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Dossier sugli investimenti israeliani nei progetti di energia rinnovabile in Italia

Molteplici società israeliane con progetti nei territori occupati in Palestina e Cisgiordania approdano su suolo italiano per finanziare progetti di energia rinnovabile, in particolare agri e fotovoltaico su grande scala.

Abbiamo rintracciato questo flusso di capitali a partire dal caso della stazione elettrica a Carisio, facente parte del più esteso progetto di campi agrivoltaici tra Cavaglià e Santhià, nel territorio tra Biella e Vercelli; e abbiamo iniziato a capire che la dinamica fosse molto frequente quando abbiamo incontrato la signora Anna a Massarosa che si batte contro un progetto di fotovoltaico nei campi accanto a casa sua. Abbiamo così dato il via all’inchiesta collettiva durante la “Due giorni a difesa dell’Appennino” a Villore, di cui qui si possono leggere  le indicazioni per collaborare a questo lavoro.

Il dossier vede oggi la pubblicazione in una sua prima versione, datata febbraio 2026, ma il lavoro di inchiesta collettiva continua e invitiamo a partecipare con l’obiettivo di individuare questi progetti e costruire una difesa del territorio ancora più efficace.

INTRODUZIONE : Il suolo italiano nelle mani di Israele 

Distese di pannelli fotovoltaici si moltiplicano sul territorio italiano portando con sé accaparramento delle terre, espropri, devastazione del paesaggio, della biodiversità: gli impatti sono molteplici e concreti. Come progetto Confluenza crediamo che nessuna energia possa essere definita sostenibile o rinnovabile quando annienta l’ecosistema, la storia e la cultura di un luogo, quando ne esternalizza i profitti e specula. Di fronte al proliferare di tecnologie definite  “verdi”, e agli effetti non sostenibili che queste hanno sui territori, abbiamo deciso di inchiestare quali siano i soggetti che alimentano quest’industria energetica ormai ubiquitaria. A fronte delle questioni sollevate dalla rete di comitati a difesa del territorio e contro la speculazione energetica, la direttrice su cui focalizzare questa ricerca si è delineata in maniera naturale. In particolare, a seguito di alcune segnalazioni, abbiamo detectato la presenza di società israeliane con funzione di investitori dei progetti agro e fotovoltaici e, dopo aver approfondito alcuni report che a livello internazionale segnalano questa fonte di business con marchio israeliano, abbiamo deciso di rintracciare i legami tra progetti predatori sul suolo italiano e soggetti promotori con sede a Tel Aviv.

In una fase in cui il genocidio in Palestina continua a essere all’ordine del giorno, l’occupazione delle terre palestinesi da parte di israele si approfondisce, allargandosi e insediandosi in Cisgiordania, è dirimente indagare il collegamento che persiste tra capitali e profitti israeliani e suolo italiano. Riteniamo utile partire da alcune domande: perché Israele approda in Italia attuando questo modello di business del rinnovabile? La modalità con cui vengono imposti i progetti, a suon di propaganda del “capitalismo verde”, trova una eco con la provenienza delle società che li promuovono, esportano, impongono. 

Sono riflessioni che potrebbero sembrare banali, tuttavia crediamo sia centrale sottolineare la tendenza che si sviluppa all’interconnessione tra economia bellica ed energetica, economia del genocidio, accaparramento delle terre e di risorse. Andiamo a declinare quali piani si intrecciano: quello dello sfruttamento territoriale in incremento in Italia, soprattutto quello collegato al consumo di suolo e alla speculazione energetica; quello di espansione fondato sull’accaparramento e la colonizzazione, tramite l’utilizzo di tecnologie avanzate di cui Israele è pioniera.

Lo sviluppo tecnologico assume un rilievo di primo piano: da sempre Israele è connotato nel mondo per gli avanzamenti tecnologici come fiore all’occhiello, specialmente nel campo dell’high tech, delle tecnologie per la sorveglianza e nel settore energetico, in primis per le rinnovabili. Sul sito del Ministero dell’Economia e dell’Industria di Tel Aviv, alla sezione “Israel Trade missions in Italy” viene esplicitamente riportato: “Israele è diventato leader mondiale nell’uso dell’energia solare. Il Paese ha ampie zone desertiche che offrono un’elevata radiazione solare, rendendo l’energia solare una scelta naturale. […] Inoltre, Israele ha iniziato ad esportare la sua esperienza e le sue tecnologie nel campo delle energie rinnovabili in tutto il mondo1”. L’innovazione tecnologica, sia in ambito digitale che in ambito ecologico, è strutturalmente funzionale a tenere in piedi uno stato genocida, il che dimostra e conferma quanto la tecnologia non sia mai neutra, ma anzi, come questa giochi un ruolo centrale nel progettare e poi con-causare conflitti, guerre, stermini. L’abbiamo visto con l’elevato potenziale digitale tradotto in sistemi di cybersicurezza o con dispositivi più mirati all’annientamento di vite umane (pensiamo a programmi come lavander).

Anche le tecnologie rinnovabili non sono neutre e ricoprono un ruolo: il greenwashing è una pratica estesa nel caso israeliano, uno strumento utile a restituire l’immagine di uno stato all’avanguardia, in linea con l’intento di ripulire l’occupazione e l’apartheid in Palestina. È proprio nei territori palestinesi, infatti, che le aziende israeliane hanno avuto modo di sperimentare e affinare le tecnologie fotovoltaiche. I terreni, appartenenti ai palestinesi, vengono accaparrati e gli abitanti vengono espulsi: è il colonialismo di occupazione. In questo sistema progettato per espandere un modello di occupazione ed espropriazione, i pannelli assumono un ruolo non marginale, ossia occupare terreno ed evitare un possibile ritorno dei palestinesi nelle loro terre, affermando la presenza dei coloni. Una tecnologia, quindi, che deve i suoi avanzamenti e perfezionamenti alla stretta connessione con l’occupazione e la sottrazione di terre da parte dell’entità sionista.

Non si tratta di stimolare parallelismi che non avrebbero senso di esistere ma di vedere come l’orizzonte al quale i governi nostrani vogliono puntare viene incarnato in ciò che il progetto sionista pratica quotidianamente e concretamente su suolo palestinese. Il meccanismo, su scale di grado diametralmente diverse, si riproduce ad altre latitudini tramite espropri, snaturazione dell’area e una lenta (ma talvolta anche con accelerazioni) espulsione di chi ha abitato e si è preso cura da sempre di quelle zone. 

Nel campo della formazione attraverso le mobilitazioni in ambito universitario si è parlato della  israelizzazione delle università e della società in generale. In un contributo realizzato dall’assemblea torinese dal nome Stop Riarmo vengono tracciate queste linee di tendenza2. In questo dossier intendiamo mettere in luce come l’israelizzazione sia già in atto anche sui territori italiani, sul suolo agricolo e sulle montagne, attraverso l’instaurazione di progetti di speculazione energetica, le cui aziende promotrici sono a loro volta finanziate da grandi gruppi israeliani i quali, nella maggior parte dei casi, affinano le loro conoscenze scientifiche e sviluppano le loro tecnologie sfruttando le risorse e il suolo dei territori occupati in Palestina. 

Si tratta quindi di un triplo livello di sfruttamento e di espropriazione: il ciclo di accumulazione che viene riprodotto porta così a risultati su più livelli per l’economia del genocidio. Innanzitutto, all’occupazione di suolo altrui (senza dover destinare il proprio a tali progetti) attraverso l’imposizione di infrastrutture energetiche; in secondo luogo, all’espropriazione e sfruttamento delle risorse naturali altrui come il vento, il sole e l’acqua, oltre alla negazione della possibilità di coltivare; infine, alla capitalizzazione sia in termini di know how sia in termini di produzione energetica, il che permette di aumentare il raggio di azione, gli investimenti e i profitti estendendo le proprie mire ovunque nel mondo; ciò avviene nella finanziarizzazione del territorio, in modo da incorporare porzioni di territorio in un portafoglio finanziario che deve garantire rendimenti stabili, elevati e di lungo periodo.

Metodo

Proveremo ad appurare questa tesi portando alcuni esempi concreti che abbiamo indagato con l’obiettivo di individuare i primi e più evidenti legami tra economia del genocidio e profitti israeliani su suolo italiano. Questo dossier prende origine da ciò che abbiamo ricostruito in questi mesi, tramite gli incontri con abitanti, comitati e cittadini che si sono attivati per difendere i propri territori da progetti di speculazione energetica. I dati che restituiamo in questa prima forma di dossier scaturiscono dallaricerca collettiva di chi si trova a dover fronteggiare in prima persona il sistema della speculazione energetica e dell’esproprio sui propri territori e dal supporto prezioso del lavoro svolto dal centro di ricerca indipendente WhoProfits dal quale abbiamo reperito la maggior parte delle informazioni sulle aziende grazie al database nel quale è possibile individuare il coinvolgimento commerciale delle società israeliane e internazionali nell’occupazione della terra della popolazione palestinese e siriana, facilmente consultabile sul loro sito. Questa prima pubblicazione è provvisoria, in quanto pensiamo si tratti di un lavoro in continuo aggiornamento al quale invitiamo a contribuire risalendo all’origine di chi investe sui nostri territori con la prospettiva di mettere in circolazione queste informazioni e sulla base di queste attivarsi in maniera ancora più decisa. 

Per chi vuole fare segnalazioni può scrivere alla mail confluenza.info@gmail.com in modo da contribuire all’inchiesta collettiva e mettersi in rete. 

I CASI STUDIO 

Come viene riportato in un report dal titolo “The complicity of the Spanish financial sector in the occupation of Palestine. The case of solar energy and Greenwashing3” : 

Il settore energetico israeliano ha subito un grande sviluppo negli ultimi anni. La scoperta di grandi giacimenti di gas naturale a 40 km dalle coste del paese ha trasformato il mix energetico israeliano e ridotto la sua dipendenza dall’estero. Israele è così passato dall’essere un paese quasi completamente dipendente dalle importazioni di energia a uno in grado di soddisfare tutto il suo fabbisogno energetico, esportando energia anche nei paesi vicini. Le tendenze globali, insieme alle trasformazioni nel settore energetico israeliano, hanno portato a delibere governative volte a promuovere l’energia rinnovabile nel settore elettrico e ad aumentare la crescita dell’elettricità prodotta. Nell’ottobre 2020 il governo israeliano si è posto l’obiettivo di ottenere il 30% dell’energia consumata nel Paese da fonti rinnovabili entro il 2030. Secondo questo piano, l’energia solare coprirà circa il 90% dell’elettricità, mentre l’energia eolica, idrica e da biomasse produrrà il restante 10%. L’attuazione di progetti di energia solare è un altro fattore che contribuisce all’espansione territoriale del Paese verso regioni in cui la maggioranza della popolazione e la proprietà terriera sono palestinesi, e si traduce nella confisca e nell’annessione di questi territori. 

