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Quattro chiacchiere con Hossam el-Hamalawy, con l’Egitto nel cuore

Poi l’anno della svolta, il 2000, quando anche grazie al fervore della seconda intifada palestinese, il panorama nei posti di lavoro e dentro le facoltà universitarie è iniziato a cambiare, anche se ancora nessuno aveva il coraggio di uscire per la strada, di manifestare nelle piazza, di cantare slogan contro il potere, il regime, gli abusi, la mancanza totale di libertà, i salari da fame.
Tahrir inizia ad esser “presa” da piccoli gruppi di manifestanti a partire dal 2003, con l’invasione statunitense dell’Iraq  e la nascita del movimento Kifaya (“basta” in arabo), che poi verrà definitivamente sventrato, nell’estate del 2006, dal regime.
Ma è proprio nel dicembre 2006, ci racconta Hossam, che gli scioperi di Mahalla portano per le strade 27.000 operai a braccia incrociate, e 3000 donne: proprio loro sono state a trascinare le industrie tessili nei quattro storici giorni di sciopero. Sono state loro ad entrare per prime in sciopero, le operaie, e a trascinare per il bavero i loro uomini, padri mariti e figli verso un nuovo livello di scontro.
Da Mahalla al-Kubra è un attimo, e tutte le fabbriche del Delta del Nilo incrociano le braccia, fino ad arrivare ad Alessandria e al Sinai: per la prima volta il regime trema, le basi di piazza Tahrir iniziano a costruirsi, la gente inizia a trovare il coraggio non solo di nominare il rais, ma di inventare e cantare slogan contro di lui.
Insomma, Hossam non lascia spazio a fraintendimenti su questo: la rivoluzione di piazza Tahrir di gennaio nasce molti anni prima, negli scioperi sempre più consistenti e nelle richieste della classe operaia, nasce a Suez, nasce nelle zone dei campi di cotone, nasce nell’indotto del Canale da Port Said al Mar Rosso, nelle richieste tutte politiche di chi scende in piazza sfidando le forze di sicurezza, il loro piombo e le loro retate.

Poi, il 25 gennaio.
L’inaspettato. Per tutti. Nessun egiziano, e questo me l’hanno raccontato tutti per le strade di quella città e di quei villaggi, si sarebbe mai aspettato quel che è accaduto: nessuno immaginava di arrivare in quella piazza in decine di cortei spontanei che si spostavano da ogni quartiere. Nessuno avrebbe mai pensato che quel giorno tutti, di ogni strato sociale d’Egitto, stavano riempiendo le strade urlando una sola cosa: IL POPOLO VUOLE LA CADUTA DEL REGIME.
La Fratellanza Musulmana, che non aveva aderito immediatamente alle mobilitazioni s’è vista costretta a farlo perché tutti i suoi giovani erano in piazza.
I copti, malgrado il terrore iniziale ( per decenni il regime li ha convinti che la loro sopravvivenza dipendeva dalle forze di sicurezza di Mubarak) hanno iniziato a scendere in piazza: nessuno è rimasto a casa.
E non li hanno fermati i cecchini sui tetti, non li hanno fermati la baltagheyya e la battaglia dei cammelli: nessuno ha potuto fermare quella marea umana che avanzava verso l’inizio di un nuovo Egitto, faccia alta e mani vuote.
Hossam ci ha raccontato di Tahrir ma anche di come nulla sarebbe cambiato se non fossero state tutte le altre città a rivoltarsi, in alcune zone anche con livelli di scontro estremamente pesanti, come a Suez: non è stata piazza Tahrir a far cadere il regime, ma gli scioperi di massa che dopo pochi giorni dalle prime mobilitazioni hanno inchiodato il paese tutto.

Ha sottolineato però, che la controrivoluzione sta avanzando: c’ha raccontato come il Consiglio Supremo delle Forze Armate sta reprimendo le mobilitazioni e tentando di eliminare la possibilità di scioperare per i lavoratori, c’ha raccontato con nomi e cognomi come ancora gran parte dell’apparato di regime sia al suo posto, seduto comodamente sulla sua poltrona, c’ha raccontato di quanto ancora deve avanzare questa rivoluzione e del grande circo che saranno le elezioni del prossimo novembre. I socialisti e tutti i gruppi della sinistra rivoluzionaria le boicotteranno.

Difficile raccontare tutto quello che è uscito dalla bella chiacchierata di ieri sera.
Quando gli è stato chiesto della partecipazione femminile c’ha detto: “ma come, se v’ho detto che son state le donne a prender i lavoratori per il collo e a farli scioperare urlando che eran dei codardi!”. Con tono molto critico ha detto di come sia sterile la lotta di alcuni movimenti femministi della borghesia egiziana che si stanno mobilitando solamente per le quote rosa e per la possibilità di muoversi con il passaporto senza il lasciapassare di un uomo della propria famiglia. Importantissime istanze -ovviamente- ma, dice Hossam, ora dobbiamo preoccuparci delle priorità delle donne egiziane, delle lavoratrici, delle donne dei villaggi e dei piccoli centri che non sanno neanche cosa sia un passaporto. Per Hossam, e mi trova d’accordo, il processo di liberazione femminile in Egitto -essenziale e prioritario per il cambiamento del paese- non passa certo per le quote rose, ma casa per casa nella quotidianeità di ogni donna, ogni ragazza, ogni bambina.

Si è parlato ovviamente di Siria, dell’infinita solidarietà verso chi si sta ribellando al regime di Bashar al-Assad e del partito Baath, sopportando una repressione che non s’era ancora vista in questa stagione di rivolte mediorientali e nordafricane. Spazzato via in quattro chiare parole qualunque discorso su deliri complottistici e ingerenze occidentali o sioniste in Siria, il caro Hossam el-Hamalawy ha conquistato la mia più profonda stima.
Saremmo stati per ore a parlare e fargli domande, ma la stanchezza di queste giornate italiane a raccontare la sua esperienza era più che leggibile nel suo sguardo:un ragazzo che a trent’anni ha conosciuto la tortura e il carcere, che ha passato la sua vita a seguire sciopero per sciopero i lavoratori in lotta,
un giovane rivoluzionario che c’ha dato un po’ di grandi piccole lezioni in poche ore insieme.
C’ha raccontato di una rivoluzione reale, che sta passando sul corpo delle donne, dei lavoratori, degli studenti d’Egitto; una rivoluzione che non vuole fermarsi nè farsi ingannare, che sa riconoscere i suoi nemici, che cerca la solidarietà di ogni pezzetto di mondo e che ha l’orgoglio di voler ispirare il mondo che la circonda.
Grazie ad Hossam, alle sue parole chiare, al suo immenso lavoro, al suo essere per la strada giorno dopo giorno.
Fino alla vittoria.

QUI IL BLOG DI HOSSAM: 3ARABAWY

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Egittomaghreb

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