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Corrispondenza dall’ILVA: lavoro e ambiente nella resistenza operaia!

Così – non contro la decisione del Gip o per “difendere” una fabbrica che li ha uccisi ad uno ad uno, ma per paura di perdere il lavoro e piombare nella fame più nera –, gli operai dell’ILVA sono scesi in strada.

Per salvarsi il culo e continuare i propri affari, Riva, facendo leva sui soliti sindacalisti cooptati e sulle succubi istituzioni locali, ha cercato di manovrare la mobilitazione operaia, orientandola contro la magistratura. Alcuni operai, per disperazione e mancanza di coscienza di classe, sono caduti nella trappola padronale. Ma molti altri sono invece riusciti a porre sia la necessità di risolvere la questione ambientale bonificando il territorio, sia la necessità di trovare una soluzione lavorativa per le migliaia di operai coinvolti. D’altronde entrambe le emergenze, quella ambientale e quella lavorativa, hanno di fronte lo stesso nemico (padroni ed istituzioni) ed esprimono la stessa esigenza: quella della classe lavoratrice a poter vivere degnamente.

Queste posizioni hanno trovato nella contestazione di ieri un primo momento ampio di visibilità. Il report degli ultimi, concitatissimi giorni, che qui pubblichiamo, è scritto da un compagno interno alla mobilitazione, e cerca di leggere tutta la questione senza perdersi nel fuorviante dilemma “lavoro vs. ambiente”, ma in un’ottica di classe, che dimostra l’inconciliabilità fra gli interessi dei padroni (ricominciare quanto prima a fare profitti ed evitare il carcere) e quella degli operai e dei proletari (vivere una vita libera dal ricatto dei tumori o della fame)…

Il 3 agosto, il Tribunale del Riesame si esprimerà sul provvedimento di “sequestro senza facoltà d’uso” emesso il 26 luglio scorso dal Gip Patrizia Todisco, provvedimento che riguarda l’intera area a caldo della fabbrica siderurgica di Taranto, l’enorme stabilimento ILVA. Si tratta in pratica di un vero e proprio “stop” per uno degli stabilimenti più inquinanti d’Europa, un complesso che da decenni avvelena l’intera città di Taranto causando morti e malattie tra i suoi cittadini per esposizione alle emissioni. Tutto questo mentre il suo proprietario Riva continua a fare profitti miliardari, con utili che fanno invidia ai maggiori imprenditori del paese. I reparti interessati dal provvedimento di sequestro (area agglomerazione, altiforni, cokerie, acciaierie, materiali ferrosi e parchi minerali) sono l’effettivo “cuore produttivo” dell’ILVA che, se questi non sono in funzione, è una fabbrica spenta.

Oltre al sequestro, la sentenza prevede misure di custodia cautelare (arresti domiciliari) per 8 tra dirigenti e ex dirigenti del gruppo Riva, tra cui proprio il numero 1 dell’azienda, Emilio Riva. Parte del gruppo dirigente aveva fatto un passo indietro nei mesi scorsi, dando le dimissioni per tutelarsi da un esito dell’inchiesta che era già nell’aria. In seguito a ciò, il volto pubblico dell’azienda è diventato Bruno Ferrante, ex prefetto ed ex candidato sindaco del Pd a Milano. Le accuse per la dirigenza Ilva sono di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose.

In seguito al rischio di vedere messo in discussione il posto di lavoro, gli operai per due giorni sono scesi in piazza, hanno bloccato le principali arterie stradali della città, hanno contestato vertici dell’azienda e esponenti delle segreterie sindacali. Tra questi operai decisi a difendere il loro posto di lavoro, le posizioni erano delle più varie, a seconda del grado di autonomia che si manteneva rispetto all’azienda: da una parte quegli operai schierati nettamente al fianco di Riva, fomentati dalla quasi totalità dei capi a scendere in piazza a difesa dell’azienda e dei suoi dirigenti e contro la magistratura; dall’altra parte, invece, quegli operai che cercavano di evidenziare le responsabilità diffuse dell’attuale situazione: dai mancati investimenti da parte della dirigenza Riva nella sicurezza ambientale e nella tutela delle condizioni di lavoro, ai sindacati confederali ciechi e sordi per anni di fronte sia alle tematiche dell’ambiente che a quelle delle rivendicazioni dei lavoratori, fino ad arrivare allo Stato e alle istituzioni che, dopo aver svenduto l’ITALSIDER a Riva, gli hanno permesso di fare impunemente il bello e cattivo tempo dentro e fuori da una fabbrica dove si muore da decenni. In mezzo a queste posizioni, in cui si possono individuare due poli distintisi tra la massa degli operai, sono presenti le più diverse sfumature e gradi di consapevolezza riguardo alla necessità di distinguere nettamente gli interessi dei lavoratori da quelli del padrone.