  1. ENLIGHT Direttamente coinvolta in progetti nei territori occupati 
  2. ECOENERGY Condivide il proprio fondo assicurativo con MIGDAL e INSURANCE che possiedono infrastrutture in Cisgiordania e nei territori palestinesi occupati
  3. SUNPRIME Finanziata da NoFarEnergy e NoyFund che a sua volta incorpora CLAL e MIGDAL 
  4. ELLOMAY Finanziata da CLAL a partire dall’accordo del 20 giugno 2025, possiede progetti in Cisgiordania 
  1. ENLIGHT RENEWABLE ENERGY 

Come riportato da Luigi Mastrodonato nel suo articolo Le aziende israeliane che fanno affari con le rinnovabili in Italia, la Enlight Renewable Energy è nata nel 2008 in Israele. Come sottolinea Who Profits, negli ultimi anni ha partecipato a diversi progetti sulle alture del Golan in particolare sull’installazione di turbine, sulla costruzione di strade e sull’ampliamento delle linee ad alta tensione. Ha installato pannelli solari nelle basi militari e nel suo budget filantropico del 2024, che rendiconta le varie donazioni fatte a persone ed enti privati e pubblici, risultano fondi destinati all’esercito israeliano. Da qualche anno l’azienda ha messo gli occhi sull’Italia per installare, attraverso sue sussidiarie, impianti solari, eolici e di storage. Alcuni, come quello di Nardò, in Puglia, sono già stati approvati. Altri, tra Puglia, Basilicata e Molise, sono in attesa del via libera”.

Enlight, per portare a compimento lo sfruttamento delle risorse naturali nelle terre occupate, viene finanziata da Clal. Come segnala Who Profits, quest’ultima detiene il 6,7% di Enlight Renewable Energy e nel 2019 ha firmato accordi con Enlight per un totale di 70 milioni di NIS per il finanziamento di quattro progetti di parchi solari. Già nel 2018 le due avevano firmato un altro accordo di finanziamento per un totale di 160 milioni di NIS destinati a impianti di produzione fotovoltaica.

Sul loro sito si raccontano come un’azienda nata per progetti di energia solare di piccola scala su tetti, per poi diventare una “leading global renewables platform” con progetti su scala industriale in 10 Paesi. Traducendo, “I nostri sforzi per accelerare la transizione energetica sono fondamentali nel percorso verso il Net Zero. Per Enlight: “fare impresa facendo del bene è una cosa reale e radicata nel nostro lavoro quotidiano”.

Chi ricopre ruoli di comando all’interno di Enlight? 

Nella Board of Directors troviamo:

Gilad Yavetz

“Co-fondatore e amministratore delegato della società dalla sua nascita nel 2008 fino all’ottobre 2025, quando ha assunto l’attuale ruolo di presidente esecutivo. Prima di fondare Enlight, Gilad ha ricoperto il ruolo di vicepresidente marketing e vendite presso BVR, un’azienda high-tech che collabora con le principali forze militari di tutto il mondo.

Come riportato nell’articolo dello scorso dicembre Dopo aver guidato gli sforzi di recupero degli ostaggi di Israele, il maggiore generale Nitzan Alon si unisce all’ex CEO di Enlight per sostenere l’innovazione energetica “Gilad Yavetz e il maggiore generale Nitzan Alon hanno deciso per la prima volta di istituire un fondo di capitale di rischio focalizzato sul settore energetico nell’estate del 2023. Tuttavia, lo scoppio della guerra il 7 ottobre di quell’anno, che colpì profondamente la vita di entrambi, mise in pausa i loro piani. Yavetz, allora amministratore delegato della società di energia rinnovabile Enlight, perse suo figlio, il capitano Yiftah Yavetz, nei combattimenti, mentre Alon, un membro senior della società informatica Matrix, fu chiamato nelle riserve per dirigere il Quartier Generale degli ostaggi e delle persone scomparse dell’IDF. Ora, dopo che Alon ha completato il suo incarico circa un mese fa e Yavetz è passato a ricoprire la carica di presidente di Enlight, i due stanno tornando alla loro visione originaria: lanciare il fondo concepito per la prima volta due anni e mezzo fa.” 

Yair Seroussi

“Vicepresidente del consiglio di amministrazione, dopo un mandato di sette anni come presidente. È presidente di ZIM Integrated Shipping Services Ltd. (NYSE: ZIM), un operatore di spedizioni globali. Seroussi porta con sé un’immensa esperienza nel consiglio di amministrazione, avendo ricoperto la carica di presidente della Bank Hapoalim, una delle più grandi banche israeliane, e dell’Associazione delle banche in Israele, e avendo guidato le operazioni israeliane di Morgan Stanley per oltre 15 anni”.

Come testimonia l’articolo Israeli banks under fire for soaring profits amid Gaza genocide, le più grandi banche israeliane hanno visto i loro profitti salire alle stelle con il genocidio in Palestina. In particolare, le banche maggiormente coinvolte sono cinque: Bank Leumi, Bank Hapoalim, Mizrahi Tefahot, Israel Discount Bank e First International. Queste cinque grandi banche hanno accumulato, secondo il Financial Times, un utile netto di 29,5 miliardi di NIS (circa 7,8 miliardi di dollari) nel 2024. Sia Leumi che Hapoalim, inserite nella UN Blacklist, hanno riportato guadagni record.

Inoltre, Bank Hapoalim è una delle numerose banche israeliane inserite nella lista di boicottaggio e disinvestimento del più grande fondo sovrano del mondo, Norges Bank Investment Management. 

Who Profits sottolinea che “La Hapoalim Bank fornisce basi finanziarie e servizi per le attività di insediamento e l’espansione degli insediamenti e trae vantaggio dall’attività finanziaria negli insediamenti israeliani illegali nei territori palestinesi occupati. Finanzia varie società di costruzione per realizzare progetti immobiliari negli insediamenti della Cisgiordania occupata e detiene come garanzia i diritti della società sul terreno e sul progetto. 

La Hapoalim Bank ha guidato il finanziamento della costruzione dei parchi eolici Ruach Beresheet ed Emek Habacha nel Golan siriano occupato con oltre 1 miliardo di NIS per Enlight Renewable Energy. Tutti progetti su larga scala che sfruttano i terreni occupati e le loro risorse naturali, insieme agli insediamenti della zona e a beneficio delle famiglie e dell’industria israeliane su entrambi i lati della Linea Verde.

La Hapoalim Bank promuove e sponsorizza tour in collaborazione con organizzazioni di coloni nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme Est e nel Golan siriano. La Bank Hapoalim gestisce filiali e sportelli automatici di servizi bancari negli insediamenti nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme Est e nel Golan siriano. Nel 2022 ha finanziato la creazione del campo militare “Ofek Rahav” del Ministero della Difesa israeliano e già nel 2012 ha prestato a questo 200 milioni di euro per finanziare l’acquisto di 30 aerei da addestramento e istruzione per un importo di 1 miliardo di euro.

La Hapoalim Bank beneficia dell’accesso al mercato bancario palestinese come mercato vincolato. Secondo il Protocollo di Parigi, l’economia palestinese è soggetta alla valuta israeliana e i rapporti finanziari del mercato bancario palestinese con il resto del mondo devono passare attraverso il sistema bancario israeliano. Le banche palestinesi devono fare affidamento sulle banche israeliane, che fungono da banche corrispondenti, per i trasferimenti di fondi e i servizi di compensazione, per i quali la banca richiede depositi di garanzie di cassa esorbitanti e addebita commissioni elevate, e impone restrizioni al trasferimento di denaro.”

Amit Paz

“Co-fondatore di CINO (Chief Innovation Officer) e Co-fondatore di Enlight, attualmente alla guida delle iniziative di innovazione dell’azienda. Porta decenni di esperienza nella gestione di progetti su larga scala in Israele e all’estero. Prima della fondazione di Enlight, è stato vicepresidente delle alleanze strategiche di Baran Group, una delle più grandi società di ingegneria israeliane.”

Sempre segnalato da Who Profits, Baran Group è un fornitore israeliano di ingegneria civile, tecnologia, telecomunicazioni e soluzioni di costruzione, operatore globale quotato in borsa. Tra gli ultimi coinvolgimenti negli insediamenti nei territori palestinesi occupati, nel febbraio 2024, Baran Israel, una sussidiaria interamente controllata da Baran Group, ha pubblicato una gara aperta per lavori di sviluppo per completare un progetto residenziale nell’insediamento di Ma’ale Adumim nella Cisgiordania occupata. Lavori che la società aveva in parte già realizzato nel 2022 e nel 2023 e che includevano la demolizione di strade, infrastrutture agricole sotterranee, la costruzione di un passaggio sotterraneo, muri di contenimento.

Nel maggio 2020 la società ha firmato un contratto con Elbit Systems per la pianificazione e la gestione del trasferimento delle fabbriche dell’industria militare israeliana (IMI) nella zona industriale di Ramat Beka nel Naqab, per un valore di circa 18 milioni di dollari (60 milioni di NIS). Nel 2019, al Gruppo Baran è stato concesso un contratto con la polizia israeliana per la costruzione e la manutenzione di edifici per un valore di circa 7 milioni di NIS.”

Nel settore energetico, invece, nel 2022 Baran Israel ha gestito l’installazione della prima turbina presso la centrale elettrica del parco eolico di Beresheet, nel Golan siriano occupato, un grande progetto di Enlight Renewable Energy.

Notando, dunque, i numerosi progetti che Enlight Renewable Energy possiede nei territori palestinesi occupati e nel Golan siriano, di seguito segnaliamo quelli indicati dal gruppo di ricerca WhoProfits: 

Progetto di energia eolica Ruach Beresheet

“Attraverso la sua filiale Ruach Beresheet L.P., Enlight è la proprietaria di maggioranza del parco eolico Ruach Beresheet (Wind of Genesis) nel Golan siriano occupato, a oggi il più grande progetto di energia rinnovabile israeliano esistente su entrambi i lati della Green Line finora.

