Malinconiche pianificazioni. Guerra, catastrofi ecologiche, RePowerEU

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La guerra in Ucraina ha risvegliato l’Unione europea dal sogno di geometrica progressione della propria ricostruzione post-pandemica per mezzo di svariati piani connessi tra loro.

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Da Connessioni Precarie

Come dimostra la cronaca politica di questi giorni, ciò non significa che Von der Leyen intenda ora rinunciare al potere evocativo della pianificazione, ma che le ‘magnifiche sorti e progressive’ che la Commissione aveva sbandierato come plausibilissime sotto le insegne del Recovery Plan, potenziato dal NextGenerationEU, e dell’European Green Deal, semplicemente sono costrette a passare per aspri sentieri sfuggiti alla previsione dei precedenti piani. La guerra in Ucraina sta producendo effetti che vanno oltre i confini sovrani dei due paesi direttamente coinvolti nello scontro armato; in questo senso,

la politica ‘democratica’ delle sanzioni e lo scontro sull’energia e per il reperimento di materie prime strategiche sono parte costitutiva di un processo di riallineamento su scala mondiale dei rapporti tra Stati, Unioni e capitale.

Per quanto non sia combattuto con le armi in ogni luogo, questo scontro sta mettendo in discussione alcuni capisaldi dell’ordine globale con la violenza di una nuova guerra mondiale. È in questo scenario transnazionale, frammentato, aperto e competitivo – ma pur sempre integrato e connesso – che devono essere inquadrati i recenti sforzi europei di combattere con le armi della transizione ecologica la propria battaglia per ottenere una posizione di forza nel nuovo ordine che fatica a formarsi, attirando capitali e fornendo loro ulteriori sbocchi di investimento, dunque un ambiente ‘verde’ sostenibile per l’accumulazione.

Nel sogno di ricostruzione post-pandemica andato parzialmente in frantumi con lo scoppio della guerra l’Unione rinsaldava a suon di miliardi il rapporto con i suoi Stati e allargava il suo raggio d’azione oltre i propri confini istituzionali anche attraverso gli strumenti finanziari e i regolamenti adottati nell’ambito della transizione ecologica. La crisi connessa alla diffusione globale del Covid-19 aveva in effetti mostrato quali fossero i nervi scoperti del mercato mondiale, dunque dove fosse necessario intervenire per rinsaldare l’efficienza di alcuni processi costitutivi dell’ordine esistente (la resilienza delle catene del valore, la disponibilità di lavoratori e lavoratrici essenziali e qualificati, nonché il controllo su risorse indispensabili per la produzione a tecnologia avanzata). Oggi la guerra è il reagente che evidenzia con somma violenza l’impossibile pianificazione di un equilibrio alchemico come quello ricercato dall’Unione nell’ultimo biennio.

Gli inciampi della pianificazione europea sono la prova che siamo di fronte a crisi transnazionali. In quanto tali, nessuno Stato o Unione di Stati ha il potere di governarne completamente le cause, né può ambire a prevederne in toto gli effetti.

Questo spiega anche la corsa disperata a riprendere le fila dell’ordine globale frantumatosi sotto il peso di queste crisi, per cercare di esercitare nuove forme politiche di precaria egemonia, o di assicurare i profitti laddove le catene globali del valore si dimostrino meno resilienti del previsto. Per la forza e radicalità con cui stanno rovesciando una specifica conformazione della globalizzazione, l’«Economist» – da secoli un’influente istituzione a difesa degli interessi del capitale – ha recentemente definito una «catastrofe mondiale» gli effetti della guerra in Ucraina, facendo particolare riferimento al futuro di scarsità alimentare ed energetica che attende un mondo incapace di superare le sue «fragilità». L’«Economist» omette di notare che la crisi alimentare ed energetica, nonché quella climatica più in generale, sono già una dura realtà per larga parte della popolazione mondiale, e non una semplice preoccupazione da relegare nel futuro. Tuttavia, se sei l’«Economist» e agiti lo spettro della catastrofe, pensi anche di sapere che cosa si deve fare per esorcizzarla e chi deve pagarne il prezzo.

