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Cronaca del processo agli indipendentisti catalani/18

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Sono appena passate le ore 19 di mercoledì 12 giugno, quando il presidente della Corte della Sala Seconda del Tribunal Supremo di Madrid, Manuel Marchena recita la formula di rito “Visto para sentencia”, che mette fine al dibattimento e apre la fase di redazione della sentenza motivata.

Si conclude così, dopo quattro mesi e 52 sessioni quotidiane, il processo alla leadership indipendentista catalana, che vede 12 persone imputate dei delitti di ribellione, sedizione, disobbedienza e distrazione di fondi pubblici, per le quali il pubblico ministero chiede pene comprese tra i 25 e i 7 anni di reclusione. Ora si attende la sentenza del Tribunale, che si avrà probabilmente tra settembre e ottobre prossimi. Il 16 ottobre scade il periodo massimo di due anni di carcerazione preventiva per i leader dell’associazionismo indipendentista Jordi Cuixart e Jordi Sánchez, anche se potrebbe essere rinnovato per un ulteriore biennio.

L’inizio del processo, lo scorso 12 febbraio, coincise con la vigilia della bocciatura della finanziaria 2019 da parte dei partiti indipendentisti che, nel giugno 2018, avevano sostenuto la mozione di sfiducia presentata da Pedro Sánchez contro Mariano Rajoy, disarcionandolo dall’Esecutivo. In quella prima settimana di processo, mentre era in auge l’estrema destra di Vox, deflagrò la crisi di governo e Sánchez convocò le elezioni politiche per il 28 aprile successivo. Quattro mesi dopo, in Spagna, si sono svolte quasi tutte le elezioni possibili, non ancora quelle catalane. Sánchez ha vinto politiche ed europee e ha iniziato le consultazioni per formare il nuovo governo; in Catalogna, Esquerra Republicana con Oriol Junqueras ha vinto le elezioni politiche e quelle amministrative, Junts per Catalunya con Carles Puigdemont ha vinto le elezioni europee. I partiti indipendentisti in Catalogna, lo scorso 26 maggio, hanno totalizzato consensi appena inferiori al 50%. Cinque dei dodici imputati sono stati eletti nel Parlamento spagnolo e quindi sono stati sospesi essendo in carcere accusati di ribellione. Uno tra loro è anche eurodeputato; un sesto è stato eletto nel consiglio municipale di Barcellona.

***

La diciottesima e ultima settimana del processo è iniziata con le arringhe delle difese e si è conclusa con l’ultima parola concessa agli imputati. Gli avvocati e le avvocate sono: Andreu Van Van Den Eynde, in difesa di Junqueras e Romeva; Xavier Melero, in difesa di Forn; Jordi Pina, difensore di Sánchez, Rull e Turull; Marina Roig, in difesa di Cuixart; Olga Arderiu, in difesa di Forcadell; Mariano Bergés, difensore di Bassa; Josep Riba, difensore di Mundó; Judit Gené, in difesa di Borrás; Joan Segarra, difensore di Vila. Nella loro diversità di strategia e di carattere, essi si coordinano su alcune questioni chiave, integrandosi senza eccessive diversità. Hanno ciascuno un’ora di tempo per difendere il proprio assistito e riescono a metterla a frutto, intrecciando il ragionamento più politico di denuncia della lesione dei diritti fondamentali con l’analisi puntuale delle prove.

La critica all’esagerazione del racconto, all’utilizzo di parole tese a provare la gravità dei fatti, all’introduzione di concetti “post-moderni” estranei alla cultura giuridica spagnola e a quella internazionale da parte del pubblico ministero, sono comuni nei discorsi della difesa: «Si è fatto molto rumore», «il diritto spagnolo non contempla il reato di golpe di Stato», «per tanto che si parli di violenza potenziale non si può banalizzare il concetto di violenza, perché sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime di tutti i sanguinari pronunciamenti militari che ci sono stati nel nostro Paese». L’indagine, iniziata nel 2015, si muove secondo la teoria del “diritto penale del nemico” che, perseguendo un’ideologia, è contrario al diritto democratico. Quelle rivolte ai “Jordis” sono «accuse basate sulla mobilitazione popolare in difesa dei diritti di autodeterminazione», nelle quali «le manifestazioni sono vissute come una sfida e una minaccia all’autorità». Ma «la difesa dell’unità della Spagna non può ridurre l’esercizio dei diritti fondamentali, come il diritto di riunione e la libertà di espressione».

Si parla di «sollevazione senz’ armi», senza però precisare quando sarebbe dovuta avvenire: se il 20 settembre, l’1 ottobre o durante il periodo cosiddetto “insurrezionale”. Ancora di più, si parla di «sollevazione normativa», in riferimento al 6 e 7 settembre 2017, quando il Parlamento catalano approvò le leggi del referendum e della disconnessione giuridica. Ma «nella ribellione la sollevazione deve essere armata, trattandosi di un reato di tipo militare e la violenza dev’essere idonea a piegare lo Stato». Inoltre, è risultata evidente «l’assenza di concertazione tra il Governo catalano e i Mossos d’Esquadra». È vero che «non c’è bisogno della dichiarazione dello stato di emergenza, ma se questa ci fosse contribuirebbe a stabilire il livello della minaccia» e invece «il l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione da parte del Governo centrale fu accettato immediatamente. Fu lo stesso Governo della Generalitat infatti a non dare applicazione alla dichiarazione di indipendenza».