In questo quadro, il consequenziale proseguimento della lotta sembrava essere, stando alle parole e ai sentimenti degli operai che si erano mobilitati, la continuazione dei blocchi alla vigilia e in occasione del giorno in cui era previsto il riesame. I sindacati confederali hanno al contrario preferito organizzare un “corteo sfilata” che fosse, in ultima analisi, semplicemente un modo per arrivare in gruppo al cospetto dei tre dirigenti nazionali dei confederali e rispettivi segretari di categoria.

A fronte di una scelta così conciliante e morbida, molti sono stati gli operai che per disinteresse o critica rispetto a questo tipo di azione da parte dei sindacati, hanno disertato il corteo o vi sono stati presenti come semplici spettatori coinvolti. In ogni caso la manifestazione, divisa in due concentramenti per questioni puramente organizzative, ha sfilato per un breve tratto della città con tutte le sue, varie e a fatica conciliabili, componenti sia in termini di settori sociali (operai, impiegati d’azienda, capi reparto) che di rivendicazioni e parole d’ordine portate in piazza, che dimostravano più o meno capacità di tracciare una linea netta che inchiodasse i responsabili della attuale situazione dentro la fabbrica e in città.
Arrivati nella piazza finale i comizi dei dirigenti nazionali di Cgil, Cisl e Uil sono stati interrotti da dure contestazioni provenienti da un folto spezzone composto da operai, precari, studenti e persone appartenenti ad associazioni ambientaliste etc, ai quali è stato impedito di salire sul palco per esprimere le loro posizioni, vista la loro chiara intenzione di denunciare, oltre alle responsabilità dell’azienda, le responsabilità che i sindacati confederali e i loro padrini politici hanno avuto e continuano ad avere non rappresentando in nessun modo i reali interessi degli operai contro quelli, sempre ben tutelati, della dirigenza padronale…

L’epilogo è stato caratterizzato dall’isterismo dei tre sindacati di fronte a un dissenso che andava montando, e che aveva trovato favori nella massa operaia, che in larga parte condivideva le denunce e le accuse al ruolo conciliante dei sindacati maggioritari. La situazione è stata sbloccata dal vergognoso intervento della polizia che, con maniere brusche e arrivando a usare anche i manganelli, ha sgombrato la piazza permettendo ai dirigenti sindacali di proseguire il comizio in una piazza che non sembrava avere più alcun interesse ad ascoltare i soliti discorsi preparati per l’occasione.

Il corteo del 2 agosto è stato insomma uno dei momenti di lotta che stanno costellando il proseguimento della battaglia degli operai contro il tentativo di far passare il gioco padronale, gioco che sfrutta gli operai in chiave anti-magistratura. Tra le file dei lavoratori si sta diffondendo un sempre maggior grado di autonomia e consapevolezza nel distinguere gli interessi della propria classe da quelli di chi costruisce profitti miliardari sullo sfruttamento del lavoro, della salute e della sicurezza degli operai. Una consapevolezza che è determinata nel voler inchiodare Riva e tutta la dirigenza ILVA alle proprie responsabilità, facendo sì che possa pagare per i danni causati alla salute di tutti i cittadini e in particolar modo di coloro che sono le vittime maggiormente esposte all’inquinamento: gli stessi operai e le famiglie che vivono nei quartieri operai intorno al siderurgico. Ma le responsabilità non si fermano certo a Riva e alla sua corte di dirigenti, investono piuttosto la complicità e immobilità dei sindacati confederali che nulla fanno per tutelare gli interessi di chi lavora in fabbrica; le istituzioni dello Stato che hanno regalato la fabbrica a Riva dopo averla per anni affidata a clientele politiche che hanno, anch’esse e in misura enorme, inquinato l’ambiente e sfruttato i lavoratori a proprio piacimento; i politici dell’intero arco istituzionale fino agli ultimi esponenti del Governo dei tecnici, tutti sempre pronti a schierarsi al fianco dell’azienda e della tutela dei suoi interessi.

É necessario non cedere al ricatto basato sulla falsa contrapposizione tra ambiente e lavoro
, entrambi resi  inumani da coloro che sfruttano gli operai ILVA, una contrapposizione che lo stesso Riva fomenta per tentare di schierare gli operai a difesa dei crimini dell’azienda!

É necessario avviare un processo di bonifica, messa a norma e tutela delle condizioni lavorative che non metta in discussione il lavoro degli operai, che dopo essere stati avvelenati e lasciati senza tutele per anni adesso rischiano anche di essere lasciati in mezzo ad una strada!

Chi ha sfruttato e ucciso deve pagare ma senza che il suo destino sia legato a quello delle sue vittime: qui sono gli stessi operai sfruttati e sovraesposti all’inquinamento che hanno iniziato a dire “basta”!

 

da clashcityworkers

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