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Lo Stato Islamico a Mosul: Il racconto di una famiglia irachena

La loro testimonianza, personale e soggettiva come tutte quelle che stiamo raccogliendo, offre uno sguardo sui conflitti socio-religiosi di questi anni in una delle città più grandi, antiche e importanti del medio oriente, prima e dopo l’invasione Usa, lo sprofondamento settario dell’Iraq, l’instaurazione dello stato islamico.

Siete una famiglia araba, irachena e cristiana, che ha abitato a Mosul da generazioni. Come ricordate i tempi di Saddam Hussein?

Bei tempi. Era un buon governo, non c’erano problemi con i musulmani, la vita si svolgeva regolarmente. C’erano problemi economici dovuti all’embargo, ma era normale, ed erano problemi uguali per tutti. Guadagnavamo solamente uno o due dollari al mese, questo era il reddito medio, ma con i prezzi dell’epoca ci si viveva bene. Mosul era anche una città molto economica, i prezzi erano bassi, ciononostante le merci e il cibo erano di buona qualità e c’era la piena occupazione. Una delle città migliori in Iraq.

Come avete vissuto l’invasione statunitense del 2003?

Fu uno schock per tutti, anzitutto perché non si aveva alcuna idea di cosa sarebbe accaduto a quel punto. Ciononostante, dopo un anno di invasione le cose stavano meglio che sotto Saddam, voglio dire, nel primo anno di occupazione le cose andavano discretamente, è dopo che sono iniziati i problemi, ed è iniziato a comparire lo stato islamico [Ndr: L’intervistato non si riferisce a un gruppo politico specifico, come si comprenderà anche dal seguito, ma ad organizzazioni che, pur non detenendo il potere politico, iniziavano a detenere un potere sociale.] Non c’erano più regole allora, non c’era tranquillità: la nostra opinionje è che cellule islamiche si muovessero nell’ombra.

Le cose sono degenerate nel 2005, quando ci sono state le prime elezioni politiche e si sono presentati diversi partiti di ispirazione islamica e per di più diversa (sciiti, sunniti). A quel punto sono iniziate le divisioni settarie e si è cominciato a percepire qualcosa che prima non c’era, ossia l’identità islamica, che prima era meno importante in Iraq, anche perché l’intelligence di Saddam Hussein era molto precisa e non lasciava spazio allo sviluppo di queste tendenze.

Come si esprimevano queste “tendenze”?

Al-Qaeda e Ansar Al-Sunna [Organizzazioni politiche salafite che furono i prodromi dello stato islamico negli anni Duemila. Non è chiaro se l’intervistato abbia una nozione precisa dell’identità e differenza politica di questi gruppi, Ndr] hanno cominciato a taglieggiare i commercianti, a estorcere soldi nel quartiere cristiano, Al-Sukan: tutti i commerci pagavano. È a quel punto che mio fratello è stato ucciso da questa gente, perché sirifiutava di pagare; era il 2007. Un anno dopo, nel 2008, sono esplose delle bombe nelle case di cristiani.

Secondo voi, qual era il supporto che questi gruppi avevano nella città?

È difficile dirlo. Potrei dirti che erano appoggiati dal 20%, o dal 25%, ma il problema è che non è facile quantificare in questi termini il loro ascendente sociale. Nella comunità musulmana, quando qualcuno prende l’iniziativa e dice di agire in nome dell’Islam, chi gli è attorno è come se sentisse un richiamo, il richiamo dell’Islam.

Come è evoluta la situazione?

Nel 2008 ci sono state nuove elezioni e per questo nuove tensioni, e già allora i primi cristiani hanno cominciato ad andarsene, anche perché iniziavano ad avvenire rapimenti ai nostri danni, spesso a scopo economico. Sono iniziati anche gli omicidi degli uomini di chiesa, come il vescovo della città, che è stato decapitato, poi il prete Rashid o Farah, ucciso da Al-Qaeda.

