Chiarire gli orizzonti nelle faglie del presente, alimentare le spinte di rifiuto.

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Ora i media, i politici, il Ministero pensano di poter ridurre il portato di queste piazze a una misura colma, per colpa della dad, per colpa della pandemia, per colpa di due anni un po’ più difficili del solito. I giovani sono stufi, sono dei poverini, i giovani si ispirano a Mattarella, sono consapevoli. Eppure in queste piazze, a differenza di quello che alle istituzioni piacerebbe tanto che fossero, non c’era un briciolo di vittimismo, non c’era un briciolo di paura e non c’era un briciolo di sterile vertenzialismo all’interno delle burocratizzazioni alle quali sindaci e ministri vorrebbero ridurrne il senso. Non è questione di insopportabilità momentanea, di scossoni emotivi, di ondate umorali. In queste piazze c’era molto di più ed è ciò che fa spavento. 

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C’era la pretesa di dignità. C’era la capacità di conoscere i responsabili. C’era la volontà di non vivere la morte di un ragazzo come un incidente ma come il sintomo di un sistema scolastico e sociale mortifero, violento e da rifiutare. Il rifiuto di essere oggetti di profitto.

Rifiuto del lavoro, della messa a lavoro di ogni ambito dell’umano, della pretesa di essere il massimo, di dover competere in un mondo in cui la competizione è guerra per le briciole del riconoscimento sociale, questo occorre sviluppare. Alimentare l’intuizione di non voler mettere a disposizione del capitale le proprie energie, il proprio tempo, le proprie capacità, la propria vita. Perchè in ogni ambito della società sottoposto a rapporti di potere e di profitto non esiste spazio per agire una differenza una volta acceduti al suo interno.

Nonostante la volontà, evidente sin dal giorno dopo l’indignazione per le violenze della polizia, di recuperazione da parte della controparte, questi cortei non sono paragonabili a una semplice espressione di sfogo, al contrario, sono decisamente una rappresentazione di chiarezza in un mondo di confusione. Sono un’indicazione forte non soltanto per ciò che riguarda l’ambito della formazione ma indicano la ancora possibile capacità di riprendersi spazi di agibilità, di pensiero e di costruzione di un presente vivibile e giusto.

L’immaturità di cui accusano le istituzioni è qualcosa di evidente per questa generazione: è evidente, agli occhi di chi ha mantenuto un barlume di lucidità, che il governo sia completamente asservito agli interessi di Confindustria, che gli organi intermedi che dovrebbero garantire una tutela minima per la vita delle persone, come i sindacati, siano completamente vuoti di ogni credibilità, che le norme in materia sanitaria siano state tradotte in scorciatoie di produttività, consumo e guerra intestina schiacciando tutto su un dibattito inutile e scentrato come quello sul green pass. Ma ancora, non basta. Infatti, davanti alla morte di un ragazzo, davanti a migliaia di persone che scendono in strada senza alcuna paura, la risposta che fa acqua da tutte le parti, trita ritrita, ridicola, è “poveri ragazzi, ascoltiamoli”. L’atteggiamento di chi cerca la pacificazione, di chi vorrebbe mediare per sotterrare un ruggito che non si frena è, oltre che vomitevole di per sè, talmente un tentativo già fallimentare in partenza che fa quasi ridere. Davanti a tutto questo, davanti a una frattura enorme che trasversalmente incide generazioni, modi di vivere, possibilità, identità, davanti a una faglia di tali proporzioni la piccolezza di chi non sa cosa rispondere è imbarazzante. E chiaramente debole.

