Combattere l'ISIS è socialmente pericoloso? L'appello del mondo intellettuale al Tribunale di Torino

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L'appello del mondo intellettuale al Tribunale di Torino che si pronuncerà sulla richiesta di sorveglianza speciale per i 5 italiani unitisi alla lotta all'Isis nella Siria del Nord 

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Combattere contro l’Isis è socialmente pericoloso?

Il 23 gennaio si terrà al Tribunale di Torino un’udienza singolare. Cinque cittadini torinesi compariranno davanti a un giudice con il rischio di vedersi applicata una misura molto restrittiva: l’espulsione dalla loro città per due anni (rinnovabili) e la “sorveglianza speciale”. Questa comprenderebbe, tra l’altro, l’obbligo di rimanere nella propria abitazione per buona parte del tempo, parziale divieto di comunicare con l’esterno, divieto di svolgere talune attività sociali e politiche, sequestro della patente e del passaporto, comparizione davanti alle forze di polizia. Si tratta di una “misura di prevenzione” entrata in vigore durante il ventennio fascista, che sospende la relazione causale tra limitazione della libertà personale e istruttoria giudiziaria. Non viene mossa alcuna accusa specifica, infatti, nei confronti di queste cinque persone, che non potranno difendersi perciò in un processo. Ma è la ragione alla base di questo provvedimento che, soprattutto, risulta sorprendente: essersi recati in Siria per contrapporsi, in varie forme e in diversi periodi, allo “Stato islamico” meglio conosciuto come “Isis”. Questa la circostanza che li renderebbe “socialmente pericolosi”.
Questa iniziativa lascia perplessi. Come può un’attiva presa di posizione contro lo “Stato islamico” essere considerata una colpa o fonte di pericolo per l’Italia? Viene loro contestato di aver appreso nozioni sull’uso di armi da fuoco. È evidente che non avrebbero potuto vivere in un paese martoriato da anni di guerra civile, ed agire in varie forme (anche combattendo, in alcuni casi) nelle zone più violente, infestate dal sedicente “Califfato”, senza possedere una competenza sul come difendere sé e gli altri. La procura contesta l’adesione alle Unità di protezione del popolo e alle Unità di protezione delle donne, forze armate curde attive nel nord della Siria (Ypg-Ypj); ma in che senso questo dovrebbe essere motivo di disapprovazione? Le Ypg e le Ypj, che più volte hanno attirato l’attenzione della stampa internazionale per il positivo ruolo svolto nella guerra contro il jihadismo (si pensi alla liberazione di Kobane e Raqqa, per fare solo due esempi), combattono al fianco della Coalizione internazionale a guida statunitense di cui l’Italia è parte assieme agli altri paesi dell’Unione Europea. È lo stato italiano in procinto di dichiarare sé stesso socialmente pericoloso? Di paradossi come questo possiamo fare volentieri a meno.

Le Ypg-Ypj, che assieme a forze arabe e siriaco-cristiane hanno fondato le Forze siriane democratiche (Sdf), principale e più efficace avversario dell’Isis in Medio oriente, sono note per assicurare protagonismo e pari diritti alle donne, per rispettare i diritti umani delle minoranze linguistiche e religiose e per fare di ciò, anzi, una rivendicazione politica primaria. Si può forse ritenere imprudente o avventata la scelta di questi ragazzi, ma fare di comportamenti estremamente generosi il motivo di pesanti e durature limitazioni della libertà appare surreale. Quale sarebbe la loro colpa? Aver contribuito alla difesa dei civili perseguitati, delle donne stuprate e rese schiave, dei bambini cui è stata negata un’infanzia? Anche una rapida indagine sui motori di ricerca è sufficiente per rendersi conto di cosa stiamo parlando: l’azione delle Ypg-Ypj ha impedito che a terribili catastrofi seguissero catastrofi ulteriori e forse ancora più grandi. La procura, in verità, insiste sul fatto che le persone proposte per la misura si erano mostrate già impegnate in movimenti sociali ed episodi di protesta prima di partire per la Siria.

Attenzione, tuttavia: in quale modo questo costituirebbe, di per sé, un problema o un “pericolo”? I reatisi individuano attraverso i processi. Tutt’altro ci sembra lo stigma verso la generale condotta politica o la personalità di uno o più cittadini. Siamo qui, in altre parole, su un terreno molto delicato. Se sei stato o sei un “contestatore”, un “dissidente politico” rispetto a questo o quel provvedimento o governo, ciò che hai fatto, foss’anche ammirevole e positivo in tutt’altro contesto, giustifica una lesione delle libertà? Qualcosa non torna.

Chiediamo quindi un’attenta riflessione al collegio che dovrà giudicare questa materia il 23 gennaio. Il Tribunale di Torino sarà chiamato a pronunciarsi in un momento in cui il nostro paese è attraversato da profondi malesseri e pericolose tensioni sociali, rispetto alle quali lo spirito della scelta compiuta da questi italiani in Siria ci sembra costituire più un antidoto che un pericolo. Accanirsi contro chi si mantiene lontano dalle posture politiche oggi dominanti, e farlo magari utilizzando la scorciatoia giudiziaria delle misure di polizia non ci sembra giusto né utile, né crediamo sia questo lo spirito del nostro ordinamento. Un certo modo di guardare al dissenso come problema di per sé, se pur oggi è forse parte di una cultura che può penetrare nelle istituzioni, ed è fatta propria da alcuni anche in taluni organi elettivi, non dovrebbe trovare accondiscendenza in ambito giudiziario. Criminalizzare o stigmatizzare chi ha combattuto in prima persona un’organizzazione genocida, a rischio della propria vita, e ne ha denunciato pubblicamente, talora tramite un pregevole lavoro di informazione, i crimini contro l’umanità, costituirebbe un segnale sbagliato anche in rapporto alla lotta contro il terrorismo fondamentalista portata avanti dal nostro paese. Dopotutto, non può non essere riconosciuto ai combattenti mediorientali delle Forze siriane democratiche - e a chi li ha supportati - il merito di aver reso meno pericolose le città e la società in cui viviamo.

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