L’impianto si trova nella zona di Tel el Farass, nel sud-est del Golan siriano, ed è stato istituito dalla società in collaborazione con gli insediamenti di Yonatan, Alonei HaBashan, Ramat Magshimim, Mevo Hama, Natur, Kanaf, Avnei Eitan e Ma’ale Gamla, che insieme possiedono il 10% del progetto.

Dispone di 39 turbine eoliche con una capacità installata di 207 MW, grazie alle quali si prevede di fornire elettricità a 70.000 famiglie e generare un fatturato annuo di 192 milioni di NIS nell’ambito di un accordo di 20 anni con la Israel Electric Corporation. Il progetto include anche la costruzione e l’espansione di 35 km di strade e una linea ad alta tensione comprendente fibre ottiche che saranno distribuite sul Golan e consentiranno l’utilizzo di Internet ad alta velocità agli insediamenti della zona. Le 39 turbine sono state fornite da General Electric4, che è anche responsabile della produzione, della fornitura, del trasporto, del sollevamento e del funzionamento delle stesse in loco.

Il progetto è stato costruito da Minrav5 e Nextcom6 che ha effettuato la pianificazione e l’esecuzione delle infrastrutture elettriche, di comunicazione e di ingegneria civile, comprese le fondamenta delle turbine, le strade pavimentate e le superfici delle gru per il progetto. L’istituzione del progetto Ruach Beresheet è stata finanziata da un consorzio guidato da Hapoalim Bank in collaborazione con Migdal Insurance7 e Financial Holdings Ltd. per un importo di 1,05 miliardi di NIS su un costo stimato di 1,25 miliardi di NIS. Nel giugno 2023 Enlight ha attivato le prime turbine del parco eolico.”

Progetto eolico Emek Habacha

“Attraverso la sua filiale Emek HaBacha Wind Energy Ltd., Enlight detiene il 40,85% del progetto eolico Emek Habacha nel Golan siriano settentrionale. Un progetto che presenta 34 turbine eoliche con una capacità installata di 109 MW e che dovrebbe generare energia per 40.000 famiglie israeliane, prospettando un fatturato annuo di 105-145 milioni di NIS in bollette dell’elettricità.

Le turbine sono realizzate dalla società statunitense General Electric (NYSE: GE), che impiega anche ingegneri elettrici e tecnici sul campo, i quali forniscono servizi di manutenzione, gestione e formazione di subappaltatori, ordini di acquisto e lavoro con fornitori, ordinazione di attrezzature e gestione dell’inventario. Il progetto è stato finanziato da un consorzio guidato da Hapoalim Bank ed è diventato operativo nel marzo 2022.”

Progetti aggiuntivi

“La filiale di Enlight, Enlight-Kidmat Zvi LP, gestisce un progetto solare nell’insediamento di Kidmat Tzvi nel Golan siriano. L’altra filiale di Enlight, Peirot HaGolan – Enlight L.P., gestisce un campo fotovoltaico da 1,5 MW nell’insediamento di Merom Golan nel Golan siriano. Ha inoltre sei impianti fotovoltaici installati costruiti su infrastrutture idriche nel Golan siriano in collaborazione con Mei Golan Water Corporation, di proprietà di 27 insediamenti nel Golan. 

Nel gennaio 2022, la società è stata selezionata per partecipare a un programma pilota lanciato dal Ministero dell’Energia e dal Ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale per esaminare la fattibilità del doppio uso dei terreni agricoli per la generazione di elettricità dall’energia solare. Come parte del progetto, Enlight è stata selezionata per sviluppare impianti agro-voltaici nell’insediamento di Carmel nella Cisgiordania occupata e negli insediamenti di Ramat Magshimim e Merom Golan nel Golan siriano. Nel 2023, la società è stata selezionata nuovamente per sviluppare quattro strutture aggiuntive negli insediamenti di Ramat Magshimim e Merom Golan nel Golan siriano occupato.”

Progetti di energia rinnovabile nel Naqab

“L’azienda possiede il 90% del campo solare Eshkol Havetzelet-Halutziot, nella regione di Naqab, con una potenza di 55 MW, che si estende su 1000 dunam di terra (100 ettari). Nell’ambito del sopracitato programma pilota è stata approvata la costruzione di 42 impianti su terreni agricoli nel Naqab. Queste strutture contano un totale di 431,5 dunam e hanno una capacità totale di 35,641 MW. A Enlight sono stati concessi sei progetti pilota.”

PROGETTI su suolo italiano 

PUGLIA: un campo fotovoltaico, un progetto di accumulo, un campo agrovoltaico (riprendiamo dal sito di Enlight) 

Nardò: “Il progetto fotovoltaico Nardò, situato nei pressi della città di Nardò in Puglia, nel sud Italia, avrà una capacità installata di 97 MW. Il sistema comprende pannelli solari a struttura fissa. Una parte essenziale dell’impianto è il progetto del ‘Parco Verde’, che si estende su una superficie di 40 ettari e offre ai residenti di Nardò un’area verde ricreativa.” Localizzato nelle vicinanze, “il progetto di accumulo (storage) Nardò si prevede diventerà uno dei più grandi sistemi di accumulo di energia a batteria del Paese, con una capacità di 1.254 MWh.”

Quello di Nardò è l’unico impianto di accumulo di Enlight in Europa, altri 8 sono nei territori palestinesi occupati, un altro negli USA, nello Stato di New Mexico.

Gravina PV “è un progetto agrovoltaico a Gravina di San Felice, vicino a Gravina di Puglia: avrà una capacità installata di 60 MW e consentirà al contempo di utilizzare il terreno per la coltivazione di erbe medicinali.”

BASILICATA: 2 progetti di fotovoltaico 

Montemilone PV: “Il progetto fotovoltaico Montemilone avrà una capacità installata di 20 MW, è ubicato nei pressi di Montemilone e comprende moduli fotovoltaici a struttura fissa.”

Genzano PV: “Il progetto Genzano PV avrà una capacità installata di 20 MW, comprende moduli fotovoltaici di base a struttura fissa e si trova vicino a Genzano di Luca.” 

Meprolight

“È un produttore e fornitore di mirini elettro-ottici e ottici, mirini autoilluminanti per pistole e fucili a visione notturna e mirini e dispositivi termici. L’azienda fornisce attrezzature all’esercito e alla polizia israeliani. Nel 2015 è stata incaricata di fornire all’esercito decine di migliaia di apparecchiature ottiche, mentre nel 2016 ha vinto una gara d’appalto per fornirgli migliaia di mirini reflex MEPRO MOR, un mirino riflesso a punto rosso compatto, robusto, multiuso, multi-attivato con puntatori laser integrati progettati per una ripresa rapida e accurata. La società ha inoltre fornito attrezzature all’esercito durante l’assalto israeliano a Gaza nel 2014.”

Mobilitazioni in Spagna

In Spagna, già tra luglio e agosto scorsi sono state chiamate all’attenzione e denunciate le implicazioni e la complicità di Enlight Renewable Energy nei territori illegalmente occupati in Palestina e Siria. Come viene riportato dall’articolo Más de 130 oenegés y colectivos denuncian a la empresa israelí Enlight por “promotora de la ocupación de Palestina”, oltre centinaia di organizzazioni a difesa dell’ambiente e dei diritti umani hanno inviato una lettera a Pedro Sanchez in cui chiedono di intterrompere le operazioni commerciali della società israeliana su suolo spagnolo. 

Nell’articolo La ocupación a través de las renovables: grupos de Amigas de la Tierra exigimos a los gobiernos cortar relaciones con una empresa energética israelí  si riporta la mobilitazione dell’associazione Amici della Terra in Spagna che sottolinea la responsabilità di Enlight Renewable Energy inquadrandola in una storia di collaborazione con le forze di occupazione israeliane. Oltre che in Italia e in Spagna, l’azienda promuove progetti in Croazia, Irlanda, Ungheria, Serbia, Kosovo, Svezia e Stati Uniti. Sostenendo che “i governi che collaborano con Enlight violano il diritto internazionale”, l’associazione ha dunque lanciato l’appello al boicottaggio. 

Segnalando il coinvolgimento del co-fondatore Yavetz con l’industria bellica israeliana (di cui sopra), rimarca la lunga esperienza di collaborazione tra Enlight Renewable Energy e l’IDF  in progetti di energia rinnovabile. “Nel 2011 Enlight ha vinto una gara d’appalto per installare 45 pannelli solari sui tetti delle basi dell’IDF, generando 2,25 megawatt di elettricità, il che rappresentava il più grande progetto dell’azienda in quel momento. L’IDF lavora attivamente per aumentare l’uso di fonti di energia rinnovabile e all’interno delle proprie basi, come nel caso del megaprogetto solare della base aerea Ramón (2017). Secondo una nuova proposta quadro, Enlight manterrà un’infrastruttura che costruirà per circa 15 anni, prima di trasferirne la proprietà all’IDF, e condividerne i profitti.”

Altre azioni di denuncia portate avanti in Spagna in solidarietà con la Palestina sono avvenute contro un parco eolico di proprietà di Enlight a Gecama. Nell’articolo Protest against Israeli-owned wind farm over developer’s ‘support for genocide’ in Gaza vengono riportati i motivi del dissenso: “La protesta ha avuto luogo presso il parco eolico Gecama da 331 MW, che è stato avviato nel 2022 e dispone di 69 turbine fornite dal produttore tedesco Nordex. Enlight detiene una partecipazione del 72% nel progetto e a inizio 2025 ha annunciato di essersi assicurata un finanziamento per trasformare il parco eolico nel più grande complesso di energia ibrida in Spagna attraverso l’aggiunta di un parco solare da 250 MW e di un sistema di accumulo di energia a batteria da 100 MW.” 

Si aggiunge, inoltre, che nel rapporto sulla sostenibilità di Enlight del 2024, tra le donazioni della società in ambito filantropico, scelte dai dipendenti, si leggono fondi per il “sostegno all’IDF”. 