L’Unione europea valuta oggi l’ipotesi concreta di dover fare a meno del gas russo. L’approvvigionamento di gas era finora ritenuto tanto scontato che ancora alla fine del 2021 esso era stato inserito nella tassonomia delle fonti energetiche green perché strategico per la transizione. Il RePowerEU è il piano chiamato a trasformare un problema in un’opportunità, come già da un paio di mesi sostiene il commissario per gli affari economici e monetari Gentiloni. Ri-potenziandosi, l’Unione si organizza per esercitare una forza attrattiva verso i suoi vicini, e un potere orientativo sui suoi membri. In quanto può al massimo ambire ad attrarre e orientare, senza avere il potere di dirigere davvero i processi su cui concentra la propria azione, quello europeo non è a tutti gli effetti un piano, anche se a quel termine e al suo potere evocativo la Commissione fa, non a caso, malinconicamente appello.

I ‘piani’ nazionali sono infatti predeterminati da un potere che non risiede presso i governi che li stilano, mentre quelli dell’Unione europea assumono più la forma di strategie che di veri e propri piani, perché stretti tra le rigidità dei singoli Stati e i movimenti transnazionali, che di quei piani sono il vero sfondo opaco e ingovernabile.

La guerra irrompe come un barbaro imprevisto all’inizio del RePower per giustificare l’urgenza delle sue misure. Essa ha scatenato secondo la Commissione una concatenazione di processi critici che investono sia il rapporto dell’Unione con la Russia, sia quello con gli Stati membri. In particolare, il tentativo di rinforzare le sanzioni occidentali evitando di sovvenzionare un partner commerciale ormai insostenibile ha incontrato i malumori o l’aperta opposizione dei paesi legati a più stretto filo ai rifornimenti russi. L’Ungheria ottiene così il lasciapassare all’ingresso del gas via terra, mentre solo quello via mare (che però non riguarda la catena Est-europea) cesserà di essere acquistato entro la fine dell’anno. Ciò che più conta è che per piegare tali resistenze, la strategia europea prevede la possibilità di investire quasi 300 miliardi di euro in nuove infrastrutture, sviluppo tecnologico e aumento della profittabilità delle fonti rinnovabili. La stragrande maggioranza di questi fondi è però vincolata agli obiettivi strategici di transizione contenuti nei vari piani nazionali di ricostruzione, su cui Orban non ha mai trovato un accordo con Bruxelles. In parallelo al braccio di ferro sulla maggiore integrazione nei programmi europei di questi paesi, per ridare potere all’Unione si prevede la costruzione di una Piattaforma europea del mercato energetico che permetta di centralizzare la raccolta dei dati sul fabbisogno di ogni paese coinvolto, per poi poter meglio distribuire le risorse a disposizione. Questa Unione energetica dovrà certamente essere aperta a Ucraina, Moldavia, Georgia e i Balcani occidentali, i quali – si presume – dovrebbero così incontrare nelle capacità di management del mercato unico europeo una via di fuga dal petrolio e dal gas di Putin. Il tentativo di costringere questi paesi all’indipendenza dalla Russia è insomma un nuovo capitolo del lungo processo di integrazione europea a Est che passa attraverso l’espansione del mercato unico, la maggiore competitività che esso assicura e, così, anche l’apertura di nuovi sbocchi per l’investimento di capitali ‘ecologici’ provenienti da Ovest.

Un’integrazione logistica prima ancora che politica, dato che quest’ultima si continua a prevedere possa richiedere non meno di una decina d’anni.

