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Albania in rivolta: la testimonianza di un attivista

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In questi ultimi mesi, in seguito alle proteste studentesche che hanno attraversato il paese alla fine del 2018, un movimento di opposizione più largo e diffuso a più livelli della società ha preso forma in Albania. Un movimento che sta, seppur tra molte contraddizioni, rappresentando una sfida seria al governo di Edi Rama. Questo racconto di un compagno di Tirana, testimone e protagonista delle scorse mobilitazioni, ci permette di comprendere meglio cosa è accaduto in questi ultimi mesi, quali sono i veri obiettivi dell’opposizione del Partito Democratico e quanto di realmente interessante in senso rivoluzionario potrebbe nascere da queste mobilitazioni. Buona lettura.

1. LA SITUAZIONE È CATASTROFICA, MA NON SERIA

In Albania da qualche mese l’opposizione istituzionale, diretta dalle forze politiche della destra e del centro-destra, si è ritirata dall’attività parlamentare del paese, com una motivazione per cui l’attuale governo e la legislatura in carica non sarebbero più legittimati a seguito di alcune scoperte che legherebbo esponenti del crimine organizzato all’ex ministro degli interni e ad alcuni sindaci, i quali, secondo l’opposizione, avrebbero tollerato la coltivazione e la compravendita di Cannabus Sativa in cambio di voti durante le scorse campagne elettorali.

Con tutta probabilità lo scontro politico andrà radicalizzandosi, dal momento che l’opposizione istituzionale, oltre ad aver disertato il mandato parlamentare, ha annunciato che potrebbe boicottare le elezioni locali che si svolgeranno a giugno, pur non essendosi detta certa. La tattica dell’astensione dai lavori parlamentari ha permesso la mobilitazione del suo elettorato su larga scala, causando pesanti scontri tra la polizia e i manifestanti, che nella strategia del centro-destra, dovrebbero funzionare da pretesto per attirare e leggittimare un intromissione dei dei governi internazionali al fine di costringere il governo alle dimissioni.

Quindi, indipendentemente dall’entità degli scontri, queste proteste non includerebbero alcuna rivendicazione socio-economica, ma prevalentemente richieste di natura elettoralistica e l’indizione di elezioni anticipate senza Edi Rama primo ministro. Piuttosto di essere sincere rivendicazioni rappresentative di un programma di natura democratico-sociale, queste riguardano una richiesta di maggiore pluralismo politico e quindi anche il restauro del precedente establishment trentennale in opposizione alla tendenza monopolistica dell’attuale governo. Sostanzialmente nient’altro che una spartizione più equa della torta ovvero un rimpasto degli equilibri di potere tra i vari politici albanesi.

2. LA RESISTENZA ANTI-NEOLIBERISTA

Comunque sia, la resistenza contro il Governo Rama è maturata anche grazie alle pesanti misure adottate negli ultimi anni, poiché il governo ha intrapreso una serie di riforme profondamente neoliberiste nel campo dell’istruzione, dei trasporti, della sanità, dell’energia, dell’agricoltura e dell’ecologia. Queste sono state accompagnate da un linguaggio particolarmente aggressivo del primo ministro e dal forte utilizzo degli apparati repressivi dello stato come agenti del nuovo corso politico.

La resistenza antineoliberista si è innestata a partire dalla riforma dell’istruzione universitaria, una riforma che, fondamentalmente, ha incluso nella spartizione del fondo delle università pubbliche anche gli istituti privati. Misura che ha gettato l’università pubblica nel caos della libera concorrenza. Così causando la crescita delle tariffe scolastiche e schiacciando la democrazia all’interno degli istituti.

Da cinque anni gli studenti, raccolti nel movimento “Për Universitetin”, hanno lottato fortemente contro questa riforma. Lotta che è culminata nella manifestazione dei 30 000 studenti lo scorso dicembre. Allora, il governo ha quasi rischiato il collasso, otto ministri sono stati licenziati e la legittimità del governo è stata danneggiata irrecuperabilmente. L’anno scorso, ad esempìo, attraverso la nuova politica d’amministrazione delle reti stradali, il governo ha dato in concessione ad enti privati la più grande autostrada del paese la “Strada della Nazione”. E ha progettato concessioni simili anche per altre strade di importanza nazionale. E’ così che molti cittadini del nord dell’Albania, incazzati per la crescita delle tariffe autostradali sono insorti violentemente contro questo provvedimento, distruggendo così il pedaggio autostradale.

