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Sciopero dalla formazione: attacco dello Stato, relazioni con i lavoratori, le istanze ecologiste e femministe.

Di seguito la seconda puntata dell’intervista sul movimento studentesco a Parigi e sulle lotte che hanno interessato le scuole superiori nel quadro del movimento contro la riforma delle pensioni.

In questa parte, abbiamo affrontato diverse tematiche: le forme di repressione e di attacco che lo Stato esercita contro l3 student3 in lotta, attraverso le gerarchie scolastiche e la polizia; le relazioni tra student3 e lavorator3 all’interno del movimento, sia nelle possibilità che nelle difficoltà di incontrarsi e concretamente unire le lotte; lo spazio che all’interno del mondo studentesco hanno le istanze femministe ed ecologiste che, in modi differenti, si sono sedimentate nelle lotte.

Concludiamo l’intervista con le percezioni dell3 tre compagn3 sulla dimensione profonda che a livello psicologico, emotivo e sociale sta attraversando la Francia in questi mesi, in cui il contratto sociale tra Stato e società, anche nelle sue forme già da tempo coercitive e violente, si sta incrinando ulteriormente in maniera diffusa e interclassista.

Quali sono le reazioni della dirigenza delle scuole? Quali le reazioni di docenti e genitori, anche nel quadro di una loro eventuale adesione agli scioperi?

M – A parte qualche eccezione penso che i presidi e le presidi siano principalmente contro, reprimono la maggior parte delle volte minacciando sanzioni in dei modi che di solito non usano. Per esempio un mio amico/a è stato minacciato a causa della sua assidua partecipazione ai blocchi di non essere ammesso all’anno successivo e di essere denunciato alla polizia e cose così. Questo fa un po’ paura agli studenti sapere che rischiano queste cose. Ai genitori il giorno dei blocchi inviano lettere in cui dicono e minacciano sui pericoli del fare queste cose.

I professori in maggioranza aderiscono agli scioperi per cui c’è un sostegno positivo, non in tutte le scuole ma in molte. Per quanto riguarda i genitori, sono un po’ ovunque contrari a quello che sta accadendo, non c’è una repressione estrema ma i genitori sono abbastanza contro. Dopo le violenze di polizia contro gli studenti ci sono stati genitori che si sono organizzati contro questa cosa.

B – Ci sono casi di blocchi alle prime ore del mattino in cui i genitori, nonostante siano a favore della riforma, impediscono ai figli di uscire presto per non farli andare a bloccare. Molti sono contro la riforma ma quando è il proprio figlio a rischiare e a impegnarsi politicamente vengono impediti. È una forma di prigione sociale.

R – Se a essere bloccata a casa è una persona con responsabilità si rischia che quella mattina il blocco non venga fatto. Nei licei ci sono più forze: c’è l’amministrazione, che ha funzione burocratica, ma che costituisce la minaccia più grossa, perché è sempre presente a scuola. È il “braccio armato” della presidenza. Il preside è posto direttamente dal ministero ed è qualcuno che ha un ruolo politico. In grosse scuole del centro molto prestigiose o nelle scuole di banlieue con 4000 studenti, i presidi sono scelti con molta cura per mettere qualcuno veramente capace di gestire la situazione.

B – Molti ambasciatori francesi all’estero fanno carriera dimostrando la loro fedeltà allo stato svolgendo compiti come questo; scelgono i migliori ossia quelli più fedeli allo stato e che si mettono di più contro i giovani e a favore della polizia. Se ti opponi bene ai blocchi hai migliori possibilità di essere poi assegnato a un liceo migliore perché dimostri di essere in grado di ristabilire l’ordine.

R – I presidi agiscono per mezzo dell’amministrazione. Sono tutto il personale che si occupa delle assenze, dei ritardi, delle informazioni sugli studenti ai genitori. Tutto l’apparato repressivo che si trova nelle scuole passa per l’amministrazione. Non sono i professori che fanno delazioni ai genitori, ma l’amministrazione. Talvolta ci sono scuole dove l’amministrazione è stata a favore dei blocchi, per esempio alla scuola “Racine”.

M – Da me no, ci sono state minacce verso gli studenti. C’è un’applicazione che si chiama “Pro Note” e che hanno tutte le scuole di banlieue e di Parigi. L’amministrazione segnala assenze, ritardi, tutte le informazioni e i motivi e istantaneamente arriva un SMS ai genitori. E se l’SMS non riceve una risposta dai genitori, questi vengono chiamati. Quindi la mattina se non vai a scuola, i tuoi genitori lo scoprono immediatamente e devono giustificarti. Ma questa cosa fa sì che spesso gli studenti non ricevano poi una buona accoglienza al loro rientro a casa.