L’integrazione auspicata serve perciò innanzitutto a mettere in salvo la circolazione delle merci e dell’energia dai “colli di bottiglia” che le varie crisi hanno provocato, nonché ad anticiparne di nuovi legati ai potenziali momenti di insubordinazione operaia che potrebbe mettere a rischio la transizione green. L’urgenza energetica, insomma, stabilisce un ordine di priorità di fronte al quale ogni resistenza è chiamata a tacere e a conformarsi agli obiettivi strategici di lungo periodo dell’Unione, adottando iniziative nazionali a corto raggio orientate dal piano. Gli obiettivi di risparmiare energia, diversificare le fonti di approvvigionamento, accelerare la transizione alle rinnovabili e combinare investimenti e riforme danno corpo all’ambizione europea di «riflettere le differenze e proporre una varietà equilibrata di soluzioni», ben sapendo che nella situazione corrente «nessuno Stato può cavarsela da solo» e che, allo stesso tempo, l’indipendenza dagli approvvigionamenti russi comporterà l’irrigidimento di nuove dipendenze lungo l’asse atlantico.

Il RePower è così anche l’emblema dello sforzo portato avanti dalla Commissione a guida Von der Leyen di sintetizzare dentro i propri piani ambizioni strategiche e iniziative di cui gli Stati non possono fare a meno se vogliono riprodurre le proprie società nel breve periodo. Inoltre, in quanto ambisce a rafforzare la presa sul movimento di capitali, merci e individui dentro e fuori i confini del mercato unico europeo, la posta in gioco del RePower è quella di piegare a proprio favore dinamiche transnazionali altrimenti catastrofiche, stringendo rapporti di commerciale amicizia con Stati che, per via delle risorse di cui dispongono, occupano una posizione strategica e imprevista nella geografia della crisi in corso. Ciò significa che le politiche energetiche dell’Unione sono un pezzo del suo tentativo di stabilire una precaria egemonia sui processi transnazionali di valorizzazione occupando una posizione di forza di fronte ai propri partner politici internazionali, attraendo e direzionando capitali verso i settori strategici della transizione e cercando una difficile sintesi tra i propri interessi di lungo periodo, e quelli a scadenza più prossima dei suoi membri.

Gli Stati membri, dal canto loro, sono continuamente presi tra esigenze contrastanti e tra contraddizioni sia interne sia esterne ai loro confini.

Se è vero che per mezzo della programmazione europea sono aumentate le capacità di spesa dei governi e gli interventi attivi nella fissazione di standard utili a indirizzare i movimenti di capitali, merci e persone, è tuttavia evidente che quando si danno elementi di pianificazione questi sono sempre parziali e presi in dinamiche non preventivabili.

Ai governi nazionali, perciò, non resta che ricorrere ai sussidi per evitare che una fetta cospicua della popolazione caschi sotto il livello minimo della riproduzione della propria esistenza e per garantirsi una legittimazione sempre meno scontata. D’altro canto, quando si tratta di lenire gli effetti inflattivi della transizione accelerata, la Commissione e la BCE consigliano agli Stati di cavarsela con gli strumenti che hanno, dunque di intervenire sulla fiscalità tenendo fede, al contempo, al sacro principio dei conti in ordine. Vediamo allora comparire forme di sussidio «una tantum», come la paghetta estiva da 200€ di nonno Draghi, o come i ben più cospicui 1400€ in Germania, ottenuti però solo nel settore chimico. Quel che più conta però, se si ascoltano anche le recenti uscite del governatore della Banca d’Italia Visco, è che non riparta la corsa al rialzo salariale e che non ci si illuda di poter evitare di pagare il costo dell’inflazione.

La transizione ecologica in tempi di guerra mette quindi anche definitivamente fine alla sospensione pandemica dell’austerity, e alle speranze di chi in essa aveva voluto intravedere i contorni di un’Europa ‘sociale’ che, semplicemente, non è.

Alcune domande possono insomma essere poste alla recente strategia varata dall’Unione per intuire e anticipare processi che necessariamente investiranno le possibilità di manovra degli Stati membri, le loro politiche di gestione della produzione e della riproduzione sociale, i loro tentativi di distribuire in maniera diseguale il costo ecologico delle politiche di transizione.

