
I Sud si organizzano
Lo scorso 20 giugno, a Taranto, si è tenuta la terza tappa, dopo Messina e Cosenza, dell’assemblea terrona “I Sud si organizzano”.

Partendo dalla riappropriazione del termine “terrona”, al centro c’è la costruzione di una risposta al racconto e all’immaginario strumentale che riconduce al meridione. Riconoscere e stare nella contraddizione dell’essere Sud di un Nord globale che alimenta genocidi e colonizzazioni nel Sud del mondo significa partire dal sapere situato, dall’abitare il Sud d’Italia in alleanza col Mediterraneo e con il Sud globale.
La riflessione centrale è stata condotta intorno alle logiche di sacrificio che investono i territori. Il territorio è il luogo e lo strumento economico in cui il sistema può accumulare e riprodursi e dove, nel tempo, si sono accumulate zone di sacrificio, a cui si impone di pagare un prezzo altissimo in termini di inquinamento e condizioni di vita, mentre si estraggono loro risorse, lavoro, valore. Nei Sud, le fragilità socio economiche non sono solo il risultato, ma anche il piano iniziale per la produzione di consenso a sostegno di ciò: narrare di luoghi abbandonati, poveri, “sottosviluppati” significa presentare la grande industria e le incursioni militari come un’opportunità di sviluppo a colmare luoghi “vuoti”.
Al moltiplicarsi delle zone di sacrificio, però, si sono moltiplicate e continueranno a moltiplicarsi le lotte a difesa dei territori. Da queste è necessario illuminare l’intera catena dell’estrazione del valore, come il movimento per la Palestina ha fatto e continua a fare, e politicizzare le narrazioni tecniche del potere. Il primo passo, però, per riuscire a ribaltare i rapporti di forza e di accumulazione del profitto deve essere riconoscere la complessità di territori che unici e uniti non sono, dei Sud al plurale.
Ripensare la geografia in questo senso non significa fare comparazioni con la Palestina e il Sud globale, ma interrogarsi sulle dinamiche comuni al sistema che assalta i territori per gli interessi del capitale, dalle periferie, allargando lo sguardo. Comprendere e adottare la prospettiva di chi guarda al mondo dai territori subalterni è un’urgenza che la crisi ecologica e la transizione energetica ci richiedono.
Di seguito pubblichiamo le riflessioni successive all’assemblea della Convocatoria Ecologista di Taranto, insieme all’Assemblea No Ponte, La Base di Cosenza, Zero81 e Laboratorio Politico Iskra di Napoli e Rete siciliana Antudo.
Dai Sud, da Taranto, un nuovo orizzonte comune
Dall’elaborazione collettiva alla costruzione di nuove geografie di lotta
Riprendere il filo del discorso a Taranto non ha significato tracciare linee rette o blindare decisioni già prese. Al contrario, ci siamo messe in ascolto e in discussione, preferendo la fluidità delle domande alla rigidità delle certezze. Più che piantare pilastri immobili o definire punti di arrivo, abbiamo voluto spalancare le finestre: creare uno spazio di approfondimento profondo, vivo, capace di suggerire traiettorie e percorsi per i passi che faremo domani.
Ci siamo pres3 la responsabilità di interrogarci in modo radicale, senza formule preconfezionate, partendo da alcune questioni che bruciano direttamente sulla pelle dei nostri territori. Ci siamo chieste cosa significhi oggi abitare ed essere territori del Sud, e come lo Stato preveda, nel suo essere braccio del capitale, l’abbandono dei territori come necessario per il loro sfruttamento.
A partire da questi stimoli, il confronto si è concentrato su come ricostruire collettivamente la lotta dei Sud, esplorando nuove forme di conflitto politico e di organizzazione collettiva capaci di rompere con la normalizzazione di dicotomie asfissianti come quella tra andare, tornare e restare, o come il ricatto sistemico che contrappone surrettiziamente il lavoro alla salute e all’ambiente. Questo percorso è stato affrontato attraverso una duplice operazione, che da un lato ha visto la ri-mappatura delle forme di conflitto sociale e politico che già innervano e attraversano i nostri territori, e dall’altro ha inteso valorizzare il prendersi cura e il far proliferare le resistenze quotidiane come pratiche politiche a tutti gli effetti.