Poco dopo, nel 2011, è arrivato il momento critico, ossia il ritiro delle forze d’occupazione statunitensi e britanniche e lo strapotere del governo Al-Maliki.

Al-Maliki ha distrutto l’Iraq. Da quando lui ha esercitato il potere, ciascuno si è sentito soltanto più parte del proprio gruppo confessionale. La seconda divisione dell’esercito iracheno, quella che era di stanza a Mosul (e che si sarebbe ritirata senza combattere nel 2014) era completamente sciita.

Cosa è accaduto quando l’Isil è entrato a Mosul?

Quando lo stato islamico è entrato a Mosul era il 5 giugno 2014, soltanto la polizia lo ha affrontato per due o tre giorni, sul lato destro del fiume. Il lato destro del fiume Tigri delimita la parte orientale della città, dove è situata la città vecchia. La popolazione curda e cristiana di Mosul era principalmente stanziata nella parte occidentale, sul lato sinistro del fiume; la parte nuova e anche più ricca. Nessuno ha aiutato la polizia mentre fronteggiatava Daesh, l’esercito non è intervenuto e, quando la polizia ha finito le munizioni, è scappata sul lato sinistro, e con lei molta altra gente che ci viveva. A questo punto, però, il governo diceva di non uscire dalla città.

Per quel che ne sapete, i poliziotti che hanno cercato di opporsi erano sunniti o sciiti?

Anche la polizia era in maggioranza sciita.

Ritenete che il governo non abbia difeso Mosul?

Certo che no, ma non era la prima volta. Voglio dire: dal 2007, fino a oggi, a Mosul esplodevano autobombe nel mezzo di tre check-point. Come avevano fatto a passare tra tre check-point?

Intendete dire che il governo di Baghdad era coinvolto?

Certo che era coinvolto. Le autobombe esplodevano persino nelle chiese.

Cosa è accaduto dopo che l’Isil ha messo in fuga la polizia nella città vecchia?

I miliziani passsati sul lato sinistro, allora siamo tutti andati via dalla città. Era il 9 giugno. È stato un ingorgo enorme, abbiamo impiegato 17-19 ore in auto per fare la strada fino a Erbil, per la quantità di automobilisti e pedoni che c’erano in marcia lungo la strada. Inoltre, la nostra auto si è rotta e abbiamo dovuto lasciarla a lato della strada e continuare a piedi fino al check-point di Erbil. È stato un giorno difficile…

Quindi non avete visto quel che è accaduto nei giorni successivi?

No, non eravamo più a Mosul. Sappiamo che lo stato islamico ha sequestrato degli uomini di chiesa e li ha rilasciati in cambio di un riscatto. Però da due giorni dopo, tra l’11 e il 14 giugno, sentendoci al telefono con i nostri conoscenti queste erano le notizie dalla città: potete tornare, lo stato islamico ha tolto i suoi check-point, non ci sarà problema, potrete vivere come prima, è soltanto un nuovo governo.

Che cosa avete fatto allora?

Confortati da queste notizie, siamo allora tornati in città, tutta la famiglia. Effettivamente non c’era nessun problema o controllo, anzi i miliziani di Daesh all’ingresso in città ci hanno detto prego, tornate pure nella vostra città. C’era anche un cartello: “Lo stato islamico vi dà il benvenuto”. Siamo stati in città quattro giorni circa, il tempo di riparare l’auto che si era rotta.

Il problema è che la città era diversa, la gente era diversa. In tanti avevano le barbe lunghe, e tutti portavano i pantaloni tirati su fino al ginocchio [Regola imposta dallo stato islamico per supposte ragioni di igiene, Ndr]. Decidiamo di tornare a Erbil.

Dopo circa venti giorni, un vicino di casa di Mosul (musulmano sunnita) mi chiama per avvisarmi che i miliziani hanno sfondato la porta di casa mia. Dice che lui ha loro chiesto che stesse accadendo, e loro hanno detto che stavano facendo un controllo per verificare che la casa fosse disabitata, ma lui sapeva che le cose non stavano così.

