
Il governo cambia passo: prospettive di guerra in Europa?
Mykhailo Fedorov ex ministro ucraino alla Difesa, oggi tra i maggiori oppositori di Zelensky, annuncia il piano per una nuova impresa sostenuta da Peter Thiel in qualità di primo investitore, dopo essere stato nominato consigliere alla Difesa dal nostrano Crosetto.
Nel frattempo la propaganda filoatlantica europeista si appresta ad alimentare il mostro: la Russia ci attaccherà. Infatti Berlino, pur in assenza di prove (condivise e trasparenti), remigra diplomatici russi con la scusa di essere “bersaglio della guerra ibrida”, Tajani si preoccupa per le influenze russe alle prossime elezioni, Vannacci viene utilizzato come specchietto per le allodole per sostanziare il circo. Il quadro che viene fuori lascia spazio a pochi dubbi: per legittimare la campagna di riarmo europea e per tenere il moccolo ai diktat di Trump, le élites europee sono pronte a tutto. Sono pronte a mandarci in guerra, ma non domani o chissà quando, proprio a partire da ora! Certo non siamo ancora iscritti alla leva obbligatoria, ma gli elementi della guerra ibrida, quella vera, sono tutti qui. La guerra in cui siamo immersi è quella che fa uso di tutti i mezzi per essere più efficace, alimentando l’interdipendenza tra comunicazione, energia, logistica, finanza e intelligenza artificiale. Diverse campagne di disinformazione, con l’obiettivo di creare consenso in maniera artificiale che possa essere assimilabile ad un sentimento popolare, sono già in atto.
Prima di tornare alla notizia di Fedorov va aggiunto un altro elemento: il Financial Times, che si è prodigato in questi giorni a fare uscire lo scoop secondo il quale il generale Vannacci sarebbe il “cavallo di Troia del Cremlino” e che ciò rompa le uova nel paniere alla linea europeista filo-USA della Meloni, ha basato la sua analisi su un documento prodotto dall’European Council on Foreign Relations. Come riporta questo articolo, tale organismo è, nero su bianco, una sorta di think tank all’europea nato nel 2007, con l’obiettivo ufficiale di influenzare il dibattito pubblico nella politica del continente europeo. Nulla di nuovo, però va dato uno sguardo ai membri che lo compongono: tutti ex politici o consiglieri di leader europeisti convinti, figura tra gli altri la ex viceministra degli Esteri del governo Monti e Letta e altri diplomatici esperti di sicurezza europea: insomma, un gruppo di interesse che per il suo posizionamento esprime certamente una linea molto dura nei confronti di Mosca. Non ci sarebbe nulla di sconvolgente, se non fosse che tutto questo si inserisce in una fase in cui la propaganda è strumento di guerra e che contribuire alla narrazione che vorrebbe l’Europa in pericolo e sull’orlo di un attacco, altro non fa che ottenere proprio questo risultato. Obiettivo che non ha nulla a che vedere con il fare gli interessi del popolo in Italia, e qui casca l’asino Vannacci. Un’inchiesta elenca in maniera dettagliata chi sono i finanziatori e da dove vengono i finanziamenti che hanno portato l’ex generale a diventare un fenomeno politico e mediatico capace di raccogliere consensi negli strati popolari (il che è ancora tutto da verificare, soprattutto perché bisognerà vedere su quale cavallo sceglierà di accomodarsi per scaldare anche lui la sua poltrona con buona pace delle velleità anti-sistema di cui si fa promotore). Guarda caso il Vannacci tanto affine alla Russia di Putin ha avuto la fortuna di concorrere per vincere ben 3 milioni di dollari tramite il bando pubblicato dal Dipartimento di Stato Americano che aveva come target quello di sostenere “organizzazioni della società civile europea che si oppongono alla censura online (DSA, DMA), che difendono la sovranità nazionale, che promuovono una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni. E non è stato l’unico finanziamento tracciato come premio per la ricerca accademica, come riporta Antonella Silipigni nella sua ricerca.
I flussi di capitale americano sono quindi utilizzati per orientare la politica estera e il posizionamento nello scacchiere globale dei governi amici: diciamo pure che gli Stati Uniti non stanno fermi a guardare che i loro vassalli europei aumentino la percentuale di spesa del PIL nella difesa o che non si lamentino dei dazi troppo cari o che stiano zitti e buoni a comprare gas liquido da loro al triplo del prezzo. Gli Stati Uniti – su più livelli e su diversi piani – intervengono in maniera concreta influenzando la politica dei governi europei.