Con l’imperativo di ridurre i consumi di energia per efficientare la produzione industriale l’Unione dà seguito agli obiettivi di riduzione delle emissioni già posti dal programma Fit for 55 varato nel 2020, secondo il quale bisognerà diminuire le emissioni nocive del 55% entro il 2030. Con l’ulteriore giro di vite necessario a proteggere la traballante offerta di energia a disposizione, la politica di transizione energetica commissionata dall’Unione ai suoi membri fa un ulteriore salto di qualità, pienamente legittimato dalle circostanze belliche «inaspettate». Nello specifico, si prevede che l’accelerazione ricercata possa aumentare le difficoltà di chi già vive un’emergenza abitativa, ovvero fatichi a pagare le proprie bollette, mentre le competenze richieste per portare a termine l’ammodernamento di edilizia e infrastrutture non lasceranno inalterate le condizioni di messa al lavoro di milioni di operai, sottoposti alla sferza dell’«upskilling e reskilling». Si tratta di realtà e parole d’ordine che determinano i processi e i discorsi europei da qualche anno, ma che ora segnalano quale cura ricostituente l’Unione ritenga necessaria per uscire rinforzata dalla crisi transnazionale aperta dalla guerra.

L’obiettivo della diversificazione, da completare con la centralizzazione dello stoccaggio dell’energia, dimostra la rilevanza strategica della transizione ecologica nell’economia del piano di «ri-potenziare l’Unione europea». In quanto permette di attingere a una serie corposa di strumenti e mercati finanziari (compreso quello delle quote di carbone), dunque di promuovere investimenti di lungo periodo in direzioni prima inesplorate dall’accumulazione capitalistica, la transizione ecologica è la politica attraverso cui l’Unione mira ad attirare capitali fornendo loro un ambiente istituzionale sostenibile. Così, essa permette anche di riscrivere la geografia dei propri «partner di fiducia» all’insegna dell’allargamento del mercato unico. In questa prospettiva, la transizione ecologica non solo non cessa di essere orientata al profitto, ma neanche trova nella guerra la sua sospensione. Al contrario, il rilancio bellico della pianificazione ecologica contiene l’obiettivo di ristrutturare il mercato dell’energia assegnando a tale impresa un valore strategico tanto difensivo quanto offensivo. In primo luogo, si apre alla possibilità per i Paesi che ne hanno la disponibilità di fare scelte ben poco ecologiche come sfruttare un po’ più a lungo del previsto le miniere di carbone, dare nuovo slancio al nucleare, o continuare l’estrazione del gas presente nel sottosuolo europeo; in seconda istanza, si intensificano le interconnessioni infrastrutturali interne ed esterne allo spazio istituzionale europeo.

La sbandierata accelerazione sulle rinnovabili implica investimenti e riforme di cui gli Stati sempre più difficilmente potranno fare a meno, vista anche la decisione della Commissione di vincolare i primi alle seconde e di forzare l’inclusione di entrambi negli obiettivi strategici dei vari piani di ricostruzione nazionale. In quanto la posta in gioco è la ridefinizione e maggiore integrazione della geografia del sistema energetico dell’Unione, il piano non può che tendere a far pesare i propri obiettivi strategici sulle iniziative dei singoli Stati. «Mentre la maggior parte degli scopi e degli obiettivi sono europei e richiedono una forte opera di coordinamento», così recita significativamente il RePower, «la messa in campo delle misure resta in mano agli Stati membri e richiede puntuali riforme e investimenti». Su questa doppia dimensione si muove la ridefinizione corrente dei punti fermi che ogni piano nazionale è chiamato a contemplare nel nuovo scenario bellico – dai maggiori investimenti in armi, ritenuti un elemento strategico della coesione e sicurezza della democrazia, alla promozione di un’Alleanza europea per l’Industria solare, a cui dovrà concorrere anche la ricerca innovativa finanziata nel quadro dell’Horizon Europe. L’accento sulla guida industriale della transizione non può passare inosservato; anch’essa introdotta con i primi tentativi di pianificazione prebellica, si trova oggi investita del compito di trainare l’Unione dentro la fase corrente di estrema competitività globale. Così, la produzione di pannelli fotovoltaici dovrà raddoppiare entro il 2025, favorita dall’alto costo delle fonti finora maggiormente sfruttate di energia e dalle semplificazioni burocratiche raccomandate dall’Unione.