Se il delitto di ribellione è plurisoggettivo «perché qui ci sono solo i capi, mentre i subalterni sono giudicati da altri tribunali e gli esecutori, ossia i votanti, non sono, peraltro ovviamente, perseguiti?». Clamoroso in questo senso è che i componenti della presidenza del Parlament siano tutti rinviati a giudizio presso il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya, accusati di disobbedienza, mentre la sua ex-presidente Carme Forcadell è accusata di ribellione dal Tribunal Supremo.

Il 20 settembre fu «una legittima manifestazione contro il potere giudiziario», mentre l’1 ottobre fu «un atto di disobbedienza civile che rientra nel diritto di riunione». E «non ci fu alcuna violenza generalizzata. Su oltre 2.000 seggi, solo in una trentina ci fu resistenza passiva, con pochi isolati atti di reazione violenta da parte di alcuni manifestanti». Ma neppure si può imputare del reato di sedizione l’autunno catalano, perché anche questo richiede che ci sia violenza, essendo «una sorta di ribellione in piccolo».

Alcuni avvocati affermano che si sta confondendo la ribellione con la disobbedienza, suggerendo che possa essere questo secondo il reato eventualmente da perseguire.

Né, secondo le difese, regge l’accusa di distrazione di fondi pubblici per la celebrazione del referendum imputata agli ex-consiglieri del Govern, perché i conti della Generalitat erano bloccati dallo Stato, il controllo sulle procedure di spesa nell’amministrazione pubblica è elettronico e richiede procedure lunghe con l’utilizzo di diverse unità di lavoro. Le spese contestate si riferiscono o ad attività precedenti, o non sono state pagate e l’accordo che il Govern fece il 6 settembre 2017 di responsabilità solidale per le spese del referendum, aveva solo un valore politico di impegno condiviso. «L’accusa parte da un sillogismo erroneo secondo cui la convocazione del referendum comportava necessariamente l’impiego di risorse pubbliche», mentre invece fu finanziato dai privati.

***

«Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono»: Oriol Junqueras, l’ex-vicepresidente della Generalitat su cui pende una richiesta di 25 anni di carcere, cita il primo verso del Canzoniere del Petrarca per attrarre l’attenzione dei suoi ascoltatori della sala del Tribunal Supremo quando dice che «meglio sarebbe restituire il problema alla politica, da dove mai sarebbe dovuto uscire».

Il dibattimento si chiude con l’ultima parola agli imputati che non rinunciano a farne uso, prima che il carcere torni a impedirglielo:

– per raccontare cosa fu l’1 di ottobre: «non una giornata di violenza, ma un’affermazione di dignità» come sostiene Jordi Sánchez, ex-presidente dell’Assemblea Nacional Catalana. «L’1 ottobre non c’erano masse, neppure gente, c’erano persone», puntualizza l’ex-consigliere Jordi Turull. «Non ci sono carceri sufficienti per ingabbiare l’anelito di un popolo», assicura Josep Rull. E «questo paese non cadrà nella frustrazione, non smetteremo di protestare. Quando una popolazione esercita la disobbedienza sta manifestando il suo impegno con la società. Continueremo a lottare per decidere il nostro futuro, lo torneremo a fare», annuncia Jordi Cuixart, presidente di Òmnium Cultural;

– per denunciare la persecuzione della giustizia spagnola che «mi tiene qui per la mia traiettoria politica», dice Carme Forcadell, ex-presidente del Parlamento catalano. «Contro di me, per non farmi uscire di prigione, si è fatto riferimento alla mia ideologia indipendentista», accusa l’ex-consigliere Quim Forn;

– per fare un appello al dialogo e a una sentenza che possa favorirlo, perché «non c’è un cammino per il dialogo, il dialogo è il cammino», ribadisce Jordi Sánchez. «L’accusa ha strumentalizzato il concetto di odio contro la Spagna, contro gli spagnoli e contro lo Stato. Ma non è l’odio che muove milioni di persone in Catalogna. Fare un referendum non è delitto e la soluzione si chiama politica e democrazia», dice l’ex-consigliere Raül Romeva. E «la sentenza può essere il principio della soluzione», afferma l’ex-consigliera Dolors Bassa. Auspicio condiviso dall’ex-consigliere Santi Vila che aggiunge: «Agimmo sempre in buona fede». Perché «questo processo è il risultato della sconfitta della politica», fa loro eco l’ex-consigliere Carles Mundó.

Prendono la parola per ringraziare gli avvocati che li hanno difesi e sostenuti lungo il processo, la gente mobilitata in Catalogna in solidarietà, gli amici e le famiglie, con i figli piccoli che crescono malgrado tutto. E nella sala del tribunale il momento è «molto emozionante», «un giorno che non dimenticheremo», dicono le mogli presenti, che l’avvocata dello Stato alla fine della sessione va a conoscere. Tutti si commuovono, dagli imputati al pubblico, dalla gente a casa davanti ai televisori agli avvocati in aula. Il magistrato più anziano della Corte, a telecamere spente, si avvicina al banco della difesa per complimentarsi con i legali per il lavoro fatto.

***

La parola ora passa al tribunale, la sentenza deciderà della vita di 12 persone. Ma non solo, segnerà anche il confine nell’esercizio dei diritti fondamentali e delle libertà in Spagna. Riguarderà l’Europa. Qualunque sia il verdetto, la questione catalana avrà bisogno della politica per la sua soluzione. Nella Sala del tribunale l’ex-consigliera Meritxell Borràs cita i versi catalani di Joan Maragall, scritti alla fine dell’Ottocento eppure così attuali: «Escolta, Espanya, la veu d’un fill que et parla en llengua no castellana». Un poema che si conclude con le parole «Adéu, Espanya!»

 

da volerelaluna.it

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