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Frontiere di classe e di colore: la spazializzazione della violenza urbana

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Sono passati nove giorni dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis. I riots e  le proteste di individui e comunità black e dex solidalx stanno occupando giorno e notte lo spazio delle principali metropoli statunitensi, dando conto della struttura razziale e classista dell’ordine sociale capitalista e neo-coloniale che si materializza nella stesse conformazioni urbane.

Stazioni di polizia bruciate, assalti ai negozi di lusso e ai centri commerciali con parole d’ordine che rovesciano il diritto liberale, definendo theft and looting (furto e saccheggio) il prezzo dell’oppressione delle persone razzializzate. I corpi non bianchi sono infatti strutturalmente più colpiti da povertà, sfruttamento lavorativo, violenza poliziesca e incarceramento e oggi anche dal contagio del Covid-19, a causa dell’esclusione dall’accesso alle cure mediche. Al contempo, la miseria e la disuguaglianza sono sempre più evidentemente spazializzate: i ghetti delle città ribollono, mentre i loro confini sono controllati in maniera sempre più arcigna e per i corpi che si trovano “fuori luogo” lo Stato agisce violenza illimitata. Più che di monopolio della violenza legittima, è infatti forse corretto parlare di guerra al di fuori di qualunque habeas corpus:  “si spara nel mucchio senza tanti problemi, con l’obiettivo non tanto di garantire il rispetto di un ordine che in queste zone da tempo non esiste più, quanto piuttosto di mantenere una deterrenza generalizzata, e al tempo stesso di ribadire ogni volta quelle che sono le frontiere invalicabili del ghetto e che lo separano da altri quartieri di ceto medio o di diversa composizione sulla ‘linea del colore’. Non è un caso se la zona di Minneapolis dov’è stato ucciso  George Floyd è considerata un’area cuscinetto, caratterizzata da una popolazione mista, a prevalenza latinx, al confine tra una zona povera e prevalentemente black e una zona di ceto medio bianco.

Questa mattina ne abbiamo parlato con Agostino Petrillo, che nell’articolo La sottile linea rossa ha analizzato i confini invisibili delle metropoli, che non si debbono valicare:

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A proposito di guerra asimmetrica permanente nelle metropoli, sulle linee della classe e del colore, un aggiornamento dalla baraccopoli “rom” di via Germagnano, a Torino, dove anche durante la pandemia continua lo sgombero e si lotta ogni giorno contro la fame, contro la violenza della polizia e contro il contagio:

{mp3remote}https://cdn.radioblackout.org/wp-content/uploads/2020/06/favela-rom.mp3?_=2{/mp3remote}

Da Radio Blackout

 

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