Le dichiarazioni del ministro Bianchi qualche giorno dopo le manifestazioni di piazza di venerdì, conquistate a suon di botte, rischiano di spaccare e sopire un potenziale movimento. La sua disponibilità al riformare, le dichiarazioni rispetto all’intenzione di dedicare fondi derivanti dal pnrr alla scuola sono un atto astuto che bisognerà essere in grado di smascherare immediatamente. Il tentativo di far breccia nelle ale più riformiste, insitamente esistenti all’interno di una composizione come questa, è ciò che potrebbe rompere aspettative future di sviluppo e radicamento. Paradossalmente, gli investimenti nel comparto scuola se dovessero riguardare, come è molto probabile che sia, i percorsi di formazione/lavoro, l’approfondimento delle relazioni con il mondo del lavoro, la tecnologizzazione senza controllo, implicherebbero un approfondimento esponenziale di un modello di scuola totalmente al servizio del capitale. In un momento come questo la scuola non è più riformabile. Più soldi significherebbero più soldi ai progetti sperimentali (come i licei TED, esperimento che va nella direzione dell’aziendalizzazione e green washing tra i più spietati), in progetti di scuola-lavoro formalmente accettabili per le condizioni (di salario, di sicurezza, di orario), in progetti in cui il privato si fonde sempre più con il pubblico dando la possibilità a aziende, multinazionali (in particolare quelle relative alla pseudo ecologia) di avere la loro parte nella formazione dei giovani. E’ questo che va rifiutato. Al di là dell’alternanza scuola-lavoro in sé come palese forma di sfruttamento e messa a lavoro, è tutto il processo di formazione che implica una messa a lavoro, un’accettazione delle forme e degli itinerari disegnati dal capitale, una strutturazione di un futuro modellato sulla base di realizzazione individuale, basata sul lavoro e sulla messa a valore, e quindi sullo sfruttamento. La scuola serve a formare persone che sviluppino un’idea di esistenza singola, disposta ad accettare qualsiasi condizione pur di avere un ruolo nella società, pronta a spremere e mettere a servizio ogni capacità e competenza per il sistema economico-politico. In questo senso non c’è nessun compromesso possibile.

E allora, tocca a chi ha capito il trabocchetto mostrare la direzione, con forza. Tocca farlo costantemente, testardamente e quotidianamente. La pazienza è finita ma occorre averne molta per essere capaci, in ogni ambito dell’esistente, di essere portatori di chiarezza e di essere spinta di rifiuto. Di essere pretesa di giustizia e di saper discernere le priorità, con la semplicità di chi ha chiaro tutto ciò. È necessario non cedere alla confusione che ancora è tanta, non farsi tradire dallo schiaffo che la pandemia ha rappresentato e che ha permesso di inserirla in una soglia, dentro dei falsi confini, come se fosse stata una parentesi, perchè è infatti espressione di un rimosso generale. Non c’è nessuna parentesi, questa è la realtà per come è stata costruita in decenni di compromessi, di priorità e scelte sbagliate, di false illusioni da un lato e dall’altro, di capacità di penetrare sobillamente tutti i pezzi della vita, dal lavoro e la formazione in tutte le sue forme alla socialità, dalla cura alla salute alla riproduzione sociale, alle modalità di comunicare, di stare insieme, di incontrarsi. La compenetrazione del capitale in ogni aspetto della vita è ciò che oggi viene sbattutto in faccia dall’incapacità di interpretare la realtà, dei rapporti di forza al suo interno, delle dinamiche di profitto e sfruttamento. La pandemia ha squarciato il velo e la reazione del capitale è stata quella di approfittarsene, ovviamente. Noi oggi dobbiamo distruggere le illusioni e dire chiaramente cosa vogliamo allargando le faglie di inaccettabilità che possiamo intravedere. Come i giovani in piazza. Con la stessa semplicità nel pretendere di voler vivere, bene.

Torino, 4 febbraio 2022

Davanti a una pletora di uomini in divisa, davanti a nugoli di giornalisti imboniti, davanti al silenzio di chi riempie gli uffici del miur, le parole di una studentessa rimbombano come un boato. Chiare, nette e dritte al punto. Le riportiamo qui.

Siamo sotto l’ufficio che prende la decisioni sulla nostra vita e siamo qui pieni di rabbia giusta, legittima e determinata dal fatto che tutti questi pagliacci seduti sulle loro poltrone dopo le violenze, dopo la morte di Lorenzo, non sono stati in grado di prendersi mezza responsabilità. E quindi, se non sono loro a venire a prendersi un pezzo di responsabilità per la morte di un ragazzo che muore a causa delle loro decisioni, allora noi veniamo qui sotto a dire le nostre proprie chiare istanze e a dimostrare la nostra incazzatura.

