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La vittoria di Monti o del neoliberismo?

Tutti presi dalla frenesia di accostare a scopi giornalistici le imprese del SuperMario del City a quelle di Mario Monti, per costruire anche all’austero emissario di Goldman Sachs un’immagine di vincente europeo, ben poco si è scritto sulle reali conseguenze degli accordi trovati al vertice UE di giovedì e venerdì scorso. Nonostante i giornali stiano già abbassando il tiro (leggasi editoriale di Scalfari oggi su Repubblica) e sui social network si parl apertamente di “vittoria di Pirro”, la voglia di dipingersi trionfatori anche sul campo di Bruxelles ha portato ad un oblio dei contenuti delle misure prese.

Prendiamo l’ormai mitologico “scudo anti-spread“: questo semplicemente consisterà in un dispositivo attraverso il quale la BCE acquisterà buoni di quei paesi il cui debito dovesse raggiungere alte cifre di spread, in modo da evitare pressioni speculative da parte dei mercati. La copertura finanzaria sarà assicurata dai fondi Esm ed Esfm. Il problema reale è che lo sblocco di questo dispositivo è vincolato ad una “virtuosità” dei paesi richiedenti fondi i cui parametri sono tuttora da capire, e di cui poco si è parlato.

Quale paese sarà considerato virtuoso? Quello che taglia i diritti sul lavoro, elimina ogni prospettive redistributiva, aumenta le imposte come ad esempio il governo Monti, designato dallo stesso vertice UE “esempio delle politiche da adottare per uscire dalla crisi”? Se questa è la tendenza, non sembra per niente rosea, ma anzi ridefinisce ancora di più in chiave ortodossa neoliberista il futuro dell’UE. Non per niente le borse europee sono subito schizzate in alto, festeggiando la notizia dell’accordo.

Soprattutto, questi aiuti economici rimarranno ostaggio di quegli stessi rapporti di forza che hanno portato la Merkel fino ad ora a tenere la barra dritta (insieme ai colleghi nordeuropei) sullo sciacallaggio dei paesi del Sud, funzionale alla tenuta degli istituti di credito tedeschi. La troika, ovvero la Germania, potrà decidere se e come ratificare gli aiuti, divenendo così anche formalmente il dominus di questa nuova architettura finanziaria europea. Il 9 luglio prossimo, all’incontro tecnico per definire le misure politiche decise nel vertice, si darà questo passaggio in maniera definitiva.

Sebbene sia da sottolineare, in termini di novità, il primo passo verso una costruzione di un sistema bancario unificato europeo, allo stesso tempo non si può certo credere che queste misure possano alleviare le condizioni di gran parte di una popolazione sempre più stremata dalla crisi e dalla sua spirale recessiva.

Lo stesso pacchetto di misure per la crescita di 120 miliardi pare a tutt’oggi ancora molto fumoso ed indeterminato nelle sue reali prerogative, mentre l’aumento del fondo Salva Stati sembra destinato soltanto alla ricapitalizzazione delle banche spagnole (non per niente Rajoy è uscito col sorriso dal vertice). Sappiamo per i governi europei di Spagna, Grecia, Italia, crescità è sinonimo di competitività e produttività, non certo di diritti sociali.

Insomma, nessun cambiamento reale nella costruzione di una UE dove a dominare è sempre l’ingordigia della finanza internazionale, a fronte di processi di costruzione di lotta contro la dittatura del debito su scala contintentale che sembrano sempre più necessari.

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