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Black Friday: cinquanta sfumature di nero. Sullo sciopero ad Amazon

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Cronaca e riflessioni sul “Red Friday”, lo sciopero dei lavoratori di Amazon in Italia e Germania. Per un approfondimento su Amazon (la sua organizzazione, il suo principale stabilimento italiano e le sue forme di lavoro, rimandiamo alla nostra inchiesta “Amazon: Quando la merce danza automatizzata sul lavoro-tapis roulant”).

 Nei manuali manageriali si spiega come la logistica sia la tecnica strategica deputata alla gestione delle disruption, ossia delle interruzioni e degli ostacoli alla circolazione continua delle merci. Il sogno capitalistico di una catena globale sempre in movimento che annulli il tempo di circolazione della merce – passando immediatamente dalla produzione al consumo (e quindi alla realizzazione immediata di profitto) – trova in una azienda come Amazon un modello emblematico e tendenzialmente monopolistico. La fantasia logistica di Amazon è quella di un sistema automatizzato in moto perenne che conduca just in time and to the point i prodotti. Questa immagine di un mondo liscio e senza striature si sviluppa però grazie a un rimosso, quello del lavoro.

Non è un caso che di fronte allo sciopero praticato nel giorno del tripudio consumista del Black Friday l’unica dichiarazione dell’azienda americana sia stata: “Non ci sarà nessun ritardo per i nostri clienti”. Le disruption considerate dai manager non prendono mai in considerazione il lavoro. Il lavoro non esiste, se non come semplice ingranaggio (con una fastidiosa tendenza all’usura). Solo gli scioperi degli ultimi anni hanno portato in luce come siano corpi e menti di uomini e donne in carne ed ossa a muovere la catena.
Il problema che sta ora affrontando Amazon è che, aumentando la propria presa sul mercato, si è trovata costretta a ricorrere a uno strumento organizzativo opposto allo scopo rispetto al quale la logistica era emersa durante la cosiddetta “rivoluzione logistica” del dopoguerra (in realtà una contro-rivoluzione che anticipa e pone le basi per la successiva restaurazione neoliberale). La logistica infatti venne usata per smantellare le concentrazioni operaie, il potere operaio che si era strutturato nella fabbrica fordista. Sparigliare sul territorio la filiera produttiva, organizzare produzione e distribuzione su scala internazionale, aveva appunto eroso il potere antagonista della grande fabbrica. Amazon tuttavia si trova oggi costretta a ricorrere nuovamente alla “concentrazione”. Per gestire l’immane flusso di merci non può ricorrere esclusivamente a piccoli magazzini, subappalti, frammentazione, ma è costretta a costruire magazzini/fabbriche della circolazione organizzati come catene di montaggio.
Se dunque negli ultimi decenni la logistica ha rappresentato l’industrializzazione di un ambito sino ad allora “non industriale” come quello “mercantile” della movimentazione delle merci, ecco che a uno dei suoi punti più alti con questo Strike Friday si è vista una prima crepa. Quando infatti la fantasia di un lavoro ridotto a mero tappeto di scorrimento si infrange sulla dignità e l’insubordinazione del lavoro, appaiono i peggiori “logistical nightmeres”.
Oggi hanno praticato una prima forma di lotta alcune migliaia di lavoratori di Amazon tra l’Italia e la Germania. Laddove nel secondo si tratta di una vertenza che va avanti da anni, guidata dal sindacato ver.di e sostenuta da una piattaforma sociale organizzata sotto lo slogan “Make Amazon Pay”, in Italia si è trattato del primo episodio in proposito. La mobilitazione è stata indetta in primo luogo dal fronte del sindacalismo confederale, che ha abilmente tentato con questa mossa di mettere il cappello su una tendenza emergente, quella dei processi di rifiuto all’interno della frontiera emergente della “nuova logistica metropolitana”, ossia della logica di consegna delle merci in qualsiasi luogo urbano attraverso le piattaforme digitali.
Tuttavia il territorio piacentino sul quale sorge il magazzino di Amazon è da anni attraversato da un processo di organizzazione operaia nella logistica che ha deciso di prendere parola portando un concetto semplice: sciopero significa bloccare. Mentre infatti i confederali giocheranno probabilmente su un tavolo di trattativa per smussare alcuni dei tratti più infernali presenti nella centrale di Amazon (come le telecamere che controllano i corridoi dei bagni), la manifestazione promossa dal SI Cobas piacentino puntava immediatamente a rafforzare un orizzonte di lotta ben più ampio. Non a caso quattro reparti di celere, dietro esplicita richiesta dei Confederali, hanno impedito alle centinaia di lavoratori organizzati nel SI Cobas di avvicinarsi all’ingresso dello stabilimento Amazon. Così come non è un caso che in contemporanea un picchetto alla SDA di Modena abbia visto il grave episodio di due facchini investiti da un camion. SDA, come molte altre aziende, ha varie commesse come appaltatrice per Amazon.
La giornata di oggi, con una ampia eco mediatica, ha dunque avuto caratteristiche interessanti e contraddittorie. Sulla frontiera dell’organizzazione del lavoro che Amazon (e tutte le altre aziende di logistica e delivery) sta introducendo si gioca infatti una partita strategica. La compiuta industrializzazione della circolazione delle merci si trova oggi a un bivio, tra normalizzazione e assorbimento o verso nuovi possibili scenari di conflitto in grado di legare in un’unica trama i punti di concentrazione del lavoro e la diffusione metropolitana dello stesso. Su queste sponde la giornata piacentina, il cuneo innestato dai lavoratori del SI Cobas all’interno della mobilitazione confederale, è un primo tratto di un percorso da sviluppare.

 

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