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Essere pacifisti, oggi, vuol dire condannare anche la NATO e l’attuale modello di sviluppo capitalista

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo contributo di un lettore sulla genesi del conflitto in Ucraina. Buona lettura…

Di Gioele Falsini

 

È sbagliato e fazioso demonizzare la Russia ed etichettare Putin come unico aggressore e responsabile di questo conflitto nel cuore dell’Europa. Per comprendere quello che sta accadendo in Ucraina in questi giorni, è doveroso ripercorrere la storia degli ultimi decenni e gli accordi diplomatici, dalla caduta dell’URSS, passando per la rivoluzione ucraina dell’Euromaidan, fino ad arrivare agli accordi di Minsk e alla loro violazione. 

La narrazione dei media mainstream occidentali ci mostra come Putin sia l’unico aggressore folle responsabile di questo scenario bellico. 

Ma ciò è tremendamente sbagliato e controproducente e bisognerebbe fare un po’ di autocritica politica e morale se si vogliono davvero comprendere i motivi che hanno scatenato questo conflitto per poterne così scongiurare anche altri futuri. 

Se si è per la pace, innanzitutto, si è contro anche alla NATO! 

Gli Stati Uniti, l’Occidente e la Nato hanno le loro responsabilità in questi anni in cui la guerra in Ucraina, iniziata nel 2013, seppur silente e di basso profilo, ha causato migliaia di morti ed oltre un milione di profughi nelle regioni separatiste del Donbass. 

Le strategie che entrambe le fazioni (Stati Uniti e NATO da una parte e Russia dall’altra) stanno utilizzando, rispecchiano le logiche delle “sfere di influenza” che hanno caratterizzato la seconda metà del ‘900. 

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il governo USA aveva vinto il confronto/scontro con il socialismo reale e cominciò a costruire la propria egemonia militare, politica ed economica tramite i processi di globalizzazione e di apertura dei mercati, e tramite l’interventismo e l’espansionismo della NATO, mascherati e giustificati come azioni di democratizzazione e di pace. 

Ma con la fine dell’Unione Sovietica e del socialismo, e con la pretesa egemonica dettata dagli Stati Uniti, non si andò verso la fine della storia, come ci indicò il politologo Francis Fukuyama, ma al contrario si solcò una frattura profonda di cui da qualche anno si iniziano a vedere i risvolti e le conseguenze. 

Infatti, la globalizzazione, intesa come globalizzazione politica, economica e culturale, si basa sull’idea pretenziosa dell’Occidente di dover universalizzare ed esportare (anche con le armi) la propria visione del mondo, fondata sul capitalismo neoliberista, che viene intesa come l’unica capace di poter garantire progresso all’umanità. 

Il problema è che i processi di globalizzazione e di universalizzazione della cultura occidentale producono un’altra tendenza, quella alla frammentazione, innescando reazioni che vanno dal separatismo indipendentista alla chiusura identitaria nazionalista. Questi scenari di frammentazione e di tensione vengono alimentati ed utilizzati come “campi di battaglia” sia dall’imperialismo statunitense sia da quello russo per poter raggiungere i propri obiettivi. 

È un dato di fatto che la NATO, dopo la caduta dell’URSS, si sia espansa verso Est, inglobando Polonia, Paesi Baltici, Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca e quindi arrivando a minacciare direttamente i confini della Russia con basi militari e sistemi missilistici a

medio-lungo raggio, violando, secondo Putin, gli accordi informali volti a mantenere la pace nell’Europa orientale, presi dall’ultimo leader sovietico, Mikhail Gorbachev, con i negoziatori europei e statunitensi. 

La Russia in questi anni ha continuato ad opporsi politicamente ad un’ulteriore espansione della NATO, vista dai leader di Mosca come un tentativo di continuazione della Guerra Fredda per isolare e circondare il proprio Paese. 

Negli ultimi anni, invece, la direzione che si è presa è quella dell’annessione nella NATO della Georgia, della Bosnia-Erzegovina e dell’Ucraina, tanto che quest’ultima nel 2021 aveva ottenuto il MAP (Membership Action Plan), lo stato di pre-adesione alla Nato, approvato nel Parlamento di Kiev questo Gennaio 2022. 

Ricordiamo, inoltre, che la crisi dei missili di Cuba che stava per sfociare in un conflitto nucleare, è scoppiata per gli stessi motivi, ovvero perché la Russia voleva posizionare sull’isola cubana sistemi missilistici a lungo raggio da puntare su Washington. Immaginate quale potrebbe essere la reazione del governo statunitense se il Messico fosse riempito di basi militari russe con missili e testate nucleari. 

Inoltre, il 15 Dicembre del 2021, il viceministro degli esteri russo, Sergej Rjabkov, aveva consegnato al vicesegretario di Stato USA e al segretario generale della NATO, una bozza di accordo sulle “garanzie di sicurezza” chiedendo di impegnarsi ad escludere un’ulteriore espansione verso est della Nato e ad impedire l’adesione all’Alleanza atlantica degli Stati ex membri dell’Unione Sovietica. 

