Ha ragione Daniele

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Daniele chi? Il ballerino di Amici? Sì, Amici, quello show televisivo che coinvolge più pubblico giovanile oggi di qualsiasi show in replay di Berlusconi. Uno, due, tre... potremmo contarli come il Cavaliere ha contato i punti della particina di Salvini al Quirinale e su cui i commentatori politici hanno scritto uno, due, tre commenti, tutti uguali. Ancora replay, la politica.

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"Vi chiedo una cosa: dato che queste telecamere hanno un potere enorme, non insultate la gente che prova a fare arte, consigliateli ma non insultateli, perché far smettere di fare arte a una persona è come ucciderla. Per favore, date consigli, date critiche ma non insulti, perché gli insulti non fanno crescere nessuno". Giù applausi scroscianti, tutti in piedi. Daniele in lacrime reagisce ai “professori”. Il format del talent scimmiotta la dura disciplina formativa delle accademie: secondo il nuovo meccanismo del programma decidono a inizio puntata di eliminare i concorrenti senza permettere loro neanche di esibirsi. Troppo potere.

Già visto, già sentito. Già sentito anche il consiglio di Dèbord che indica l’arco teso dello spettacolo per scoccare la freccia del nichilismo: “tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione... il vero non è che un momento del falso”. Bisogna salvarsi. No, non con Amici. Anche se... in fondo a nessuno frega poi nulla delle preoccupazioni metafisiche sulla verità. Neanche a noi. D’altra parte ogni forma di spettacolo esprime un rapporto sociale e quello strano processo di immedesimazione collettiva che porta centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze a seguire Amici tocca comunque delle corde vere. Quali?

I commenti dei telespettatori che sostengono Daniele non si arrestano: “Non premiate il talento”, “non devono farsi chiamare professori se non sanno valorizzare il talento”, “sanno già chi deve vincere, sanno loro chi devono far vincere”, “questo meccanismo oltre che orribile e ingiusto è senza logica”, “hanno inventato di inserire il televoto per dare una parvenza di democrazia ma proprio si vede chi sanno già chi mandare avanti. Meccanismi orrendi conditi da modi e critiche orrendi. Poveri ragazzi”. Cambiamo canale. Stesse impressioni. Spegniamo. Stesse impressioni.

C’è un umore trasversale che scuote una gioventù in formazione. Le soglie della sua crescita sono segnate da umiliazioni comuni a tutti e che tra tutte pure si somigliano. È il paradigma dell’abuso dell’autorità e del sistema che ti consuma. Non è un talent di massa. Cosa cambia con la scuola, con gli stage, con i corsi di formazione e i master in cui si investe emotivamente, performativamente, economicamente per spuntarla? Cosa cambia quando sempre ti chiedono di dimostrare le tue capacità e poi le distruggono, ti illudono che verrai giudicato per quello che vali ma ognuno ha già su di sé il marchio del pregiudizio? È la tensione produttiva dell’oggi. Sopra ci fanno pure gli ascolti i talent talmente è veritiera, verosimile, reale.

Ognuno ci prova a modo suo. Le classi di scuola pullulano di aspiranti artisti, cantanti. Non è la sindrome di Non è la Rai vent’anni e più dopo. La ricerca dell’affermazione per la fama. L’egualitarismo digitale ha democratizzato le possibilità di carriera livellando il mito del successo. Se si arriva è come effetto collaterale di una spinta a sfuggire a un’altra macchina omologante. Quella imposta, comandata, quella dove proprio qualcosa di tuo non si palesa neanche nella forma dell’illusione e resta solo come guadagno di ciò vendi: il tuo lavoro, per altri. La scuola è questo, l’università non molto di più. I ragazzi non odiano l’alternanza scuola-lavoro, ci si annoiano e basta perché addestra al lavoro, allo svolgimento di una mansione. Per altri.

Si cerca la performance che affranca dal ricevere le consegne dalla vita. Che inventa la vita. É umano, è quello che vorrebbe ognuno. Controllarla la propria vita. Ma una trappola si tende. Non un inganno, una trappola. Perché l’estro, le capacità, l’inventiva sono stimolate sì, ma poi catturate e distrutte. Una promessa si rinnova, una promessa viene tradita. Continuamente. Non ci sono professori, istituzioni, scuole, mezzi utili a far emergere i talenti di questa generazione perché quelli operanti ora, quelli che concorrono alla sua formazione, separano capacità, qualità, ambizioni dai fini della persona per rivolgerglieli contro. Le gare perse, le performace fallite, il talento non dimostrato è tutto lavoro prestato e annientato. Letteralmente annientato Letteralmente annientato. Daniele ha ragione, servono dei consigli: allora balliamo per noi. Professori, capi e valutatori: balliamo sulle loro teste, la performance migliore deve ancora andare in scena.

 

Postilla: non abbiamo visto Amici, ci è bastato conoscere questa storia per riconoscere i nostri amici. Quelli che hanno twittato un commento o quelli che ne parlavano ieri pomeriggio in piazza e di cui conosciamo le storie.

 

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