Allora sono ripartito per andare a vedere cosa accadeva, anche stavolta non c’erano check-point di Daesh lungo la strada; era il 3-4 luglio. I vicini e la gente di zona mi hanno confermato che i miliziani erano entrati in casa mia. Allora sono andato a una “sede” ufficiale di Daesh, che era a cento metri, e ho parlato con un miliziano, tale Abu Shaam, che parlava con accento di Mosul. Di fronte alla mia richiesta di spiegazioni, ha risposto: “Mi dispiace, siamo entrati per un controllo. Tu sei cristiano, sei mio fratello. Ti ripareremo la porta”.

Poi cos’è successo?

Dopo un’ora altri miliziani arrivano nella mia casa e dicono che l’emiro Abu Salaam mi vuole vedere nell’ufficio di Daesh. Per prima cosa mi chiede quale sia la mia religione e commenta: “Ah, sei nazareno. [“Nazrani” è il termine spregiativo con cui taluni musulmani denotano i cristiani, Ndr] Che cosa vuoi?”. Ho detto loro che ero stato fuori città per trovare dei parenti e che, tornato, avevo trovato la porta danneggiata. Lui allora mi ha chiesto: “Perchè sei tornato? Non hai paura? Non sai che questo è lo stato islamico, e tu sei nazareno?”.

Io ho detto che nel corano è scritto di non fare del male ai cristiani, ma lui mi ha interrotto dicendo: “Taci, nazareno. O ti converti all’Islam, o paghi la tassa prevista per chi non lo fa, o lasci tutte le tue cose qui e te ne vai. Altrimenti ti uccidiamo”. Ha aggiunto di lasciargli il mio numero di cellulare, perché se mi fosse stato concesso di tornare, mi avrebbe chiamato. Ho detto che ormai era sera ed era un problema partire. Ha detto che il mattino dopo non voleva più vedermi in giro. Ho lasciato tutto nella casa e sono partito alle quattro del mattino con un taxi. Pochi giorni dopo, il 18 luglio, il califfo ha reso noto che tutti i cristiani avrebbero dovuto convertirsi, pagare una tassa speciale o morire, e tutti i cristiani rimasti hanno lasciato la città.

Da allora vivete qui, ad Ainkawa. Volete mandare un messaggio all’Europa?

È l’ultimo messaggio: salvate i cristiani del medio oriente, qui non c’è più nulla per noi. A Mosul abitano milioni di persone e, nella situazione che ormai si è creata, come faccio a sapere di tutte queste persone chi è con Daesh, chi è con me? Che speranza c’è per i miei figli qui, a Erbil? L’Europa deve lasciarci entrare, Daesh non ci ha lasciato nulla. Turchia e Libano non danno visti. L’Italia, la Francia non sanno cosa sta accadendo qui? Non abbiamo soldi, ci hanno preso tutto, cosa asspettano a farci intrare in Europa? Qui non c’è futuro per noi.

Abbiamo visto troppi massacri: noi, i nostri padri, i nostri nonni. Non vogliamo più stare qui. È iniziato millequattrocento anni fa, quando a Najaf [Città dell’Iraq meridionale, oggi santa per l’Islam, Ndr] c’erano 1.500 chiese [sic], e continuano a spingerci sempre più a nord. Amiamo tantissimo Mosul, ma o ci mandano dei soldati a proteggerci, oppure non abbiamo scelta: dobbiamo andarcene. Perchè ci fate stare come degli idioti in Giordania, in Libano, in Turchia? Se andiamo in Giordania per due o tre anni i figli non potranno studiare, saremmo considerati diversi, come un problema per quel paese, non troveremo lavoro. È ovvio che dobbiamo venire in Europa.

Intervista raccolta dal corrispondente di Radio Onda d’Urto e Infoaut

ad Ainkawa, Iraq, marzo 2016

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