Secondo quanto proposto dalla diplomazia di Mosca, inoltre, Russia e Stati Uniti non dovrebbero utilizzare il territorio di Paesi terzi allo scopo di preparare o eseguire un attacco armato verso la controparte e di impegnarsi a non stabilire basi militari sul territorio di Paesi un tempo appartenenti all’ex Unione Sovietica, che non siano membri della Nato, né ad utilizzare le loro infrastrutture per attività militari o sviluppare con essi una cooperazione militare bilaterale. 

Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg in risposta ha dichiarato: “Le grandi potenze non possono decidere di quelle più piccole. Questo è il messaggio e, naturalmente, la Russia lo sa, non può decidere ciò che i vicini possono e non possono fare”. 

Ma al contrario Gli Stati Uniti possono rovesciare governi democraticamente eletti o interferire nella politica di altri Stati solamente se vedono ostacolati i propri interessi, basta pensare al golpe cileno per l’insediamento di Pinochet, allo smembramento della Jugoslavia ed ai 78 giorni di bombardamenti “umanitari” su Belgrado, basta pensare alla questione palestinese, siriana, iraniana ed irachena, solo per citare alcuni territori martoriati dall’imperialismo negli ultimi decenni. 

La questione Ucraina si inserisce all’interno di questo scenario di contesa e lotta imperialista non da questi giorni, ma da anni, ovvero dalla sua indipendenza nel 1991 a seguito della dissoluzione dell’URSS. 

Dopo il 1991, in Ucraina, si sono alternati governi più filorussi e governi più vicini all’UE e all’Occidente, ma il contrasto si è acceso nel 2013, quando le proteste di piazza nazionaliste filo-occidentali e antirusse, che prendono il nome di “EuroMaidan” (e in cui sono presenti anche elementi neonazisti) mettono in fuga l’allora presidente filorusso democraticamente

eletto Yanukovych (che si era rifiutato di firmare l’accordo di associazione e libero scambio con l’Unione Europea). 

A seguito del colpo di Stato appoggiato dagli Stati Uniti che mise in fuga Yanukovych, e dopo aver fatto insediare a Kiev un Presidente filo-occidentale, la Crimea, e successivamente la regione del Donbass, a maggioranza russofona, insorgono e si proclamano Repubbliche Indipendenti. 

Da qui scoppia una guerra civile che va avanti da 8 anni tra le Repubbliche separatiste del Donbass, appoggiate dalla Russia, e l’esercito ucraino, appoggiato dalla NATO e da milizie naziste, tra cui ricordiamo il battaglione Azov, professanti l’ideologia neonazista del criminale di guerra Stepan Bandera. 

Queste milizie, inoltre, sono state inglobate all’interno dell’esercito ucraino e vengono addestrate da istruttori NATO, nonostante conservino riferimenti espliciti al nazismo, come gli emblemi delle Ss sopra il sole nero, un altro simbolo molto caro ad Hitler. Da quando i separatisti sostenuti da Mosca hanno cominciato il conflitto nel Donbass, queste formazioni neonaziste sono scese in prima linea negli scontri con i ribelli, e sono state accusate (non solo dai russi ma anche da Amnesty International e dall’OSCE) di gravi abusi e violazioni dei diritti umani, anche contro i civili. 

In questi anni si è estesa anche l’influenza politica esercitata da questi gruppi della destra radicale. Pur non potendo contare su una nutrita rappresentanza in parlamento, l’ultra-destra ucraina riesce comunque a condizionare la classe dirigente grazie al suo radicamento nelle piazze. 

Il governo nazionalista ucraino, quindi, sta bombardando e massacrando le popolazioni del Donbass da 8 anni, provocando migliaia di morti ed oltre un milione di profughi. 

Uno degli eventi più catastrofici di questo conflitto è rappresentato dalla strage di Odessa, un massacro avvenuto nel 2014 presso la Casa dei Sindacati ad opera di estremisti di destra, neonazisti e nazionalisti ucraina filo occidentali ai danni dei manifestanti sostenitori del precedente governo filorusso, che si opponevano al nuovo governo instauratosi nel Paese dopo le proteste dell’Euromaidan. Nel rogo appiccato nella Casa dei Sindacati, preceduto e seguito da linciaggi e violenze nei confronti degli aggrediti, trovarono la morte almeno 48 persone tra impiegati della Casa dei Sindacati, manifestanti contrari al nuovo governo, o favorevoli al separatismo, simpatizzanti filo-russi e membri di partiti di estrema sinistra. 

Esistono filmati in cui si vede la Polizia ucraina sparare sui disperati che cercavano di fuggire dalle finestre; nessun processo è stato intentato per la strage. 