Mettiamo del sangue sulle facce di chi quotidianamente sceglie che noi dentro le scuole ci possiamo anche morire, di chi prende le decisioni che fanno sì che oggi, ancora dopo due anni, a scuola non si capisca niente. Cosa dobbiamo fare lo sanno solo loro, ma quello che sanno bene è cosa pretendere da noi, perchè dai giovani si pretende e basta, qua nessuno concede un cazzo, tutto quello che abbiamo, tutto quello che vogliamo, ce lo dobbiamo conquistare e questo è il motivo per cui siamo qua oggi, per cui abbiamo inondato le strade, abbiamo dichiarato uno stato di mobilitazione permanente, perchè noi da qui non ce ne andiamo, non ci spostiamo finché non vinceremo. L'abbiamo già detto che è un traguardo essere qui in tantissimi, non aver avuto paura, essere in grado di costruire e proseguire questo percorso. L’abbiamo detto, le scuole ce le riprenderemo, siamo qui e ci rivendichiamo il fatto che le scuole le occupiamo, ci rivendichiamo di non aver fatto un passo indietro. Ma vogliamo anche dire che questi signori e queste signore che tanto dicono, non sono dalla nostra parte, non sono nostri amici, sono il nostro nemico finché decideranno di stare dalla parte di chi vuole guadagnare sulla nostra vita, fino a quando staranno dalla parte di chi permette che noi a scuola ci muoriamo. Perché un ragazzo che la mattina esce di casa, che saluta la famiglia pensando di tornarci e poi non torna perché viene schiacciato dentro un’azienda, non è qualcosa che può passare sotto silenzio. E di certo le loro parole confortanti non faranno tornare in vita Lorenzo, Lorenzo è morto. E la colpa è la loro. Ma noi, grazie alla forza di andare avanti e di contrapporci a questo sistema, facciamo vivere Lorenzo, lo facciamo vivere nelle nostre lotte, sarà con noi per sempre. Ma per colpa loro non tornerà mai più a casa e questo deve essere chiaro perché queste persone non pagano mai un cazzo. Allora il processo oggi lo facciamo noi e abbiamo già stabilito che siete colpevoli, avete i colletti macchiati di sangue, del nostro sangue. E allora, che non ci vengano a raccontare che a quel ragazzo piaceva andare in alternanza, che non ci vengano a raccontare che era quello che aveva scelto, perchè anche se cosi non fosse stato sarebbe dovuto stare esattamente dov’era e non è un fatto di scelte, è un obbligo, e non si possono nascodere dietro a questo. Noi lo sappiamo e non possiamo accettare un’altra morte del genere, questa è la punta della piramide ma dal 2016 a oggi gli incidenti in alternanza sono stati molteplici, ragazzi che hanno perso dita, ragazzi che sono stati investiti, ragazzi che sono finiti schiacciati, che si sono fatti male durante l’alternanza e questo rientra sempre nella normalità a cui ci vogliono educare, la loro normalità ma la nostra è un’altra. La nostra normalità è opporci al loro sistema di morte, non possiamo pensare che questo sia un incidente e vogliamo che lo dicano anche loro, perché se adesso avessero un briciolo di coscienza pulita scenderebbero qua sotto a dire qualcosa e invece rimangono là sopra perché si vergognano come i ratti. E fanno bene a vergognarsi. Perché sono degli assassini e noi lo dobbiamo dire, perché quando leggiamo i giornali che mettono un sacco di “se” e un sacco di “ma” sul fatto che dei responsabili ci siano, ma come facciamo a mettere in dubbio che i responsabili ci siano. I responsabili sono coloro che hanno scelto che quella cosa andava fatta, sono coloro che decidono dove andiamo in alternanza, che non si oppongono a questa cosa, il silenzio è complice, il silenzio fa parte delle responsabilità per la morte di Lorenzo e noi non ci stiamo.