Manifestanti al parco eolico Gecama da 331 MW in Spagna, che lo sviluppatore israeliano Enlight vuole trasformare in un importante complesso di energia ibrida. Oriol del Río López – Amigas de la Tierra

  1. ECOENERGY 

Ecoenergy, come viene riportato dall’articolo di Luigi Mastrodonato8 è un’azienda “che sviluppa e gestisce progetti di energia rinnovabile. L’azienda è stata fondata a Kfar Saba nel 2009, periodo in cui è cominciato il boom delle energie rinnovabili in Israele. Tra il 2018 e il 2022 la capacità degli impianti israeliani di energia rinnovabile è aumentata in media del 37 per cento all’anno, più del doppio rispetto ai quattro anni precedenti. Nello stesso periodo il numero di aziende del settore quotate alla borsa di Tel Aviv è raddoppiato”. 

Dal loro sito abbiamo preso in esame i partner   

PHOENIX collabora con almeno 36 compagnie che fanno affari sui territori palestinesi occupati, secondo il database consultabile sul sito Who Profits Research Center, ne citeremo solo alcune con parte della relativa descrizione che appare sul sito, ma invitiamo ad approfondire. 

AFCON HOLDINGS

“Il gruppo si impegna nella progettazione, produzione, integrazione e commercializzazione di sistemi elettromeccanici e di controllo. L’azienda fornisce servizi all’esercito israeliano, al servizio carcerario israeliano e alla polizia israeliana. La consociata interamente controllata dalla società, Afcon Control and Automation, è il rivenditore autorizzato in Israele di metal detector CEIA che sono stati documentati nei checkpoint israeliani nel 2008, come il checkpoint Cave of the Patriarchs a Hebron, il checkpoint Beit Iba e il checkpoint Erez a Gaza, nonché i checkpoint nella Valle del Giordano occupata.”

Ashtrom Group

“Una società israeliana quotata in borsa attiva nei settori della contrattazione, dello sviluppo residenziale, delle proprietà che producono reddito, degli alloggi in affitto, delle industrie delle costruzioni e delle energie rinnovabili. Attraverso le sue filiali, la società gestisce una cava nella Cisgiordania occupata e un impianto di cemento nella Gerusalemme Est occupata, ed è coinvolta in un progetto di energia rinnovabile nel Golan siriano occupato.Inoltre si occupa di fornire servizi agli insediamenti: l’azienda gestisce una fabbrica di cemento nella zona industriale di Atarot nella Gerusalemme Est occupata”.

Bank Leumi

“Bank Leumi Le-Israel B.M. è una banca commerciale israeliana che fornisce una varietà di servizi bancari e finanziari. Bank Leumi fornisce basi finanziarie e servizi per le attività di insediamento e l’espansione degli insediamenti, e beneficia dell’attività finanziaria negli insediamenti israeliani illegali nel territorio palestinese occupato.”

Cellcom Israel

“Un gruppo di telecomunicazioni israeliano quotato in borsa che fornisce una vasta gamma di servizi di comunicazione. Cellcom è il più grande fornitore di telefonia mobile israeliano, che fornisce una vasta gamma di servizi tra cui telefonia cellulare, servizi cellulari, servizi a banda larga ad alta velocità, servizi multimediali, servizi televisivi over-the-top (OTT), infrastrutture Internet e servizi di connettività, servizi di chiamata internazionali e servizi telefonici fissi. Cellcom fornisce servizi di telecomunicazione e infrastrutture cellulari agli insediamenti della Cisgiordania occupata, Gerusalemme Est e del Golan siriano, e fornisce servizi cellulari e Internet al Ministero della Difesa israeliano, all’esercito israeliano e all’Amministrazione civile israeliana nella Cisgiordania occupata. La società ha fornito infrastrutture cellulari all’esercito israeliano all’interno della Gaza occupata.”

RGREEN collabora con: 

Tahal Group International 

“Una società di ingegneria multinazionale specializzata in sistemi idrici e acque reflue. Tahal Group International è stato incaricato di sviluppare il piano generale per il riutilizzo delle fognature e delle acque reflue per Gerusalemme. Il piano generale copre l’impianto occidentale (Sorek-Refa’im), che serve gli insediamenti di Givat Zeev e Beitar Illit nella Cisgiordania occupata, così come due impianti, Homat Shmuel e Nabi Musa, che trattano le acque reflue del bacino orientale di Gerusalemme.

L’impianto di trattamento delle acque reflue orientali (Nabi Musa) tratta le acque reflue dei quartieri nord-orientali di Gerusalemme (compresi i quartieri degli insediamenti di Neve Ya’akov e Pisgat Ze’ev) così come gli insediamenti di Ma’aleh Adumim, Ma’aleh Adumin Industrial Zone, Adam, Anatot e Mitzpeh Yericho. L’impianto di trattamento è stato costruito nell’area di Nabi Mussa nella Valle del Giordano nella Cisgiordania occupata, su un appezzamento di 200 dunam da utilizzare per lagune aerate. Secondo il progetto di Tahal, l’impianto avrà il potenziale per trattare le acque reflue dal bacino dell’Og e dalla valle di Kidron. L’impianto orientale sostituirà il bacino idrico di Og, situato vicino al Mar Morto, che viene temporaneamente utilizzato come impianto di trattamento delle acque reflue. Il serbatoio continuerà ad essere utilizzato come serbatoio per gli effluenti trattati utilizzati nell’irrigazione all’interno degli insediamenti agricoli nella Valle del Giordano occupata.”

ZIM Integrated Shipping Services

“Zim Integrated Shipping Services Ltd., comunemente nota come ZIM, è una società di trasporto merci internazionale israeliana quotata in borsa. L’azienda è una delle prime 10 compagnie di navigazione al mondo, che opera in più di 100 Paesi in oltre 330 porti in tutto il mondo, offrendo servizi di carico secco, merci refrigerate, merci speciali, merci pericolose e trasporto interno. La società era precedentemente di proprietà statale israeliana ed è stata privatizzata alla fine del 2003.” 

Ricordiamo in merito che la compagnia ZIM è stata più volte bloccata nei suoi tentativi di attraccare nei porti italiani durante gli scioperi generali a cui hanno contribuito in maniera significativa e determinante i gruppi di lavoratori portuali autonomi. Da Genova a Livorno sino a Taranto numerose giornate di lotta hanno avuto la capacità di impedire alla ZIM di approdare sul territorio italiano. 

Cronologia della mobilitazione “Blocchiamo tutto”  

Riprendiamo il comunicato di USB in merito al blocco a Genova della nave merci della compagnia israeliana Zim: boicottiamo le navi del genocidio in tutta Italia.

“Nella sera del 27/09/2025, durante la partenza del corteo in solidarietà alla Palestina previsto a Genova, i portuali del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) sono venuti a conoscenza dai lavoratori in turno che, proprio in quel momento, presso il terminal Spinelli si trovava ormeggiata la nave Zim New Zealand della compagnia Israeliana ZIM con 10 container sospetti. Immediatamente i portuali insieme a una parte della città hanno scelto di entrare in porto per impedire che la nave venisse caricata mentre il resto della città giungeva in solidarietà presso Varco Etiopia. L’USB ha immediatamente proclamato sciopero di 24h a partire dalle 21.30 presso il terminal per garantire la possibilità di astensione dal carico e scarico di armamenti. Entro poche ore, dato l’incredibile numero di lavoratori e studenti  accorsi in solidarietà, è stato ordinato alla nave di lasciare immediatamente la banchina. Una grande vittoria della città di Genova e dei portuali del CALP, che ancora una volta dimostra il ruolo che la classe operaia può e deve svolgere contro la guerra al fianco del popolo Palestinese, contro il genocidio e contro il riarmo Europeo.

Successivamente un corteo partito da Varco Etiopia ha raggiunto la prima mobilitazione prevista per ritrovarsi in piazza Matteotti e raccontare a tutta la cittadinanza quanto accaduto nel corso della notte, rilanciando l’eventuale sciopero generale immediato in caso di attacco alla Global Sumud Flotilla, ripartita proprio ieri notte. 

Le iniziative nei rispettivi porti contro le merci israeliane si stanno moltiplicando, poniamo con urgenza il tema della necessità di un embargo immediato a tutte le merci dirette o provenienti da Israele.”

Nei giorni successivi la nave Zim Virginia avrebbe dovuto attraccare presso il terminal Darsena Toscana a Livorno, nello specifico durante la notte di lunedì 29 settembre. Per contro è rimasta per tutto il giorno in rada, così come era successo a Genova due giorni prima. I portuali, appoggiati sia dal sindacato di base Usb che dalla Filt Cgil. avevano infatti confermato: «Nessuna operazione di sbarco, imbarco e stoccaggio verrà effettuata». 

Chi investe in ECOENERGY ? 

Come detto il settore delle rinnovabili per Israele è un grande campo di profitto in crescita. In merito a questo riportiamo una dichiarazione di Ecoenergy a seguito di un investimento ricevuto. E’ interessante indagare su chi siano i partner finanziatori. 

“Econergy Renewable Energy è lieta di annunciare il completamento di un collocamento privato di circa 250 milioni di NIS (62,5 milioni di euro). L’aumento di capitale è stato realizzato mediante l’emissione di circa 9,06 milioni di azioni ordinarie al prezzo di 27,6 NIS per azione, con uno sconto del 4,5% rispetto al prezzo di chiusura al 12 giugno 2025. Questo investimento rappresenta un forte voto di fiducia nella strategia dell’azienda e nel suo percorso di crescita a lungo termine in tutte le sue attività europee.”

Tra i principali partecipanti all’operazione figurano:

Migdal Insurance ha aumentato la sua partecipazione a circa il 9% con un investimento di 54 milioni di NIS (13 milioni di euro).

• Il Gruppo Phoenix ha investito 80 milioni di NIS ed è diventato un azionista significativo con una partecipazione del 5,17% (19 milioni di euro).

• Anche Mor Capital ha raggiunto una partecipazione del ~5,17% a seguito di un investimento di -45 milioni di NIS (11 milioni di euro).

Menora Insurance invece ha acquisito -2,54 milioni di azioni per circa 70 milioni di NIS (-17 milioni di euro).

Sempre grazie al database presente sul sito del centro di ricerca indipendente Who Profits riportiamo le descrizioni delle società finanziatrici qui di seguito: 

Migdal Insurance

“Una società israeliana quotata in borsa che opera nei settori delle assicurazioni, delle pensioni e dei servizi finanziari. Come ha dimostrato una precedente ricerca di Who Profits, Migdal e altre importanti compagnie assicurative israeliane sono complici nel finanziamento della costruzione e dei progetti di insediamento e di trasporto, nello sfruttamento delle risorse naturali occupate e nel complesso militare-industriale di Israele, sia direttamente che attraverso le loro partecipazioni in altre società.”