Dopo questa rivolta, un’ondata di terrore si è scatenata sugli abitanti della città di Kukës. Una cittadina di confine, tra le più spopolate e povere l’Albania. CIrca 14 cittadini sono stati arrestati ad aprile 2018, a seguito di una fugace operazione di polizia avvenuta nel cuore della notte. Si registrano anche altri movimenti di protesta, come quello della compagnia del teatro nazionale nazionale di Tirana che si oppone all’abbattimento dell’edificio storico che ospita il teatro. Un edificio costruito durante l’occupazione fascista di Tirana.

Il terreno pubblico appartenente al teatro, secondo le stime di alcuni esperti, arriva ad un valore di 200 milioni di euro e lì dovrebbero sorgere alcuni grandi grattacieli da parte di alcuni costruttori amici di Rama e di Erjon Veliaj, sindaco della città. Questo terreno, secondo il primo ministro, dovrebbe essere dato in cambio della costruzione di un moderno teatro all’interno di un complesso di grattacieli ma il progetto è fortemente contestato da da parte di un folto gruppo di architetti, intellettuali e comuni cittadini.

Anche molte comunità agricole e gruppi ambientalisti si sono sollevati contro le politiche energetiche del governo, il quale ha autorizzato decine di progetti concernenti costruzioni di grandi idrocentrali a ridosso dei fiumi della parte montuosa nel nord del paese. Regione che gia adesso sta facendo i conti con la distruzione del suo ecosistema e con il fallimento del settore del turismo e dell’economia rurale e domestica.

Questi ultimi anni, decine di proteste, tra le tante che hanno attraversato il nord-est del paese, hanno anche interessato la costruzione di un idrocentrale presso il parco nazionale di Valbona. Dove si prevede che dai progetti di canalizzazione e intubamento non si salveranno nemmeno i torrenti più piccoli. Contemporanemanete una grande lotta sta attraversando il sud-est del paese, dove la costruzione di una diga potrebbe stravolgere il corso del fiume Vjosa (it. Vojussa), che si ritiene essere l’ultimo fiume selvaggio d’Europa e una ricchezza di inestimabile importanza ecologica e turistica. Ma oltre ai fiumi, un triste destino sembra attendere anche molti altri paesaggi montuosi dal sud al nord, ormai invasi dalle fabbriche di malta, come anche le coste dalla rapida privatizzazione e cementificazione.

La rivolta sta toccando pure i contadini e i piccoli agricoltori esclusi dagli aiuti economici del governo che non ha creato le condizioni ottimali per la vendita del generi alimentari. Vale la pena ricordare che grandi aiuti economici sono stati dispensati invece per i grandi produttori amici dei potenti, mentre i piccoli agricoltori capitolano per via dell’ingiusta concorrenza creata dalla nostra classe capitalistica, di natura fortemente compradora e bottegaia, come anche talmente influente in politica da poter determinare e regolamenta il settore in maniera esclusiva. La settimana scorsa, nel comune di Lushnja, un comune dalla forte impronta agricola, i piccoli commercianti del luogo si sono scontrati con la polizia nel centro cittadino. Il versamento del latte come la dispersione di mele e patate e altri prodotti agricoli ivendibili sono ormai diventati avvenimenti comuni in queste zone.

Anche i lavoratori si sono sollevati molteplici volte, in particolare i minatori e gli operatori del settore energetico, i quali, già malpagati, lavorano in condizioni miserabili e non possono esercitare i diritti della loro professione, che dovrebbe garantire a loro una esperienza lavorativa più breve e una pensione dignitosa. I lavoratori di un impianto petrolifero di Ballsh (un’ex città industriale) si sono uniti in protesta contro la chiusura arbitraria di una raffineria, come conseguenza di un enorme debito di 250 milioni di euro, accumulato da alcune banche straniere dopo il crollo di uno schema piramidale ordito da degli oligarchi albanesi e stranieri. Privatizzata violentemente e ammortata in extremis, questa fabbrica costruita al tempo del socialismo, e conservata con grande orgoglio dai cittadini, muore inesorabilmente. Ma in questo luogo, in cui sono presenti giacimenti di combustibili, i cittadini si sono pure opposti ai pericolosi metodi di ricerca condotti dalla compagnia petrolifera canadese “Bankers”, che sta mettendo in pericolo la vita di migliaia di abitanti e privando il luogo delle sue risorse naturali in maniera neocolonialistica.