Oggi in piazza noi il nostro sangue lo risignifichiamo e lo facciamo diventare motore di lotta. Non possiamo arrenderci adesso, abbiamo la forza di andare avanti, siamo tanti e domani saremo ancora di più, perché abbiamo la forza della ragione dalla nostra parte, perché abbiamo la determinanzione di chi vuole un futuro diverso, di chi non vuole morire mentre va a scuola, di chi non vuole essere costretto a essere sfruttato, di chi non vuole ingrassare questi porci che hanno già le tasche piene dei soldi che ci rubano ogni giorno, non possiamo e non lo accetteremo. Siamo qui anche per dire che con questa maturità, che di nuovo vogliono riformare, hanno rotto i coglioni, è dal 2018 che cambiano la maturità e non sanno prendere una decisione e noi è dal 2018 che scendiamo in piazza e rompiamo le palle perchè vogliamo che ci sia chiarezza, perchè vogliamo che le priorità siano altre, perche le loro priorità sono quelle di mettere gli scritti poi di toglierli, di aggiungere un esame di qua e uno di là, ma quando la porta del bagno non si apre, la tapparella non si alza, uno studente muore non sanno che cazzo fare. Eppure tutti i professori sono pronti a cambiare esami, tutti sono competenti quando si tratta di dire lo standard che dobbiamo raggiungere e questo perchè vogliono dimostrare all’Europa che il sistema formativo italiano funziona, ma non funziona un cazzo, ma cosa cambia se cambia la maturità! In questi due anni ci hanno abbandonato, in questi due anni non sono stati in grado di fornire un servizio all’altezza delle nostre necessità e adesso la loro soluzione sarebbe introdurre gli scritti. E poi ci provocano quando ci intervistano, quando facciamo notizia, ci provocano quando ci dicono avete smesso di scrivere in due anni, non vi ricordate più come si fa, non ci ricordiamo più come cazzo si vive. Ecco cosa non ci ricordiamo più. Ed è per questo che siamo qua oggi. Chi cazzo se ne frega della maturità. Iniziassero a rendere le scuole dei posti in cui possiamo crescere, ma soprattutto in cui possiamo vivere, perchè i giovani di questo paese si sono rotti i coglioni di essere dimenticati, di essere lasciati nell’angolo, di dover subire le loro scelte arbitrarie, nessuno mai viene a chiedere a noi che cosa vogliamo, vogliamo vivere è una parola semplice, ma a voi non frega un cazzo.

Ma invece siamo qua perchè vogliamo imporre che questo sia il tema all’ordine del giorno, vogliamo vivere e vogliamo vivere bene, vogliamo crescere, imparare, studiare quello che ci serve, ecco cosa vogliamo, non sottostare alle loro norme, non siamo robot e non vogliamo diventarlo. Siamo qui perchè siamo in grado di pensare, perchè quando serve saltiamo anche un giorno di scuola perchè la lotta, nella lotta si cresce e si impara. E questo non possono negarcelo. Come non possono negarci di sottrarci alle loro logiche di profitto ogni giorno e noi è in quella direzione che dobbiamo andare, nella direzione di diventare forti a tal punto da saperci sottrarre ai loro dettami. E possiamo farlo solo insieme. Perchè la solitudine è quello a cui ci vogliono relegare loro. Non accettiamo la solitudine che ci impongono, vogliamo essere uniti, conoscerci, confrontarci e crescere insieme non nelle nostre camerette, non prendendo gli psicofarmaci che ci danno per risolvere i problemi, perchè per loro non è un probema sociale, quando c’è un incremento del 50 % di malattie mentali nei giovani non è un problema sociale, perchè si risolve con qualche goccia di xanax, no! Si risolve con delle politiche per i giovani, con delle città vivibili, con delle scuole vivibili, con la socialità, andassero affanculo loro, i loro psicofarmaci, e le loro regole di merda. Noi non ci arrendiamo.

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