Ho visto in una manifestazione a “Colbert” che ci sono genitori alle manifestazioni e mi è stato detto che sono organizzati per assicurarsi che non ci siano arresti nei confronti dei ragazzi?

B – È falso. Sono nel ruolo della mediazione tra studenti e polizia. A Colbert ci sono ragazzi pronti a battersi e a fare “manif sauvage e i genitori di SPE” (sindacato dei genitori) sono li per svolgere il compito di “Polizia soft” o interna, senza violenza o coercizione, ma il loro discorso è simile a quella della polizia.

M – alla base c’è un ragionamento di protezione dei “bambini”.

B – La SPE ha un ruolo di sorveglianza soft, ma comunque di sorveglianza e sono in collaborazione con la presidenza. In occasione di un blocco alla scuola “Victor Hugo” la SPE ha segnalato alla presidenza che c’erano delle persone non studenti, un po’ più grandi, con il ruolo di guidare e manipolare gli studenti. E loro hanno detto a tutti i genitori degli studenti “fate attenzione che ai blocchi ci sono persone che vengono, parlano con i ragazzi, li radicalizzano, gli danno delle armi”. Tutto questo insinua che gli studenti non abbiano autonomia politica e che ci siano figure oscure di una qualche “Ultra sinistra”, che è una menzogna totale. In questo modo avvallano la versione poliziesca per cui c’è un capo che gestisce gli studenti e li manipola. L’amministrazione manda mail e i genitori leggono cose di questo tipo: “c’è violenza, ci sono quelli che dirigono gli studenti, è pericoloso”. C’è tutta una pressione che fa sì che molti genitori impediscano ai figli di andare a scuola.

Quali sono le forme di repressione della polizia?

M – Rispetto alla repressione poliziesca conta ancora una volta la gerarchia tra scuole del centro e banlieue. Più vai verso il centro meno repressione trovi. C’è ma è moderata, perché ci sono comunque persone molto determinate. Nelle scuole del nord di Parigi la repressione si fa più violenta, con gas, botte, fermi e cose così e in banlieue …

B – In banlieue usano le flashball e fanno un sacco di fermi. Nonostante i giovani per questo siano vittimizzati, non per questo sono fragili e cose così. I giovani, quando decidono di attaccare la polizia è perché l’hanno scelto, anche se sono poi repressi, perché la polizia è chiaramente più forte. Anche se il rapporto di forza è sproporzionato, è comunque una vittoria non subire la repressione e basta. Ci sono studenti che attaccano la polizia e lo fanno come prima scelta. Non è solamente il fatto che la polizia arriva, attacca, gasa tutti e tutti si indignano. A volte sono gli studenti che scelgono come e quando “farsi reprimere”. Spesso arrestano studenti che hanno zaini, che hanno petardi e cose così.

E quali sono, se ci sono, strumenti di formazione e riproduzione della lotta, tra persone più grandi come chi ha finito e va all’università e persone che sono ancora a scuola?

B – Per esempio sabato prossimo ci sarà un momento di formazione tra studenti e persone con più esperienza che conoscono meglio le manifestazioni, per una formazione sulle tecniche necessarie per i cortei di testa, autodifesa, materiali, forme di anonimato. Ci sono moltissime discussioni rispetto ai blocchi, sulle reti sociali ci sono molti “manuali”. C’è meno formazione su questioni ideologiche che su questioni di pratica, meno la dottrina e più un sapere diffuso. Ma un punto importante rimane la formazione delle persone sulle varie correnti politiche, per chi non ne sa troppo. La formazione politica è importante. Io mi interesso alle scuole perché sono i futuri militanti e coloro che per i prossimi anni saranno sul territorio per fare agitazione, supportare gli scioperi, organizzare blocchi.

Quale relazione c’è tra student3, lavorator3 e sindacati?

M – Di base c’è quello che dicevo all’inizio, ossia una solidarietà con i lavoratori che si stanno mobilitando contro la riforma delle pensioni. È vero che non c’è moltissimo contatto, perché i lavoratori sono organizzati con i sindacati e gli studenti non vanno così tanto ai cortei sindacali perché non li trovano particolarmente attraenti. Ma a parte studenti che partecipano insieme ai genitori e altri che sono molto determinati e partecipano ai picchetti di sciopero la mattina, non c’è molta comunicazione. In generale, gli studenti medi si sono mobilitati molto più in sostegno e alleanza con le università che con i lavoratori e con i netturbini, per esempio.