Lo scorso mese, c’era stata un’altra rivolta contadina contro le ricerche effettuate dalla famigerata compagnia “Shell” che, a seguito delle proteste, ha temporaneamente interrotto il progetto di ricerca. Infine, ci sono state numerose proteste da parte di attiviste femministe e movimenti sociali contro la cultura sessista e la violenza sulle donne all’interno della nostra società. Una cultura prevalentemente figlia dalla mentalità patriarcale e ma anche della crisi socio-economica che sta attraversando il luogo. Ma anche risultato del forte silenzio istituzionale in merito alla questione e della cultura di massa e marketing fortemente legati a valori sessisti. Secondo le statistiche sulla violenza, le donne all’interno della società albanese vengono fortemente discriminate sul lavoro e malpagate e non godono di rappresentanza istituzionale, nonostante una grande parte di loro sia impegnata nel settore del tessile e negli studi universitari.  La donna è fortmente oppressa, ma potenzialmente, anche il soggetto sociale più emancipante in Albania.

3. IN CONCLUSIONE

Fino ad adesso, lo stato e l’opposizione hanno mobilitato tutte le forze a loro disposizione. I primi possono contare su persone che lavorano nell’amministrazione pubblica e i sostenitori delle grandi città.  I secondi, sui lavoratori e sugli impiegati locali provenienti dalla periferia del paese. Ma attualmente, la gran parte dei cittadini si ritrova disimpegnata e lontana da entrambi gli schieramenti. D’altra parte la situazione socio-economica lascia veramente desiderare. In questi ultimi cinque anni circa 300 mila persone si sono allontanate dal paese, gente perlopiù proveniente dagli strati medio-bassi oppure forza lavoro qualificata.

È quindi questa la situazione dell’Albania. Ma nonostante tutto, contunuano ad esserci speranze. La forza lavoro a disposizione dell’indistria tessile e servizi call center continua a crescere velocemente. Così come anche la presenza di un proletariato urbano giovanile. Forze che, in futuro, diventeranno i soggetti cruciali attraverso i quali avveranno i grandi cambiamenti sociali. Ma sono sbocciati pure i germogli di una politica nuova, orientata a sinistra e fortemente di base, in un contesto in cui la direzione politica del Partito Socialista si sta muovendo sempre più a destra.

In università, il movimento “Për Universitetin” segue la resistenza, mentre per quanto riguarda la mobilitazione operaia, il movimento “Organizata Politike” è impegnato nello sviluppo di un azione di classe. Il futuro non sarà legato solo ad una cornice capitalista e distopica, ma anche alla speranza di un’Albania più democratica e giusta. In una situazione in cui i partiti del sistema politico si affrontano tramite i post su fb, la realtà si esprime in conflitti autentici.

Il movimento dei lavoratori si ulteriormente rafforzato grazie alla nascita del primo sindacato indipendente dei call center, creato in autonomia con il contributo della nostra piattaforma. Il settore, che per il momento conta 25.000 occupati, è in costante crescita ed è quello in cui i livelli di sfruttamento raggiungono i livelli più insopportabili.

Per questo l’organizzazione è indispensabile nella conquista dei diritti più elementari dei lavoratori. Il movimento studentesco ha pure fatto progressi. È stato fondato, ultimamente, il sindacato dei docenti della facoltà di Scienze Sociali. E gli studenti hanno organizzato tra di loro assemble di base indipendenti, per evitare i consigli studenteschi corrotti e in mano ai partiti politici. La situazione ovunque sta bollendo, il cambiamento è iniziato da tempo e nulla è ancora terminato. Il tempo e le modalità d’organizzazione testimoniano efficiacemente ciò che è avvenuto.

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