Per ulteriori informazioni sulla complicità delle compagnie assicurative e dei fondi pensione israeliani, leggasi il rapporto di Who Profits: Assicurare l’espropriazione: la complicità di cinque compagnie assicurative e pensionistiche israeliane nella violazione dei diritti palestinesi.

Riprendendo l’articolo di Internazionale e come riportato in precedenza “Tra le aziende coinvolte in alcuni di questi progetti c’è l’israeliana Phoenix Financial, attiva nel settore assicurativo e degli investimenti patrimoniali, e che tra le altre cose fornisce servizi al ministero della difesa e alla polizia israeliana. Dal 2023 ha concesso alla Econergy prestiti di centinaia di milioni di euro per realizzare impianti fotovoltaici in Polonia e Romania. In alcuni casi è diventata comproprietaria degli impianti.

La Econergy non ha risposto alle domande sull’eventuale coinvolgimento della Phoenix Financial nei progetti italiani e sui suoi legami con l’esercito israeliano, “visto che tra i vertici c’è una figura con una lunga esperienza in quel settore. Inoltre, l’azienda oggi è impegnata in altri progetti in Sicilia e a settembre Unicredit le ha concesso un finanziamento da 58 milioni”. 

E’ utile verificare anche chi ricopre i ruoli dirigenziali dell’azienda ECOENERGY:

Il Dott. Elad Kerner, vicepresidente esecutivo e consigliere generale, secondo la biografia presente sul sito di Ecoenergy è “un esperto in transazioni commerciali, trattative complesse, investimenti internazionali, energia rinnovabile e progetti immobiliari, sviluppo di progetti commerciali, fusioni e acquisizioni, finanza e titoli, transazioni di difesa, consulenza, opinioni e rapporti agli amministratori delegati, dirigenti, consiglio di amministrazione e azionisti, governo societario, conformità ed etica, proprietà intellettuale e contenzioso. Prima di Econergy Kerner è stato vicepresidente esecutivo e consigliere generale per Israel Aerospace Industries, vicepresidente per una società internazionale di rinnovabili, partner di rinomati studi legali in Israele, presidente del comitato fiscale municipale d’appello per il comune di Givat Shmuel e giudice militare con il grado di tenente colonnello nelle forze di difesa israeliane. Ha conseguito un dottorato di ricerca in giurisprudenza, e frequentato corsi di gestione aziendale (senza laurea) presso l’Università di Bar Ilan.”

Il fatto che il vicepresidente dell’azienda sia un ex giudice militare con grado di tenente colonnello nelle forze di difesa israeliane, si commenta da sé. Ci chiediamo quali siano le competenze specifiche che abbiano permesso a Kerner di diventare un leader nel settore delle energie rinnovabili a partire dal suo ruolo nell’IDF: probabilmente ciò che torna utile è la dimestichezza con l’occupazione dei territori e l’espropriazione delle risorse altrui. 

Un occhio di riguardo va dato anche nei confronti del manager italiano di Ecoenergy, il signor Luca Talia che, sempre dalla biografia sul sito ufficiale dell’azienda, viene descritto come segue: 

“E’ attivo nel settore delle energie rinnovabili dal 2009 con un forte background nelle competenze tecniche, commerciali e operative degli impianti. Ha un’esperienza internazionale nella vendita, costruzione e gestione di impianti di biogas soprattutto in Italia, Europa, Sud-Est asiatico e Sud America. Come plant manager Talia si occupa dell’O&M, della gestione finanziaria, dell’ottimizzazione dei costi, dell’approvvigionamento di biomassa e della gestione del team operativo. Prima di Econergy, ha trascorso diversi anni nel settore del biogas iniziando come engineering manager in Sebigas con più di 80 progetti commissionati con successo, sia di produzione di energia elettrica che di iniezione di reti di biometano. È stato anche sviluppatore e poi amministratore delegato della Thailand Joint Venture. Prima di allora ha operato nell’industria siderurgica per 6 anni come ingegnere di progetto che sviluppava impianti di laminazione a caldo in tutto il mondo per Siemens VAI Metals Technologies. Ha conseguito un Master in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Milano”.

Luca Talia, contattato dal giornalista di Internazionale in merito alle complicità con le aziende israeliane che sfruttano i territori occupati in Palestina, ha preferito non rispondere.

Il ribaltamento della realtà 

E’ inquietante il lavoro svolto per ribaltare la realtà dei fatti. Alla luce di tutte queste informazioni è importante dare spazio alla presentazione che Ecoenergy fa di sé, dal suo sito: 

La nostra Vision

L’energia rinnovabile sarà la fonte di alimentazione delle generazioni future.

La nostra Mission

Sviluppare, costruire e gestire impianti di energia rinnovabile di proprietà su scala industriale, guidati dalla massima competenza di settore sul piano regolatorio e normativo, sulla tecnologia in ogni fase cruciale, dalla creazione del progetto alla fornitura di energia.

La nostra Storia

Abbiamo costruito Econergy dalle fondamenta, con la convinzione profonda che l’energia sostenibile sia il migliore investimento della nostra generazione – per il nostro pianeta e i nostri azionisti.

MAPPA PROGETTI ECOENERGY su suolo italiano

I principali progetti in Italia, dal Piemonte alla Sicilia, riguardano – secondo il sito dell’azienda – i seguenti Comuni. 

  • Rivarolo – 11.5 MWp (Piedmont).
  • Cumiana – 4.2 MWp (Piedmont).
  • Palmeri – 1 MWp (Sicily).
  • Gallo Assunta – 1 MWp (Sicily).
  • Favari – 1 MWp (Sicily).
  • Indovina – 1 MWp (Sicily).

Ne mancano alcuni, in particolare il caso di Carisio seguito da vicino dal Circolo Tavo Burat di Biella con cui abbiamo avuto occasione di sviluppare alcune approfondite interviste all’agricoltore che rischia l’esproprio dei suoi terreni a causa della costruzione della cabina elettrica che dovrebbe fare da raccordo per diversi impianti di agrivoltaico di proprietà di Ecoenergy. Qui anche Confagricoltura Vercelli e Biella manifesta la propria contrarietà alla realizzazione dell’impianto agrivoltaico E-VERGREEN e alle opere connesse nel territorio dei Comuni di Santhià, Carisio e Buronzo: in primis per l’enorme sottrazione di terreno oggi vocato e necessario alla produzione risicola, situato in zona di Baraggia – riconosciuta DOP – e in secundis per il conseguente impatto economico-ambientale e per l’occupazione di terreni agricoli sicuramente non adatti ad un impianto di tale dimensione.

La creazione di impianti agrivoltaici, infatti, andrebbe a snaturare la vera identità produttiva del territorio, inoltre la sottrazione di risaie interferirebbe negativamente sulla biodiversità unica e tipica di tale coltura e andrebbe a inficiare il riconosciuto ruolo ambientale di ricarica delle falde.

Anche sul sito del Ministero non compare il suddetto impianto di Santhià-Cavaglià perché è un’istanza recente, nonostante l’impianto sia molto grande è finito proceduralmente in Provincia di Biella. Facendo la ricerca a questo link, appaiono però due progetti che riguardano la provincia di Oristano, in Sardegna, non presenti sul sito dell’azienda:

Progetto di un impianto agrivoltaico, della potenza complessiva pari a 51,86 MWp, da realizzarsi nel Comune di Zerfaliu (OR) e Solarussa (OR), con opere di connessione alla RTN.ECOENERGY SOLAR PARK 1 S.r.l.
Progetto per la realizzazione di un impianto eolico, ai sensi dell’art.23 del D.Lgs. 152/2006, costituito da 14 aerogeneratori, ciascuno di potenza nominale pari a 6,6 MW, e dalle opere necessarie di connessione alla RTN, per una potenza complessiva di 92,4 MW, da realizzarsi nei Comuni di Ballao (SU) e Armungia (SU).Econergy Project 2 S.r.l.Valutazione Impatto Ambientaleinfo
Progetto per la realizzazione di un impianto agrivoltaico denominato “Cascina Chiaranta” collegato alla RTN di potenza nominale 126,35 MWp collocato nei comuni di Bosco Marengo e Alessandria (AL).ECONERGY SOLAR PARK 2 S.R.L.Valutazione Impatto Ambientale (PNIEC-PNRR)info
impianto agrivoltaico denominato “Cascina Chiaranta” collegato alla RTN di potenza nominale 126,35 MWp collocato nei comuni di Bosco Marengo e Alessandria (AL) e relative opere di reteECONERGY SOLAR PARK 2 S.R.L.

Per l’impianto agrivoltaico denominato “Cascina Chiaranta” collegato alla RTN di potenza nominale 126,35 MWp, collocato nei comuni di Bosco Marengo e Alessandria (AL) e relative opere di rete, la VIA risulta conclusa. 

Per quanto riguarda il progetto nei comuni di Ballao e Armungia nel sud della Sardegna,  in questo dossier è possibile leggere la presentazione dell’azienda Ecoenergy:

“Il proponente del progetto è Ecoenergy Project 2 S.r.l., società del gruppo Ecoenergy (in seguito

Ecoenergy o Ecoenergy Group) con sede a Milano. Ecoenergy Group è un gruppo internazionale di investimenti e gestione, investitore attivo e gestore di risorse di energia rinnovabile nel mercato italiano da quasi un decennio. Tra i 20 principali gestori di risorse rinnovabili in Italia, il Gruppo Ecoenergy si sta attualmente concentrando sulla creazione di valore per gli investitori aumentando la propria presenza sul mercato europeo delle energie alternative e continuando la sua acquisizione e la strategia di gestione attiva di risorse rinnovabili di alta qualità. Il gruppo è stato recentemente classificato tra i primi 50 principali team di investimento in energie rinnovabili in Europa. Con investimenti e gestione di asset per un valore di oltre 350 milioni di euro e un totale di 90 MW acquisiti, con oltre 600 MW di progetti in grid parity in fase di sviluppo, la societá ha negoziato con successo piú di 20 accordi di finanziamento con le migliori banche italiane. Il gruppo gestisce un portafoglio che comprende 30 impianti situati in Puglia, Piemonte, Lazio, Sardegna e Toscana, operativi e collegati alla rete per una media di 6 anni, con una produzione cumulativa di oltre di 50 GWh all’anno.”