Infine, a completamento di questa transizione a tappe forzate verso la dismissione di certuni settori di investimento di capitali a favore di altri, ricompare il problema della reperibilità di manodopera qualificata per le nuove esigenze del capitale industriale europeo.

Perciò, un perno fondamentale dell’alleanza saranno le linee guida contenute nel Pact for Skills, un hub in cui gli ecosistemi industriali – specialmente quelli digitale e verde – potranno condividere strumenti, conoscenze, corsi formativi, possibilità di tirocini e altre buone pratiche da sottoporre ai propri lavoratori. In Italia, per esempio, con il protocollo Orlando-Lamorgese si intravedono i primi effetti concreti del re-skill che andrà a formare i lavoratori necessari per l’edilizia green e sostenibile: tale processo passerà ancora dalla presa del permesso di soggiorno sulle vite dei migranti che verranno reclutati tramite le cooperative per andare a garantire forza-lavoro a basso costo nei cantieri edili. Dietro gli imbrogli nostrani sul 110% e i proclami sul necessario aumento estivo delle temperature domestiche si fa strada, anche in Italia, l’ambizione della strategia europea di potenziare l’edilizia e la produzione industriale riducendo gli insostenibili sprechi di energia.

Infine, l’intreccio tra riforme e investimenti dimostra la tensione che attraversa la programmazione europea, ora investita del compito titanico di affrontare il disordine bellico. A quegli stessi Stati che non possono affrontare da soli i costi della transizione, specialmente l’inflazione sui prezzi delle materie prime, e che perciò tentano di contrattare con l’Unione tempi e modalità sostenibili della transizione, la Commissione ricorda che i fondi prestati agli Stati hanno anch’essi un costo, che è politico e amministrativo, oltre che economico. Le burocrazie dei permessi e delle concessioni, tanto sul piano nazionale quanto locale, devono trovare standard di funzionamento omogenei per garantire la sincronizzazione degli investimenti in nuovi impianti industriali, nell’ammodernamento degli edifici e nello sfruttamento ottimizzato delle risorse ancora disponibili sul suolo europeo. Tale omogeneizzazione è ritenuta di fondamentale importanza per garantire che le strategie di lungo periodo possano trovare nelle iniziative locali un solido terreno di precipitazione, e non di scontro. Concretamente, ciò comporterà che gli Stati dovranno lavorare per aggiungere ai loro Piani di ricostruzione nazionale un capitolo ad hoc sulle modalità attraverso le quali si impegnano a contribuire alla maggiore integrazione e rafforzamento della Comunità energetica dell’Unione.

L’impronta economica, amministrativa e giurisdizionale che l’Unione assegna alla propria pianificazione segnala una volta di più la dimensione industriale e finanziaria della transizione green con cui essa ambisce a creare le condizioni per l’affermazione di un nuovo regime ecologico di accumulazione.

Tale programmazione non segue le traiettorie classiche della pianificazione, non si fa carico di risolvere le contraddizioni politiche che attraversano la società, ma, come dimostra l’accordo trovato con l’Ungheria, tende ad aggirarle e a scaricarle sulle politiche nazionali, con buona pace degli standard democratici. Quello che certamente pretende di fare l’Unione con le sue politiche ecologiche, finanziarie e industriali è tracciare la cornice istituzionale all’interno della quale precari, lavoratrici, migranti ed ecologisti sono costretti a misurarsi per costruire una forza collettiva e transnazionale contro la guerra e l’impossibile alternativa che essa pone tra la democrazia ecologica e in armi occidentale e l’autoritarismo di Putin. Costruire una politica transnazionale di pace, allora, significa anche uscire dal ricatto della catastrofe, bellica o climatica che sia. Catastrofe non è il nome di una pianificazione fallita, ma l’esito di una transizione che si alimenta di guerre, profitti e sfruttamento.

Costruire una politica transnazionale di pace dalla parte di precari, donne, operai e migranti significa opporre un senso di possibilità all’inevitabilità della catastrofe.

 

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