B – È un po’ una simpatia passiva. C’è qualcun che dice che è geniale il modo in cui bloccano le scuole, ma non c’è particolare connessione. Ma per esempio alla scuola “Hélène Boucher”, al ventesimo arrondissement, c’è la scuola e vicino c’è un deposito degli autobus, con i conducenti etc. e lì ci sono state delle connessioni: i conducenti intervengono per allontanare la polizia insieme ai giovani perché quello è veramente un quartiere in cui c’è questo tipo di prossimità, ma in caso contrario non c’è questa relazione tranne che in studenti iper-politicizzati che riconoscono che ciò sia importante. Ci sono difficoltà a incontrarsi.

M – C’è una differenza anche tra generazioni. Tra studenti universitari e medi c’è una comunicazione che si fa più facilmente perché c’è al massimo dieci anni di distanza di età, ma con i lavoratori c’è uno scarto di 40 anni di distanza che sono 40 anni in cui si è fatto politica; per noi è tutto molto più nuovo. Abbiamo due visioni ancora troppo differenti in questa fase che è ancora preliminare e di inizio del movimento studentesco. Non possiamo permetterci di complicare la nostra cultura politica che è già complicata dal mobilitarci contro Macron.

B – La classe operaia francese, soprattutto parigina, è molto grande di età 40/50 anni. Non sono gli unici operai ma la classe operaia giovane non è molto presente nelle lotte. Sono i lavoratori di Uber, lavoratori interinali, drivers di Deliveroo, logistica, che sono settori trainanti e centrali nell’Ile-de-France. Hanno partecipato un po’ lavoratori come camerieri e cameriere, barman, ma questi sono più lavoratori occasionali, non operai stabili.

C’è una sindacalizzazione di questi lavori in Francia?

B – Un po’ sì, in questi lavori ci sono soprattutto lavoratori stranieri, “sans papiers”i e così, quindi c’è poca sindacalizzazione. Ogni tanto c’è qualche sciopero, ma dura pochi giorni e sono veramente molto settoriali, molto specifici. Ci sono invece scioperi delle lavoratrici delle pulizie degli alberghi che hanno scioperato al di fuori del quadro della riforma delle pensioni, perché hanno fatto scioperi per il salario. Il problema è che il sindacato non ha esteso le rivendicazioni oltre il salario. Per cui non c’è connessione tra classe operaia sindacalizzata e classe operaia privata, frammentata e informale. Le due lotte non si incontrano e ci sono problemi di connessione tra lotte di categoria per il salario poco politicizzate e sindacati che hanno il ruolo di guida delle mobilitazioni. Quindi è ancora più difficile che si creino connessioni tra studenti medi e lavoratori.

È tematizzato il femminismo nella lotta dell3 giovani e dell3 student3?

M – Una grossa parte del movimento è composto da studentesse, che sono anticapitaliste e antifasciste e necessariamente consapevoli di questa questione, ma questo vale anche per molti ragazzi. Penso che anche i ragazzi della mia generazione siano molto più coinvolti che in passato in una prospettiva femminista della lotta.

B – Per quanto riguarda il femminismo c’è una grossa partecipazione delle studentesse: hanno preso in carico l’organizzazione politica del movimento, mentre i ragazzi sono molto meno del tipo “no lascia stare è meglio che lo faccio io” e cose così. Gli studenti maschi in questa fase si sentono molto meno superiori, in termini di gerarchie, capacità, paternalismo, per esempio nei termini del confronto con la polizia non assumono atteggiamenti “protettivi” verso le compagne.

R – Quando ero io al liceo c’era molto questa divisione sessuale dei ruoli nelle manifestazioni. La divisione era che le compagne non avevano lo stesso ruolo dei compagni nella lotta, in una dinamica incorporata dalle e dai militanti. Per esempio il rapporto corporeo con la polizia non era lo stesso, le compagne erano meno esposte. Lo stesso vale per il linguaggio e la legittimità dei loro discorsi politici. Prima a prendere il megafono erano gli uomini. Oggi, per quello che vedo, sono le ragazze a essere coordinatrici degli studenti, per esempio sono le studentesse che discutono in assemblea, prendono in contatti, sono investite di maggiore responsabilità e legittimità, sono le più politicizzate. Questa è una grande vittoria del femminismo, in termini generali, perché ha infuso sicurezza e creatività nell’ambiente militante.