3. SUNPRIME

Sunprime è un produttore di energia rinnovabile che sta sviluppando impianti fotovoltaici in tutta Italia, concentrandosi sul segmento commerciale e industriale (C&I), su impianti a terra su terreni industriali e sistemi di accumulo industriali di energia elettrica (Battery Energy Storage Systems).

In seguito all’investimento iniziale del management, dal 2021 la società ha raccolto oltre 90 milioni di euro di equity da Nofar Energy, una società internazionale di energie rinnovabili quotata alla Borsa di Tel Aviv (NOFR) con una capitalizzazione di mercato di circa 1 miliardo di euro e circa 1,5 GW di attività nel settore delle energie rinnovabili in Europa e negli Stati Uniti, e Noy Fund, il più grande e importante fondo infrastrutturale israeliano con quasi 3 miliardi di euro di asset in gestione.

A oggi Sunprime è uno degli operatori del settore che ha avuto maggior successo nei bandi DMFER del GSE, con oltre 240 MW di progetti che si sono aggiudicati la tariffa CfD del GSE, e oltre 150 MW in esercizio.

Noy Fund, Nofar e Sunprime di recente hanno siglato una joint venture per sviluppare progetti fotovoltaici in Italia e, come viene riportato in un articolo del febbraio 2021, l’accordo tra i tre grandi gruppi alimenta in maniera sostanziale lo sviluppo di progetti rinnovabili di aziende israeliane in Italia. La joint venture è volta alla gestione della fase di sviluppo fino alla costruzione della pipeline, prevista entro il 2025. NoyFund e Nofar sono i due principali fondi di investimento israeliani. Noy Fund incorpora la maggior parte dei principali investitori istituzionali di Israele, tra cui Altshuler Shaham, la Fenice, Menora, Clal, Migdal, Amitim, Meitav Dash, Psagot, Halman Aldubi, Poalim Capital Markets e altri. 

E’ interessante indagare i progetti, le costruzioni, gli investimenti che queste aziende accorpate in Noyfund portano avanti nei territori occupati in Cisgiordania. Di seguito un piccolo quadro per il quale riprendiamo la descrizione da WhoProfits. 

Clal finanzia Bar Amana Buildings Construction & Development Co,: è una società di costruzione e sviluppo di proprietà del movimento di insediamento Amana (dal movimento di insediamento della Central Cooperative Association Gush Emunim). Amana è considerata il principale braccio di insediamento dei coloni, che lavora per stabilire insediamenti illegali e avamposti nel territorio palestinese occupato. L’azienda ha sede nel quartiere di Ma’alot Dafna nella Gerusalemme Est occupata.

La società sviluppa e commercializza progetti residenziali in insediamenti in tutta la Cisgiordania occupata, compresi quelli di Karnei Shomron, Adam-Geva Binyamin, Efrat, Elazar, Alon Shvut, Ibei HaNahal, Adora, Beit Hagai, Beit Yatir, Bruchin, Barkan, Dolev, Hemdat, Tal Menashe, Talmon, Tene Omarim, Yitzhar, Kfar Tapuach,, Carmel, Ma’ale Levona, Neveh Tzuf (Halamish), Kiryat Arba, Shim’a, Nofim, Susya, Ma’on, Ma’ale Hever, Ateret, Einav, Eli, Alei Zahav, Ofra, Otniel, Pedu’el, Almog, Kiryat Netafim, Karnei Shonron,

Ha realizzato progetti per la costruzione di nuovi quartieri sempre negli stessi insediamenti della Cisgiordania occupata, tra cui il quartiere Karmei Shilo nell’insediamento di Shilo, il quartiere Nofei Mamre nell’insediamento di Kiryat Arba e il quartiere Nofei Shim’a in quello di Shim’a.”

Questa società è il chiaro esempio del progetto concreto di occupazione dei territori da parte di Israele, con costruzioni atte a imporre insediamenti illegali.

MIGADAL finanzia Molitan Industries:

“Un produttore privato israeliano di filo per cucire. La società gestisce una fabbrica a Barkan I.Z, una zona industriale di insediamento nella Cisgiordania occupata”.

Psagot Winery

“Psagot Winery è la più grande cantina di insediamento della Cisgiordania occupata, che produce circa 750.000 bottiglie all’anno e ha sede nella zona industriale di Sha’ar Binyamin nel Consiglio regionale di Mateh Binyamin. Il sito della cantina comprende un impianto di produzione di vino, una cantina e un centro visitatori. Offre tour, ospita eventi, conferenze e seminari, e gestisce un’enoteca, una caffetteria e un vivaio.I vini Psagot sono prodotti da uve provenienti da diversi vigneti negli insediamenti di Psagot, Har Bracha, Elon Moreh e dall’avamposto di Kida, la maggior parte dei quali sono stati piantati su terreni palestinesi di proprietà privata. La cantina commercializza i suoi vini etichettati come “Made in Israel“.”

Nofar è una delle più grandi aziende solari C&I (che si occupa di sistemi di accumulo di energia Commerciali e Industriali) esistenti con oltre 2.000 progetti in tutto il mondo, che genera 350 MW di energia rinnovabile e oltre 90 MW in costruzione. Qui è possibile consultare i suoi risultati finanziari https://ir.nofar-energy.com/investor-relations/financial-results, per quanto riguarda SUNPRIME, ha provveduto a finanziarla con circa 185 milioni di euro (prestito datato luglio 2024). 

A novembre 2025 aprendo il sito di NOFAR energy compariva questo contatore: 

Questo invece è quanto viene riportato sul loro sito in merito alla propria “mission” : 

“Stiamo ridefinendo il futuro dell’energia globale, ma c’è molto di più. Siamo sempre alla ricerca di pionieri visionari, cercatori di sfide e persone devote che si uniscano alla nostra crescita globale.

Siamo orgogliosi di essere un luogo di lavoro che offre pari opportunità indipendentemente da razza, colore, ascendenza, religione, sesso, origine nazionale, orientamento sessuale, età, stato civile, disabilità, identità di genere o stato di veterano. Se hai una disabilità o un bisogno speciale che richiede la nostra attenzione e assistenza nel processo di reclutamento, ti preghiamo di farcelo sapere.”

NOFAR è legata all’azienda Cherriessa, che seleziona ed esporta verdure in Russia e in Europa. Coltiva principalmente carciofi, peperoncini e pomodorini e si trova nell’insediamento di Tomer nella valle del Giordano occupata. La fattoria “Saada” è il più grande coltivatore di pomodorini, con 20 ettari in coltivazione. Altri 10 ettari sono utilizzati per coltivare peperoni e peperoncini.

PROGETTI Sunprime in Italia

Il fondo di investimento israeliano Noy Infrastructure & Energy Investment Fund, con il partner Nofar Energy, ha effettuato un aumento di capitale di 15 milioni di euro relativo all’accordo di investimento di 200 MW con Sunprime Generation, produttore elettrico italiano specializzato nello sviluppo, costruzione e gestione di impianti solari su tetti.

Su un articolo di startupitalia si legge che “Il gruppo Sunprime, attraverso le controllate Sunprime Generation Srl e Sunprime Energia Distribuita Srl, con il supporto degli investitori Noy Fund e Nofar Energy, ha chiuso un contratto di project financing per 150 milioni di euro con un pool di banche austriache e tedesche composto da Kommunalkredit Austria AG, che agisce come mandated lead arranger e structuring bank, insieme a KfW IPEX-Bank e Norddeutsche Landesbank Girozentrale (Nord LB), entrambe in qualità di co-arrangers. Il finanziamento andrà a sostenere la realizzazione di un portafoglio di progetti fotovoltaici greenfield in Italia per un totale di 216 MW, che comprende sia impianti su tetto sia a terra su aree industriali, che beneficeranno di una tariffa fissa per 20 anni concessa dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE) nell’ambito dello schema incentivante del DMFER. Si tratta del più grande finanziamento mai ottenuto in Italia per progetti fotovoltaici su tetti, e comunque tra i più grandi nel settore delle rinnovabili in Italia negli ultimi anni. 

Sunprime utilizza una narrazione molto efficace, un greenwashing che punta alla cancellazione totale dell’origine dei propri profitti. Val la pena scorrere la loro pagina facebook. 

Moncrivello (VC), un impianto da  999 kWp attivo dal 2022, Maleo (LO), dove sorge un impianto da 3.032 kWp attivo dal settembre 2023, di fotovoltaico a terra in area a destinazione urbanistica produttiva con trackers monoassiali, a Salussola in provincia di Biella, dove già sono presenti altri progetti finanziati da aziende israeliane, e moltissimi altri da nord a sud Italia che compaiono sul suo sito a questo link https://sunprime.it/progetti/

Sullo stesso sito appaiono inoltre vaghe informazioni a riguardo di nuovi impianti BESS previsti per il 2026 : BESS in Sviluppo in “Varie Località” con previsione di entrata in esercizio dicembre 2026. “Sunprime ha in sviluppo numerosi progetti per la realizzazione di impianti di accumulo di energia elettrica (BESS) su scala industriale, che insistono sia sulla rete di distribuzione che sulla rete di trasmissione. I progetti sono dislocati su tutto il territorio nazionale e ognuno di questi avrà una capacità di accumulo di 2-4 h. L’obiettivo è la stabilizzazione della rete elettrica fornendo servizi ai gestori della rete, per consentire una gestione migliore della crescente penetrazione della produzione rinnovabile.”

MASSAROSA (Lucca)

Così come risulta dal cartello all’entrata nel cantiere le società interessate all’installazione dei pannelli fotovoltaici a terra risultano essere diverse, prima delle quali la società committente Sunprime Solar Belt srl  con sede a Milano, capitale sociale 10.000 euro, socio unico Sunprime MT srl (dal 16/05/2024). L’impresa esecutrice è Sunprime Development srl con sede a Milano, stesso indirizzo di cui sopra, con capitale sociale 10.000 euro, socio unico Sunprime Holdings srl (dal 1/08/2025). L’impresa subappaltatrice è la SE.CO. srl. 

Sunprime Holdings srl con capitale sociale 17.123.300,00 euro: tra i soci risultano la società Surge srl e vari soci italiani oltre a Andromeda Solutions Korlatolt Felelossegu (Ungheria). Il presidente del CDA Shelach Ran Shaul è nato in Israele e qui residente, così come uno dei consiglieri Yannay Ofer Yosef. Sul sito della Sunprime srl è scritto che la società ha raccolto oltre 90 milioni di euro di equity da Nofar Energy.