Un elemento di straordinaria importanza e ricchezza politica è stato la capacità di mettere in comunicazione le diversificate esperienze di resistenza del Sud Italia con quelle che si sviluppano nel bacino del Mediterraneo e su scala globale. Gli interventi provenienti da territori come Brindisi, Napoli, Cosenza, Bari, Messina, Taranto, Trani, Palermo, Lecce insieme alle voci delle assemblee transfemministe terrone nate a Torino e Perugia e alle reti diasporiche di Katatay, si sono intrecciati in modo orizzontale e profondo con le testimonianze provenienti dalle comunità Mapuche in Cile, dall’Abya Yala e dalle comunità Zapatiste in Messico, passando per le resistenze in Namibia, Senegal, Sudan, Palestina e Tunisia.
Da questo denso intreccio è emersa una vera e propria costellazione di resistenze comunitarie, femministe, ecologiste e abolizioniste che ha prodotto due consapevolezze fondamentali per il nostro percorso. In primo luogo, è apparso chiaro come queste realtà, oltre a resistere alla devastazione materiale, facciano emergere costantemente nuovi modi concreti di costruire processi politici collettivi. In secondo luogo, è diventato storicamente evidente come i nostri Sud, lungi dall’essere relegati all’anticamera del moderno o descritti come aree arretrate in attesa di una qualche forma di sviluppo calato dall’alto, siano sempre stati luoghi centrali di elaborazione e azione radicale, in cui ci si è sempre interrogate e si è agito per trasformare l’esistente.
Dispositivi di potere, estrattivismo e la materialità delle tappe future
Questo orizzonte di pensiero si è calato immediatamente nella materialità delle lotte attuali, individuando nel colonialismo e nell’estrattivismo i fili conduttori che uniscono i nostri territori. In questo senso si collocano le mobilitazioni dei comitati provinciali pugliesi per la Palestina, impegnati in azioni dirette volte a fermare, sabotare e boicottare le navi da guerra destinate all’entità sionista, dimostrando come il rifiuto della guerra si traduca in pratica politica immediata.
Allo stesso modo, la forza della chiamata collettiva dell’Assemblea No Ponte ha decostruito radicalmente la retorica della grande opera, mostrando come il Ponte sullo Stretto sia in realtà un dispositivo economico, un anello di un meccanismo predatorio che non ha nemmeno bisogno di essere effettivamente costruito per produrre i suoi effetti nocivi. Questo dispositivo continua a drenare ingenti risorse pubbliche spingendo sempre in avanti un progetto fantasma.
Questa medesima logica estrattiva e patriarcale è stata svelata dagli interventi delle collettive femministe e transfemministe, che hanno reso evidente come la riproduzione della violenza eteropatriarcale non sia una questione meramente culturale da risolvere attraverso politiche securitarie e giustizialiste, come l’apparato ideologico del Decreto Caivano. Si tratta invece di una violenza strutturale, strettamente connessa alla logica di subordinazione dei nostri territori, i quali vengono sistematicamente privati del diritto all’infanzia, allo studio e all’abitare, limitando e distruggendo le reali possibilità di autodeterminazione di genere per le donne cis e per le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ che vivono molteplici e stratificate oppressioni sui propri corpi.
Andando in questa direzione, la cosiddetta zona di sacrificio non deve essere interpretata come un’eccezione temporanea, come un dramma fortuito o come il prodotto di un presunto abbandono da parte dello Stato. Al contrario, queste aree sono esattamente i luoghi in cui lo Stato e il capitale sperimentano le modalità più avanzate e violente attraverso cui rendersi presenti. L’abbandono dei servizi, la sottrazione dei diritti e l’ingiustizia socio-ambientale non descrivono un’assenza, ma testimoniano il carattere intrinsecamente asfissiante e violento di una governance che usa questi territori come laboratorio di sfruttamento sociale ed economico.
Questo denso percorso di analisi, che rifiuta di chiudersi in formule predefinite e sceglie di rimanere un terreno di domande aperte, trova la sua immediata e necessaria traduzione pratica nei prossimi appuntamenti sul terreno della lotta. La prossima tappa del percorso ci vedrà impegnate a continuare a tessere legami, relazioni e organizzazione in occasione del Campeggio di lotta No Ponte, che si terrà dal 7 al 9 Agosto, con un momento centrale di mobilitazione e corteo cittadino nella giornata dell’8 Agosto. Sarà quella l’occasione per trasformare questa elaborazione in una manifestazione in cui tutte le soggettività possano riconoscersi, rendendo visibile l’opposizione a un modello che condanna i territori alla dominazione, alla subalternità e all’estrattivismo, e continuando a costruire, collettivamente la nostra potenza trasformativa dell’esistente. ”
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