studentesco di venerdì 16 ottobre. Il tema è chiaro: contro la guerra e contro chi vuole mandarci in guerra. Una guerra che si traduce in crisi sociale e impoverimento a tutti i livelli, la scuola è uno di questi.
Torino, Padova, Bologna, Roma, Cosenza, Campobasso sono solo alcune delle città che hanno visto decine di migliaia di studenti e studentesse manifestare insieme. La Polizia ha risposto con cariche a Bologna e con idranti e lacrimogeni a Torino nel tentativo di reprimere le proteste. Nei giorni scorsi si è scatenata un’ offensiva poliziesca contro le scuole in occupazione senza precedenti, con arresti e fermi all’interno degli istituti scolastici.
La chiarezza riguarda anche gli intenti: non ci potrà essere qualcun altro a decidere al posto dei giovani. Chi oggi è sceso in piazza, uscendo dalla propria scuola occupata, dai licei ai tecnici, ha vissuto passaggi epocali in questa fase storica. Prima una pandemia globale, poi la guerra sempre più vicina. Chiusura di prospettive e assenza di futuro, non solo dal punto di vista della valorizzazione delle proprie capacità ma di un futuro sostenibile, nel più profondo senso del termine. Se va così è perché l’assenza di senso complessivo è totale, a partire dalle proprie aule scolastiche. A partire da ben prima dell’istruzione media superiore la perdita completa di un obiettivo comune, del perché si è lì ogni giorno su banchi sporchi e tra quattro mura scrostate, del motivo per il quale bisognerebbe stare a sentire qualcuno che a sua volta – molto spesso e non in tutti i casi – non sa perché si trovi lì, è un processo devastante. Non c’è nessun bisogno che qualcun altro, tendenzialmente adulto e incline a contribuire al fallimento generale, dica come è meglio fare. O come bisogna stare.
Un mondo mediatizzato e ipercollegato permette di vedere che in Francia i ragazzi e le ragazze si sentono esattamente nello stesso modo. Permette un collegamento profondo tra chi si riconosce su delle istanze che hanno un significato politico intrinseco. Distruggere perché non c’è niente di riformabile. Ma anche riconquistare uno spazio in cui esserci, sentirsi collettività, imporsi, nella gioia e nella rabbia.
Il ruolo del mediatico è evidentemente ambivalente e la narrazione dei giornali ha immediatamente assunto un piano banale e becero ossia la caccia “all’incappucciato” che non sarebbe studente (eppure giovane lo è) e che si infiltra nelle scuole o nei cortei per essere “violento”. Fioccano gli inviti di dirigenti (perché la scuola è un’azienda) a isolare i violenti, a tenere fuori gli esterni e a gestire gli infiltrati, il tutto con il supporto delle forze dell’ordine. Eppure, al di là dei titoli e di qualche video sensazionalistico, quel che si è visto oggi nelle piazze in tutta Italia è una gioventù che insieme ha partecipato a cortei con numeri e determinazione significativi. Si è visto la presenza di docenti e personale scolastico solidale. Si è visto che il rifiuto della divisione razzista portata dall’alto non passa tramite il buonismo moralista di sinistra ma dall’essere insieme con un sentire comune.
Sarebbe inutile lanciarsi in immagini evocative che vogliono romanticizzare una realtà che invece porta con sé le sue contraddizioni. Ma la realtà è fatta di dati: una mobilitazione a macchia d’olio si sta diffondendo, scuole che mai avevano occupato prima d’ora oppure che lo avevano fatto per la prima volta con il Blocchiamo Tutto dell’autunno scorso lo hanno rifatto, l’insofferenza si traduce in moto collettivo. Non è poco in un tempo di frammentarietà e individualismo. Non è poco quando il governo italiano si trova a dover affrontare una crisi probabilmente recessiva nell’arco di pochi mesi, non è poco quando anche altri settori sociali decidono di mobilitarsi, come gli autotrasportatori e gli agricoltori.
La coperta è corta e per capire che con i rapporti di forza è possibile anche vincere il passo è breve.
Foto di copertina di jujjio
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