Questo progetto è stato ampiamente raccontato nel numero Confluenza 0.2 – La difesa dell’Appennino, nel quale Anna racconta la storia di difesa del territorio, dove sta venendo costruito un campo fotovoltaico promosso da Sunprime, a sua volta finanziata da Nofar e NoyFund. 

4. ELLOMAY

Ellomay Capital Ltd. è una società israeliana attiva nello sviluppo e nella gestione di progetti di energie rinnovabili, quotata in borsa sia a New York che a Tel Aviv con il ticker “ELLO”, e presente nei settori dell’energia solare, del gas naturale, dell’idroelettrico a pompaggio e delle soluzioni per la termovalorizzazione dei rifiuti. Fondata nel 2009, l’azienda ha costruito e acquisito nel tempo un portafoglio diversificato di asset nei mercati energetici, con impianti in esercizio e progetti in sviluppo in varie nazioni, inclusi progetti di foto e agrivoltaico in Italia, Spagna e Stati Uniti, e partecipazioni in impianti in Israele.

Negli ultimi anni l’Italia sembra essere una delle frontiere di espansione europea puntate da Ellomay. Il suo portafoglio italiano comprende impianti fotovoltaici già collegati alla rete e altri progetti “ready to build” (pronti per la costruzione), e si prevede che la capacità totale dei progetti italiani raggiungerà centinaia di megawatt con una pipeline in costruzione e sviluppo che si collega anche a gare nazionali per tariffe incentivanti.

In sintesi, la strategia del modello di business di Ellomay vede nell’Italia un’occasione per portare proprie competenze in un mercato favorevole, sia dal punto di vista della competitività attuale sia degli incentivi, come sottolineato dall’articolo dal titolo Società israeliana firma accordo per aumentare di 5 volte asset fotovoltaici in Italia

Investitori

Per supportare finanziariamente la crescita di questo portafoglio italiano, nel 2025 Ellomay ha concluso una significativa operazione di investimento con Clal Insurance Company Ltd., un importante investitore istituzionale israeliano.

Come riportato sul loro sito ufficiale : “Tel-Aviv, Israele, 20 giugno 2025 (GLOBE NEWSWIRE). Ellomay Capital Ltd., produttore e sviluppatore di energia rinnovabile e progetti energetici in Europa, Israele e Stati Uniti, ha annunciato oggi la chiusura dell’operazione di investimento con Clal Insurance Company Ltd. (Clal), un importante investitore istituzionale israeliano, nel portafoglio solare da 198 MW della società, composto da progetti operativi e progetti in costruzione e sviluppo in Italia. A fronte del suo investimento nel portafoglio solare italiano, Clal ne ha ricevuto una partecipazione del 49%.” 

La struttura dell’operazione prevede la costituzione di una nuova società in partnership (Israeli LP), in cui Ellomay agisce come general partner e insieme a Clal detiene partecipazioni nel veicolo che controlla sette società italiane titolari dei progetti fotovoltaici, comprendenti sia impianti già in esercizio sia quelli pronti per essere costruiti. Nell’ambito dell’accordo è previsto anche un diritto di “first look” per Clal su futuri progetti italiani di Ellomay, consentendo al partner di valutare investimenti analoghi in altri asset che raggiungano lo stato di “ready to build”. La transazione include inoltre strumenti come warrant per l’acquisto di azioni ordinarie di Ellomay, che possono essere esercitati secondo determinate condizioni di mercato come parte del pacchetto complessivo di investimento.

Lo schema finanziario tra Ellomay e Clal riflette un modello di co-investimento istituzionale in infrastrutture energetiche rinnovabili, in cui un developer quotato porta asset e pipeline di progetti, mentre un investitore istituzionale apporta capitale di lungo termine, con un equilibrio di quote di partecipazione (51 % per Ellomay e 49 % per Clal) e diritti di governance che consentono a Ellomay di continuare a dirigere e sviluppare le attività, beneficiando al contempo del sostegno finanziario di un partner stabile nei propri mercati chiave.

Clal Insurance Enterprises Holdings, la controllata di Clal coinvolta nella partnership, è un gruppo finanziario e assicurativo israeliano con attività in assicurazioni, pensioni e servizi finanziari per clienti privati e aziende. Sebbene non sia indicato nel comunicato ufficiale sulla partnership con Ellomay, ricerche più ampie indicano il ruolo di Clal, insieme ad altre grandi assicurazioni israeliane, nel facilitare economicamente le dinamiche di occupazione e colonizzazione che violano i diritti dei palestinesi, come approfondito dal gruppo di ricerca WhoProfits. Oltre alla sua attività principale come grande gruppo assicurativo e finanziario israeliano, la società è stata attenzionata per essere complice nell’espansione e nel sostegno economico dell’occupazione israeliana nei territori occupati. Clal ha fornito infrastrutture finanziarie e prestiti a imprese edili coinvolte nella costruzione di insediamenti in Cisgiordania occupata, trattenendo diritti e garanzie su progetti immobiliari in colonie come Karnei Shomron, Beit Arye, Beitar Ilit, Efrat, Ariel e Kiryat Arba. La società ha inoltre partecipato al finanziamento di progetti militari e di infrastrutture statali israeliane (per esempio il campus ICT per il Ministero della Difesa e la sede della polizia di Yarkon) e, attraverso partecipazioni azionarie in imprese come Elbit Systems, Shikun & Binui, Electra, in banche come Hapoalim, Discount e Leumi, è esposta ad attività collegate alla costruzione di insediamenti, alle infrastrutture di controllo e sfruttamento di risorse nei territori occupati (incluso il Golan siriano), trasporti ai coloni e forniture all’apparato di sicurezza israeliano. 

PROGETTI su suolo italiano

CASCINA VALMAGRA (Alessandria)

Il progetto Spinetta Marengo Solar 1, il cui iter amministrativo è quasi concluso dopo la chiusura della conferenza dei servizi, riguarda la realizzazione di un grande impianto agrivoltaico su circa 24 ettari di terreno agricolo nella zona di Cascina Valmagra, a Spinetta Marengo (Alessandria), e prevede l’installazione di oltre 33.000 moduli fotovoltaici sollevati a circa 4,7 metri dal suolo, con potenza complessiva di quasi 20 MWp. Riportiamo qui un articolo de La Stampa dal titolo L’agrivoltaico mette a rischio la cascina in terra cruda del 1600: “Fermate il progetto”, del 9 dicembre 2025. 

Nel caso di Spinetta Marengo Solar 1 il contratto di acquisto delle particelle catastali che compongono l’area è stato firmato da Carlo Maria Magni in qualità di procuratore per conto di Ellomay. Magni risulta essere CEO di ReFeel, una società italiana attiva nel settore delle energie rinnovabili che opera come contractor EPC (Engineering, Procurement and Construction: https://refeel.eu/it/distributed-generation/), ovvero occupandosi di progettazione, acquisto dei componenti e costruzione di impianti fotovoltaici e servizi correlati in diversi Paesi. ReFeel ha uffici in Italia e all’estero, è impegnata da anni nello sviluppo di soluzioni PV “chiavi in mano” (oltre che in Italia si dichiara all’opera a Panama e in Colombia) e si pone come partner tecnico nell’intera filiera di realizzazione degli impianti. In questo caso la procura di ReFeel riguarda i terreni, interpretati quindi come “componenti” necessari per realizzare l’impianto agrivoltaico, oggetto dell’accordo di compravendita.

Il progetto ha però suscitato ferma opposizione da parte del territorio. Già in fase preliminare il Comune di Alessandria aveva espresso parere negativo, evidenziando tra l’altro come l’attraversamento da parte del cavidotto dell’impianto di aree in fascia fluviale del Bormida comporti rischi idrogeologici e sottolineando la mancata definizione di adeguate compensazioni economiche a favore dell’ente locale, quantificate in 1,8 milioni di euro e non ancora fissate nella conferenza dei servizi. Il Comune ha inoltre richiamato la proliferazione di impianti fotovoltaici nel territorio provinciale e la necessità di frenare il consumo indiscriminato di suolo agricolo.

Il comitato “Salviamo le cascine” è diventato uno dei principali soggetti di opposizione, sollecitando la Provincia di Alessandria a dire “no” alla realizzazione dell’impianto e depositando osservazioni formali. Il comitato ha evidenziato i rischi per la Cascina Valmagra, un edificio storico del 1600 realizzato in terra cruda e tutelato dal piano regolatore e dalla normativa regionale, sottolineando che le vibrazioni delle macchine in cantiere potrebbero causare fessurazioni e danni strutturali. Ha inoltre argomentato sull’impatto negativo sull’uso agricolo dei suoli, sulla perdita di superfici agricole, sull’alterazione del paesaggio rurale e su apparenti violazioni delle norme paesaggistiche, chiedendo un atto di responsabilità da parte della Provincia. Oltre al comitato, si sono dichiarate contrarie all’impianto numerose associazioni come Vivere in Fraschetta, Campagne Turchesi, Fotovoltaico Terre, la Consulta per il paesaggio, l’agricoltura e le rinnovabili e il comitato Tuteliamo l’agricoltura.

La decisione finale della Provincia di Alessandria su Spinetta Marengo Solar 1, attesa dopo le osservazioni, con il territorio in attesa di una pronuncia che possa bilanciare gli obiettivi di sviluppo delle energie rinnovabili con la tutela del paesaggio, dell’agricoltura e dei beni storici locali.

CASCINA MADDALENA (Alessandria)

Il progetto per la costruzione e l’esercizio di un impianto fotovoltaico denominato “ELLO3”, con una potenza nominale di circa 15,24 MW e comprensivo delle opere di connessione alla rete di trasmissione nazionale (RTN), è stato formalmente presentato tramite Procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) statale presso il Ministero della Transizione Ecologica (MiTE), ai sensi dell’articolo 23 del Decreto legislativo 152/2006. Ellomay Solar Italy Three S.r.l. è incaricata dello sviluppo del progetto nella zona di Cascina Maddalena, un’area a sud del centro urbano di Alessandria caratterizzata da terreni agricoli e corridoi naturalistici.

