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Nuestra America Convoy

Rompere l’assedio, resistere alla 3ªguerra mondiale.

Pubblichiamo un importante contributo di un compagno appena ritornato dalla missione solidale a Cuba. Buona lettura!

Si è compiuta con l’arrivo degli ultimi velieri nel porto dell’Avana la missione solidale del Nuestra America Convoy.
È stato dimostrato con delegazioni da quattro diversi continenti la grande capacità del mondo altro, rappresentato da associazioni prima fra tutte AICEC (associazione per l’interscambio culturale ed economico con Cuba promotrice per l’Italia dell’iniziativa), partiti, sindacati, singoli e organizzazioni informali, di fare rete e mobilitarsi oltre l’immobilismo cinico della comunità delle nazioni occidentali.

Per restituire una verità sulla disposizione di una parte delle nostre società a mettersi contro la narrazione che è dominante alle nostre latitudini e ci prospetta l’impossibilità di una partita culturale e ideologica rispetto alle diverse visioni di mondo.

Il blocco totale imposto da Trump dopo la criminale operazione del gennaio scorso, con l’arresto di Maduro e sua moglie Cilia Flores che ha portato all’uccisione di 32 cubani unici ad opporre resistenza contro il blitz della delta force a Caracas, inizia a scricchiolare e mostrare per l’ennesima volta l’inesistenza di una strategia di medio corso dell’amministrazione usa, quanto invece il fervore propagandistico con cui si muove la più grande potenza imperiale apparsa alla storia.
In questa fine di Marzo, durante quello che unanimemente viene descritto come il momento di crisi più grave per l’isola, il mondo sta dimostrando che Cuba non è sola.
Oltre al Nuestra America Convoy che ha portato attiviste/i e militanti da quattro diversi continenti e tonnellate di aiuti medici e umanitari, hanno raggiunto i porti cubani la terza imbarcazione cinese che completa la fornitura in tre tranche di 30000 tonnellate di riso e la petroliera russa Anatoly Kolodkin con un carico di 730000 barili di greggio indispensabili per la tenuta dell’economia cubana.
Dove le dinamiche imperialiste vorrebbero appiattire e distruggere, innanzitutto a livello simbolico, realtà come questa che dalla rivoluzione del 1959 ha deciso di non piegarsi alle logiche genocide della colonizzazione statunitense, opponendo una fiera resistenza a partire dalla propria sovranità e autodeterminazione. C’è un alternativa politica e sociale che fatica a farsi fronte comune e coagularsi attorno temi e progetti generali, ma che dalla Palestina al Sud America mostra l’urgenza di un’alternativa ad una politica della forza che vuole sostituire il diritto.

Soberania (sovranità) é la parola chiave che ha accompagnato la nostra permanenza sull’isola: al netto di quelli che possono essere i limiti e gli errori commessi dal governo del partito comunista cubano e che dalla nostra posizione è difficile giudicare, la grande maggioranza delle persone che abbiamo incontrato, prima delle opinioni politiche, ha messo l’accento sull’immenso valore che rappresenta il potersi autodeterminare appunto, come paese indipendente.
Nel mare dei Caraibi abbiamo ritrovato, lì dove è sempre stata in questi ultimi sessant’anni, un’isola rivoluzionaria e socialista: un piccolo mondo che si definisce ostinatamente umanista prima di tutto. Al netto delle criticità che in molti non mancano di farci notare tra le strade semi deserte dell’Avana e che accogliamo con grande curiosità e angoscia. Sapendo bene cosa c’è al di qua di una cortina a tratti impercettibile, ma che da italiani/e ci mantiene saldamente ancorati come società gregaria al capriccio del padrone nord americano, non possiamo che guardare con disperazione alla possibilità, mai così attuale della caduta di Cuba. Il suo essere a rischio bombardamento e occupazione, con l’arma della disinformazione che durante la nostra permanenza, come già successo per il Venezuela ventilava attacchi ed esplosioni inesistenti sul paese, per rafforzare la possibilità di un atto di forza reale.

Il pericolo è che con la solita promessa della munificenza dei detentori del benessere materiale più bieco: che non manca di seminare dentro e intorno a sé depressione e scoramento, l’isola possa venire data in pasto al mostro del mercato che ben conosciamo. Il “libero” scambio che si prospetta sotto la maschera di libertà e democrazia, è quello della dismissione dello stato sociale, della gratuità dell’istruzione e sanità per tutte/i, della propria identità, per una possibilità di profitto e accumulazione per pochi. Fondi pensione e assicurazioni private, il saccheggio di infrastrutture e risorse, il consumo come unica bussola da seguire: in una competizione senza fine per la sopravvivenza.
Da materialisti/e, non abbiamo altri a cui raccomandarci se non al sentimento genuino che anima l’amicizia tra i popoli e alla fierezza di chi ha fatto della lotta un tratto identitario indelebile. Non si può dimenticare l’esempio di solidarietà che la rivoluzione cubana ha proiettato sul mondo. Il contributo unico nella lotta globale al colonialismo, la capacità di sentire le ingiustizie altrui come proprie, che ha portato alla creazione delle brigate mediche e pedagogiche operanti tutt’ora ai quattro angoli del pianeta. Tra blackout e scarsità assoluta abbiamo ascoltato parole più forti di qualsiasi sistema d’arma, dottori come Julio Guerra Izquierdo guida della delegazione che ha lavorato a Torino durante l’emergenza COVID, scienziati come Vicente Verez Bencomo dell’istituto Finlay di vaccinazioni, le militanti e i militanti come Mariella Castro del CENESEX (centro nazionale di educazione sessuale), con empatia e grande autorevolezza ci hanno dato la possibilità

Difendere la rivoluzione cubana non è un atto di altruismo, difendere Cuba è difendere noi stesse/i. L’esempio che tanto fa prudere le mani dell’impero è di per sé possibilità immediata di realizzare le vittorie necessarie a ribaltare il tavolo del potere capitalista, a partire dalla cura e dalla comprensione dei bisogni della stragrande maggioranza della popolazione umana, dalla presa di posizione assoluta e radicale dello slogan medici e non bombe che dalla soglia dell’abisso della guerra globale ci richiama alla possibilità mettere al centro infine il benessere comune e non l’accumulazione violenta.

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pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

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