M – E chiaramente è in questo contesto qua [formazione e scuole] che le gerarchie si formano veramente. Quando c’è coscienza del sessismo tra gli studenti che si incontrano tra loro, quando c’è un’eguaglianza che si conquista dentro la lotta, questa si propaga nella vita quotidiana, nel mondo del lavoro di domani, almeno spero, e forse è per questo mezzo che si può diffondere più uguaglianza nella società.

B – Una cosa che ho notato in questo movimento è che i rischi assunti dalle ragazze sono simili a quelli assunti dai ragazzi e spesso prendere rischi ha a che fare con la tua personalità. Negli ultimi anni si è molto parlato di uguaglianza in termini di possibilità e c’era un femminismo un po’ borghese, un po’ bianco che rivendicava semplicemente il fatto che donne e uomini dovessero avere lo stesso salario. La tematica è invece che tutti e tutte sono capaci di partecipare e diventare quello che vogliono senza che ci sia un ragazzo che dice “no questo lo faccio io” o che si prende un certo ruolo.

Alle manifestazioni, nei cortei di testa, dove ci sono persone anche più adulte, ci sono un sacco di dinamiche maschiliste per cui le ragazze sono scoraggiate a partecipare perché è pericoloso. Questo è un comportamento che esiste ancora. Nelle “manif sauvage” studentesche questa differenza non esiste, siamo tutti anonimizzati.

E invece, per quanto riguarda l’ecologismo?

M – Per quanto riguarda l’ecologismo, per gli studenti è un po’ un modo di dire di essere politicizzati senza esserlo veramente e questi argomenti sono diffusi solo in pochi licei del centro come Henri IV. Tra le scuole di banlieue che si sono organizzate può essere una cosa importante ma non è assolutamente centrale.

B – Rispetto all’ecologia, mobilitare gli studenti di Henri IV, gli studenti dei grandi licei, significa che puoi fare molte più cose anche perché molti studenti lì sono figli di grandi padroni, avvocati, ambasciatori etc. e questo consente molta più agibilità. Una delle persone che aveva bloccato il liceo era la figlia di un ambasciatore ed era stata fermata. Dopo essere stata liberata ha ricevuto una lettera di scuse direttamente da Macron.

R – Henri IV è un liceo molto borghese e la prima lotta che lo tocca non è per il salario o per le condizioni di detenzione in carcere, bensì un tema molto mediatizzato come l’ecologia, che è stata molto digerita dal capitalismo ed è tollerabile. Gli studenti di Henri IV hanno voglia di essere politicizzati e la loro sensibilità si concentra sull’ecologia. Il nostro unico terreno di attivazione in quei licei è l’ecologia. Spesso è un’ecologia borghese e individuale, ma resta una lotta. Negli altri licei, la parte più borghese di un liceo è sensibile alla lotta ecologica. È un dato di realtà militante.

C’è stata una radicalizzazione di questi studenti?

M – Sì c’è una radicalizzazione. Qui c’è molta meno repressione poliziesca, quindi è necessariamente più facile; poi loro sono molto numerosi, intelligenti, molto organizzati e quindi sono riusciti bene a mobilitarsi.

B – Ma non sono venuti alle manifestazioni studentesche. Rimane una dimensione di ghetto: si immaginano le situazioni nei quartieri 16 o 20 come pieni di polizia, con gli scippatori, c’è tutto un immaginario. Le persone che non sono troppo politicizzate dicono “resto qua alla Sorbona” [inteso, la zona di Parigi dove ci sono questi licei, la sorbona, 5 arrondissement]. La questione comunque rimane come congiungere la mentalità ecologista con la mentalità anti-polizia e anti-Macron e per ora questa cosa non sta succedendo.

C’è un’ultima questione, alla fine dei conti qual è il ruolo reale della questione delle pensioni nelle lotte studentesche, come tema politico?

M – Penso che lo scoppio sia avvenuto con la riforma delle pensioni e con il movimento che si è formato. Ma poi sono subentrate altre questioni che erano già presenti: precarietà studentesca, riforma del Parcoursoupii, riforma del BAC. Più che sulla riforma delle pensioni, ci si è concentrati sulle scuole e sulle loro condizioni.

R – Gli scioperi di oggi sono i più grandi da 30 anni. Tutto il mondo ne parla, è l’attualità assoluta e la politica non si è smossa e questa è stata una grande frustrazione. La prima vera frustrazione e indignazione è stata l’uso del 49.3.