La storia del progetto inizia alcuni anni prima dell’attuale fase procedurale. Già nel 2019 era stata presentata una prima richiesta di modifica urbanistica al Piano regolatore comunale per consentire l’installazione di un impianto fotovoltaico in quell’area, ma nel 2021 l’iter era stato sospeso e il relativo via libera ritirato in autotutela dal Comune di Alessandria per ragioni tecniche e di piano urbanistico. Nel 2020 Ellomay ha rilanciato l’idea parlando di un impianto di tipo agrivoltaico e avviando la procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale presso il MiTE. Nell’ambito dell’iter istruttorio statale, anche la Soprintendenza Speciale per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha espresso un parere tecnico istruttorio relativo al progetto “ELLO3”, confermando la presentazione del documento VIA e la validità della procedura di valutazione. Tale progetto, come gran parte dei piani fotovoltaici di Ellomay in Italia, è inserito nel più ampio portafoglio solare italiano del gruppo: Ellomay Capital Ltd.

La presentazione di “ELLO3” ha incontrato forti resistenze e critiche da parte delle istituzioni locali e di alcuni gruppi civici, come diffuso anche sui quotidiani in un articolo dal titolo Alessandria dice no a 16 ettari di pannelli di nuovo agrivoltaico del novembre 2024. Già nel 2024 infatti il Consiglio Comunale di Alessandria ha bocciato una proposta di variante urbanistica che avrebbe consentito l’installazione dei pannelli nell’area di Cascina Maddalena, evidenziando un contrasto tra la pianificazione urbanistica vigente e la trasformazione di vaste superfici agricole in impianti fotovoltaici. I rappresentanti pubblici e politici locali hanno definito l’opera come potenzialmente impattante sotto il profilo paesaggistico e urbanistico, sottolineando come il progetto “deturpi il paesaggio, comprometta corridoi naturalistici e contraddica il Piano regolatore”, e sia espressione di una “speculazione urbanistica mascherata da transizione ecologica”. In questa fase amministrativa, oltre al Consiglio Comunale, anche la Provincia di Alessandria (che svolge funzioni di ente competente per l’autorizzazione unica) ha manifestato posizioni critiche o di cautela, dando seguito alle osservazioni di amministratori e associazioni contrarie alla proliferazione di grandi impianti su suolo agricolo di pregio e in aree con valore paesaggistico e naturalistico. Il destino autorizzativo finale del progetto rimane ancora da definire con il prosieguo dell’iter amministrativo.

NOVI LIGURE

Il progetto, recentemente autorizzato, come sottolinea l’articolo di RadioGold  “Mentre si dibatte sul parco eolico dell’alta Val Borbera, è stata autorizzata la costruzione della grande centrale agrivoltaica di Novi Ligure, che sorgerà lungo via Mazzini nei pressi dell’aeroporto”, prevede la realizzazione di una centrale agrivoltaica a Novi Ligure, su un terreno agricolo di circa 16 ettari dove far sorgere un impianto con una potenza installata di 14,5 MW, capace di generare oltre 23.000 MWh di energia all’anno. L’impianto sarà composto da circa 23.000 pannelli montati su torrette con inseguitori solari e promette di integrare attività agricole come la coltivazione di erbe e la produzione di miele tramite arnie dedicate. La connessione alla rete avverrà attraverso due nuove cabine di consegna e un cavidotto interrato di media tensione di oltre 3 km.

(https://www.ilmoscone.it/2023/02/nuova-centrale-fotovoltaica-a-novi-dove-sara-realizzata/)

MASSERANO (Biella)

Impianto nel biellese (Masserano) già approvato, anche con le verifiche di ottemperanza superate. A promuoverlo uno studio tecnico biellese, Land Live, dell’ing. Riccardo Valz Gris. 

Conclusioni e interpretazione nel quadro di riferimento più ampio 

I progetti di energie rinnovabili in Italia, come quelli sviluppati da Ellomay e dalle altre aziende prese in esame, non possono essere compresi pienamente se vengono letti solo come tasselli della transizione energetica. Questi si collocano piuttosto dentro il quadro del capitalismo finanziarizzato, in cui lo spazio (che sia urbano o rurale) viene trattato come una merce finanziaria e messo a valore attraverso dispositivi giuridici, tecnici e politici che ne garantiscono la trasformazione rapida, prevedibile e quindi redditizia. In questo senso il fotovoltaico e l’agrovoltaico non rappresentano un’alternativa al modello estrattivo, ma ne costituiscono una riconfigurazione.

Nel capitalismo neoliberista finanziarizzato, attori come compagnie assicurative, fondi pensione e investitori istituzionali hanno smesso da tempo di limitarsi alla gestione del rischio o alla raccolta del risparmio. Essi operano come soggetti centrali nell’organizzazione materiale dei territori, investendo in infrastrutture, immobili, reti energetiche e grandi opere. Il caso della partnership tra Ellomay e Clal Insurance rende esplicita questa dinamica: un grande gruppo assicurativo non entra nei progetti per produrre energia, ma per incorporare porzioni di territorio in un portafoglio finanziario che deve garantire rendimenti stabili, elevati e di lungo periodo. L’impianto fotovoltaico, in questa logica, non è che un dispositivo strumentale perché il suolo agricolo diventa un asset finanziario.

Affinché questo processo funzioni, lo spazio deve essere reso disponibile come “merce”, astratto dal suolo, scomponibile e trasferibile. È qui che entrano in gioco le filiere di procurement e i soggetti tecnici come ReFeel, che operano come mediatori fondamentali tra finanza e territorio. Il terreno agricolo, la cascina storica, il paesaggio rurale o il corridoio naturalistico non sono più luoghi abitati o ecosistemi complessi, ma “componenti” del progetto, al pari dei moduli fotovoltaici o dei cavidotti. La procura per l’acquisto dei terreni, esercitata da un contractor EPC, segnala proprio questo slittamento: la terra viene trattata come input produttivo necessario alla realizzazione dell’infrastruttura, e dunque come costo da ottimizzare e neutralizzare sul piano politico e amministrativo.

Come avviene per la finanziarizzazione dell’urbanistica (di cui parla Alessandro Volpi nel suo articolo dal titolo La vicenda urbanistica milanese ha molto a che fare con la finanza, pubblicato su Altreconomia nel luglio 2025), anche nei progetti energetici la redditività dipende da alcune condizioni chiave: la riduzione al minimo degli oneri e delle compensazioni richieste dagli enti locali, la certezza delle autorizzazioni, l’accorciamento dei tempi procedurali e quindi una costante pressione verso la semplificazione normativa. Le resistenze dei Comuni, delle Province, dei comitati e delle associazioni non sono in quest’ottica incidenti marginali, ma attriti che introducono incertezza, ritardi e costi che minano la logica finanziaria del progetto. E così la delegittimazione delle opposizioni come NIMBY e la presentazione di ogni critica come un ostacolo ideologico alla transizione ecologica.

In questo quadro, l’occupazione della Palestina non è un crimine lontano o una preoccupazione morale, ma rappresenta il modello estremo e paradigmatico di questa messa a disposizione dello spazio. Nei territori occupati la trasformazione della terra in infrastruttura avviene attraverso un livello di semplificazione radicale: l’azzeramento dei diritti politici della popolazione colonizzata, l’espropriazione sistematica, la militarizzazione e il controllo totale del territorio. Le compagnie assicurative israeliane come Clal hanno operato e operano in questo contesto finanziando insediamenti, infrastrutture e apparati di sicurezza, dimostrando come la violenza coloniale possa funzionare da acceleratore perfetto della valorizzazione dello spazio.

Quando questi stessi soggetti entrano nei mercati europei delle rinnovabili, non esportano direttamente l’occupazione militare ma ne trasferiscono la razionalità economica: la terra deve essere disponibile, sgombra da conflitti, rapidamente convertibile in asset e protetta da un quadro normativo favorevole agli investitori. La differenza tra la Cisgiordania occupata e le campagne di Alessandria non è dunque di natura strutturale, ma di grado. Dove non è possibile imporre la disponibilità dello spazio con la forza, si ricorre a dispositivi amministrativi, retoriche emergenziali (la crisi climatica trattata come emergenza), incentivi economici e procedure straordinarie che comprimono il dibattito democratico, la salvaguardia storico-paesaggistica e la pianificazione territoriale.

I conflitti su Cascina Valmagra e Cascina Maddalena ci mostrano questo meccanismo. La difesa del suolo agricolo, del paesaggio e dei beni storici entra in collisione con una filiera finanziaria che non può permettersi rallentamenti o incertezze. In nome della transizione energetica si chiede ai territori di accettare una trasformazione irreversibile, mentre i benefici economici principali vengono catturati da soggetti finanziari transnazionali. La questione non è se vogliamo più energie rinnovabili, ma a quali condizioni e per conto di chi. Se la transizione richiede che lo spazio venga trattato come una merce e reso disponibile secondo una logica che trova il suo modello più coerente nell’occupazione coloniale, allora è più che legittimo, anzi doveroso, chiedersi se questa sia davvero una transizione sostenibile, o piuttosto l’ennesima riconfigurazione, anche se “verde”, di un sistema di accumulazione che continua a produrre disuguaglianze, espropriazioni e devastazioni ambientali.

  1. https://itrade.gov.il/italy/2024/01/12/israele-si-afferma-come-un-pioniere-nel-settore-delle-energie-rinnovabili/ ↩︎
  2. Assemblea STOP RIARMO, Torino, Un opuscolo su riarmo, genocidio e logistica della guerra, Infoaut, 24 ottobre 2025. https://www.infoaut.org/approfondimenti/un-opuscolo-su-riarmo-genocidio-e-logistica-della-guerra ↩︎
  3. NORA MIRALLES, CARLOS DÍAZ, FELIP DAZA, The complicity of the Spanish financial sector in the occupation of Palestine. The case of solar energy and Greenwashing, scaricabile in pdf su internet. ↩︎
  4. General Electric su Who Profits: https://www.whoprofits.org/companies/company/6337?general-electric 

    ↩︎
  5. Minrav su Who Profits: htt ps://www.whoprofits.org/companies/company/3801?minrav-group ↩︎
  6. Nextcom su Who Profits: https://www.whoprofits.org/companies/company/6347?nextcom-group 

    ↩︎
  7. MIgdal Insurance su Who Profits: https://www.whoprofits.org/companies/company/7346?migdal-insurance-and-financial-holdings 

    ↩︎
  8. Mastrodonato, L., Le aziende israeliane che fanno affari con le rinnovabili in Italia, Internazionale, 13 gennaio 2026 
    https://www.internazionale.it/reportage/luigi-mastrodonato/2026/01/13/aziende-israeliane-rinnovabili-italia

    ↩︎

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