Successivamente, il 5 Settembre 2014, Russia e Ucraina firmarono il Protocollo di Minsk, un accordo volto a porre fine alla guerra nel Donbass, che prevedeva un cessate il fuoco immediato, lo scambio dei prigionieri e l’impegno, da parte dell’Ucraina, di garantire maggiori poteri alle regioni del Donbass. Tuttavia, nonostante abbia portato ad un’iniziale diminuzione delle ostilità, l’accordo non è stato rispettato ed il confine orientale dell’Europa è tornato ad essere una terra contesa tra Occidente e Russia.

Infatti, la guerra e la tensione in questi territori viene alimentata da anni, come dimostrano i massicci rifornimenti di armi americane verso l’Ucraina a partire dal 2014, e come dimostrano anche le imponenti esercitazioni della NATO, come la “Defende Europe 2021” e la “Sea Breeze 2021”, guidata proprio da USA e Ucraina. 

Ora è giusto dire che la crisi ucraina non è solo una partita identitaria, figlia della storia delle relazioni tra Mosca e Kiev o di presunte mire russe all’espansionismo. È anche e soprattutto una sfida geopolitica ed economica con precisi obiettivi riguardanti i territori contesi. La regione del Donbass è la Lombardia d’Ucraina, una terra ricca e produttiva che pesa più di un quinto sul PIL nazionale. 

L’Ucraina è uno dei primi Paesi al mondo per produzione di mais, grano, carbone, gas, petrolio, acciaio e uranio. 

Per Mosca, dunque, troncare e separare l’Ucraina dalla sua regione più ricca, potrebbe significare ridurla a regione dipendente da aiuti esterni per il suo sviluppo economico, depotenziarne il valore agli occhi dell’Occidente, e quindi avvicinarne l’obiettivo strategico della neutralità per trasformarla definitivamente nel Paese cuscinetto tra Russia, da un lato, e NATO, USA ed Europa, dall’altro. 

Un ruolo importante è giocato anche dai gasdotti russi che riforniscono per oltre il 40% l’Europa. La crisi Ucraina esplode, di fatto, mentre la Germania è chiamata a decidere se attivare o meno il nuovo gasdotto Nord Stream 2 (che bypassa Kiev e si collega direttamente alla Germania), fortemente ostacolato dagli Stati Uniti per paura di una troppa dipendenza dell’Ue con la Russia. 

I prezzi del gas aumentati vertiginosamente nell’ultimo periodo, si inseriscono probabilmente all’interno della strategia russa di far capire e di convincere l’Europa dell’importanza del Nord Stream 2 per la propria sicurezza energetica. 

Quello del Nord Stream 2 è un progetto controverso e osteggiato – come detto poc’anzi – dagli Stati Uniti, che lo considerano un’arma geopolitica che permetterà a Mosca di rafforzare la sua presa sull’Europa e di indebolire sempre più l’Ucraina, privandola delle tasse di transito del gas e rendendola irrilevante agli occhi di Bruxelles. 

Quella che si sta combattendo è una guerra geopolitica ed economica, in cui non ci sono buoni o cattivi come vogliono farci credere i media occidentali, ma ci sono gli oppressi e gli oppressori, chi le guerre le decide dalle proprie poltrone per raggiungere i propri obiettivi economici e chi muore sul campo. Come sempre ci sono i grandi interessi del capitale che guidano le decisioni politiche di quelle che Colin Crouch chiama ormai “post-democrazie”, mentre le popolazioni e le classi subalterne, siano esse ucraine, russe oppure occidentali, pagheranno il prezzo più alto di questa crisi. 

La strategia della potenza mondiale Statunitense, da anni ormai avviata ad un lento declino sul piano dell’egemonia politica ed economica globale, è quella di cercare di accaparrarsi nuovi spazi all’interno dei mercati internazionali, destabilizzando ed alimentando guerre in varie parti del mondo per cercare di fronteggiare la crescita inarrestabile della Cina, e del nemico storico Russo.

Non è un caso che la spesa militare cresca sostenuta di anno in anno e che una grande somma dei fondi europei del Recovery Plan sia destinata al finanziamento dell’industria bellica a scapito della spesa sociale per sanità, trasporti ed istruzione. 

Per questi motivi va condannata ogni organizzazione che segue logiche di guerra. La Nato è un’organizzazione militare, non di beneficenza e di pace, fin dall’inizio improntata, come altri enti simili, a una logica guerrafondaia. Se l’Ue si identifica con la Nato, si identifica con la sua logica di guerra. E questo è da condannare fermamente. 

Se si è contro la guerra, quindi, si è contro, oltre che a Putin, anche alla NATO e al sistema economico capitalista, sistema che invece di educare alla pace e alla cooperazione, educa all’individualismo, all’egoismo e alla competizione, tutte condizioni che costruiscono le fondamenta di ogni conflitto. 

Né un soldo 

Né un soldato 

Né per Putin 

Né per la NATO 

 

 

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