M – I giovani poco politicizzati vedendo le immagini della violenza della polizia su studenti o su altre persone, sono rimasti abbastanza scioccati, a maggior ragione perché ora queste scene sono particolarmente riprese, filmate e questo fa sì che immediatamente le informazioni e le immagini circolino, per cui molto facilmente girano video. Un secondo dopo vedi la risposta del capo del governo o di qualcun altro, che dice che non esiste la violenza polizia o che non parla di queste cose. Queste cose, specialmente le violenze di polizia, hanno molto indignato le persone e in particolare gli studenti.

B – Nonostante sia evidente dal punto di vista della democrazia borghese che la riforma delle pensioni è passata, Macron sta gestendo la democrazia senza rispettare il contratto sociale abituale, per cui tantissime persone si sono sentite proprio tradite, a maggior ragione che gli ultimi anni di lavoro della propria vita sono quelli in cui si soffre di più, in cui ci si ammala. Per cui le persone hanno percepito che fossero rovinati gli anni più belli della pensione, quelli tra 62 e 64, prima che comincino problemi di salute e cose così. Ciò ha portato al fatto di non rispettare più le istituzioni borghesi, per cui il corpo sociale francese, tranne qualche miliardario o borghese macronista, ha reagito in massa a questa riforma. In seguito si è radicalizzato contro l’impunità della polizia, la deriva ultra-autoritaria. Nella coscienza delle persone c’è il problema di come cambiare queste forme di governo. Inoltre, il fatto che tutta la società francese abbia preso posizione, si sia espressa, si sia radicalizzata ha anche legittimato i giovani nelle loro azioni, perché dietro c’era tutta la Francia.

R – C’è anche un altro aspetto, ossia che la riforma delle pensioni colpisce persone che ancora avevano o hanno l’illusione di una carriera, di un mestiere per la vita etc. Negli studenti non esiste questa illusione, la maggior parte sa che non troverà un lavoro fisso prima dei 40 anni. Non c’è il sogno di avere la tv, il cane e il giardino. C’è proprio la questione di come passerai la tua esistenza, c’è coscienza di un’esigenza di scrivere un nuovo contratto sociale rispetto a quello di una vita fatta di lavoro-salario-pensione-morte. Come un tempo i giovani non volevano andare a lavorare in fabbrica come i padri o i nonni, ora che non esiste più questo mondo i giovani non vogliono più l’aspirazione di vita francese: tutto l’anno lavoro e cinque settimane di vacanza, molto circoscritte e in cui spesso non fai nulla alla fine e rimani come confinato. Malgrado il fatto che sono scolarizzati e potenzialmente con migliori possibilità di carriera, gli studenti hanno rifiutato questa prospettiva.

M – Penso che il Covid e il lockdown abbiano svolto un ruolo in questa situazione, perché hanno prodotto il rifiuto di passare la vita in un ufficio e, invece, l’esigenza della libertà e di esplorare il più possibile. Col Covid questo fatto si è materializzato: certo è divertente stare sui social, ma lì era tutta un’altra cosa. In queste mobilitazioni si cerca un cambiamento, non si sa bene come e dove deve andare ma si sa che in questa trasformazione ci si sente più stabili, in questa società francese in cui tutto brucia. Ho questa impressione.

B – Si tratta di praticare la libertà. I giovani si dicono: cosa mi impedisce di fare due settimane di politica e fare qualcosa che non ho mai fatto nella mia vita, nella testa delle persone è qualcosa di veramente nuovo. Nel cuore della gente c’è una parte che è quella della collera, che era sotterrata, e in questa situazione è diventata esplosiva in un momento politico meno istituzionale, un po’ più libero e festivo. Questo viene dai Gilet gialli, per cui era stata trovata una nuova cognizione politica, in termini di lettura della realtà, per cui c’è bisogno di momenti straordinari, perché quelli ordinari sono orribili. Da ciò il blocco delle rotonde, le occupazioni etc. Penso che questa cosa sia sedimentata nel modo in cui le persone si sono fatti carico di un’attivazione politica, e questo è interessante e giusto.

i Persone straniere e razzializzate che vivono in Francia ma non hanno i permessi di soggiorno.

ii Riforma che ha reso più selettive le procedure e le valutazioni per l’ammissione alle università.

Qui la raccolta di approfondimenti sulle lotte in Francia contro la riforma delle pensioni.

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