E allora arriviamo a Fedorov. E’ bastato un giorno per chiudere un affare con la più grande azienda di intelligenza artificiale utilizzata nel genocidio a Gaza. Chi muove un interesse così spiccato nei confronti di un giovane smart, dotato di grandi competenze in materia grazie al fatto che l’innovazione tecnologica dei suoi affari bellici vanta il privilegio di poter sperimentare e migliorare efficacia, produttività e rendimento direttamente sul campo? Come dicevamo qui, anche l’apertura della sede di Leonardo a Kiev va in questa direzione: mentre giovani ucraini e russi muoiono al fronte e in trincea i manager hanno avuto la possibilità di fare carriera e stipulare contratti in giro per il mondo. E se questo giovane poi è tra quelli epurati dal governo Zelensky nell’operazione anti-corruzione che ha coinvolto il suo mandato qualche mese fa? Tra i suoi primi affari da One man army figura proprio un accordo con Palantir e, nel suo tour americano, non si è lasciato sfuggire la possibilità di sondare chi potrebbe appoggiarlo nelle prossime elezioni in Ucraina, dato che è da escludere che un governo che ha attraversato una guerra così disastrosa possa venire riconfermato.
Questo passaggio ci indica due cose: la prima è che negli Stati Uniti la guerra sottotraccia che vede Trump all’angolo verso le elezioni di midterm continua e i grandi capitali della Silicon Valley puntano su altri cavalli. Ancora una volta i rapporti tra Big tech e neocon rivelano una stretta coincidenza di interessi; la seconda è che, alle nostre latitudini, questo scontro si dà dando spazio alla necessità di armarsi per combattere il nemico alle porte. Dalle dichiarazioni di Kaja Kallas ai quotidiani nazionali il tenore del discorso fa rabbrividire: il monito dell’Alta Rappresentante dell’UE «La Russia sta colpendo l’Europa con un’ondata di attacchi ibridi sempre più cinetici perché vuole spaventarci. Ma non ci riuscirà» fa il paio con il tono degli editoriali dei maggiori quotidiani nazionali. All’epoca della purga Il Corriere giustificava con queste parole l’operazione “Se Mykhailo Fedorov è saltato, il punto non è che abbia fallito. Il punto, semmai, è che ha funzionato troppo bene.” E perché avrebbe funzionato troppo bene? “Trasformazione digitale, poi alla Difesa, uomo dei droni, della digitalizzazione, dei rapporti con la Silicon Valley, di un linguaggio da start-up infilato dentro uno Stato in guerra.” E così anche oggi le penne più allineate del giornalismo italiano disegnano un futuro di guerra indicando nella necessità di armarci – per stare al fianco del nostro vampiro con il toupet – l’unica via.
Ora il nuovo linguaggio delle élites ci insegna un nuovo termine: guerra ibrida. Ibrido sarebbe il modo di colpirci sul suolo europeo, prima la Germania a Lipsia e gli sconfinamenti dei droni in Romania; a quando attentati e sabotaggi sul territorio italiano? In molti iniziano a scaldare i motori e a preparare il terreno per quando ci sarà da battezzare anche gli italiani alla nuova forma del bellicismo suicidario a cui assistiamo in Germania. Il punto non è quanto questi attacchi siano false flag operation o veri attacchi da parte della Russia, anche perché molte volte è quasi impossibile scoprirlo, per chi non è dentro gli apparati. Il punto è quanto pensiamo che lo Stato russo permetterà ai Paesi europei e Nato di continuare a condurre una guerra quasi totale contro di esso tramite l’Ucraina, prima che inizi a rispondere direttamente fuori dai confini ucraini. Se sul suolo ucraino operano da anni militari inglesi, americani tedeschi, francesi e probabilmente anche italiani, per coordinare l’esercito ucraino e formarlo, perché ad un certo punto non dovrebbero diventare un bersaglio anche i nostri territori? Se, come è molto probabile, gli attacchi in profondità in Russia sono possibili solo grazie alla logistica e tecnologie Usa e Nato, perché ad un certo punto non dovrebbe esserci una risposta più o meno simmetrica? Perché l’Occidente è nel giusto e difende la democrazia?! Ora, la domanda che dovremmo porci come europei e che per fortuna molti si fanno è, non perché ci viene rivolta contro un guerra “ibrida”, ma perché la Russia ha deciso di iniziare a rispondere. Quanto tempo ci rimane prima che decidano che a seguito di un attacco “ibrido” ci si debba stringere a “coorte” e difendere la Patria? Chi ci governa sta esponendo i popoli europei alle risposte di un Paese che viene colpito da mesi con missili che sono prodotti in fabbriche attaccate ai quartieri popolari delle nostre metropoli. Chi sta in basso non ha interessi a partecipare a questa guerra. Se il governo smettesse di inviare armi domani e uscisse dalla Nato, il problema non sarebbero i T34 e i droni Shaed in arrivo da est, ma le migliaia di soldati americani che potrebbero uscire dalle molte basi alle porte delle nostre città e paesi. Ora che, forse, la guerra ci raggiunge con la sua crudeltà e morte, non dimentichiamoci chi ci ha portato a questo, ricordiamoci chi sono i veri nemici e che non siamo in pochi a sapere la verità.
Chi fa gli interessi del popolo è la vera domanda.
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