InfoAut
Immagine di copertina per il post

Spazio urbano e lotta di classe

Buona lettura.

 

La lotta per liberare lo spazio urbano sarà la nuova lotta di classe

 

Luogo storico dell’emancipazione dai vincoli oppressivi della tradizione e della comunità chiusa dell’epoca premoderna, la città, con il capitalismo, è divenuta strumento dei suoi processi di alienazione ma anche luogo della possibilità e della chancerivoluzionaria.

È difficile dire cos’è la città oggi; nonostante alcuni tratti comuni, sono tante le differenze tra quello che accade nel vecchio Occidente e nel resto del mondo, quello in espansione in Asia, Sudamerica, Cina e Africa. Il dato certo è che lo stucchevole dibattito di alcuni ambienti militanti sul contrasto città-campagna è surclassato dalla realtà, per cui l’urbanizzazione, ovvero l’espansione di giganteschi agglomerati abitativi dai confini sempre meno definiti, è una tendenza in atto in tutto il globo.

La Cina è lo specchio dei tempi; nelle sue megalopoli di decine di milioni di abitanti si sperimentano le forme più estreme del cambiamento. Da qualche mese, per esempio, a Pechino è in costruzione un muro che reclude in sterminate periferie circa due milioni di contadini da poco immigrati nella capitale, attratti dal boom economico e dalla possibilità del lavoro di fabbrica. Posti di guardia, telecamere e pattuglie militari controllano gli accessi e i confini tra la città e questi ghetti che rimangono chiusi dalle 23 alle 6 del mattino. Di giorno i reclusi della città-prigione possono entrare e uscire solo con un pass che certifica la loro identità, l’appartenenza etnica, l’occupazione e un numero di telefono.

Mentre questa soluzione semplice e brutale ai problemi determinati dallo sviluppo urbanistico è già in estensione alle altre grandi città cinesi, la ricca borghesia di Shangai ne ha trovata anche una più esclusiva. Shangai è considerata il più grande laboratorio sperimentale dell’architettura di oggi, ma i problemi sociali derivanti dalla sua continua trasformazione sono gli stessi di tutte le megalopoli del globo, in primisla nevrosi securitaria, e la sua borghesia preferisce togliersi dai riflettori e rifugiarsi in alcune cittadelle fortificate costruite apposta per le sue esigenze.

Sono ben dieci infatti le città “a misura d’uomo”, per un massimo di centomila abitanti l’una, che i principali studi architettonici europei e americani hanno costruito attorno a Shangai, riproducendo ognuna un tipico paesaggio urbano europeo (ci sono una piccola Londra, Parigi, Amsterdam ecc.). Di fatto queste città sono dei dormitori di lusso che al mattino si spopolano dei ricchi abitanti, diretti al lavoro nel cuore di Shangai, e restano deserte tutto il giorno, attraversate soltanto da truppe di guardie al servizio della sicurezza (?) delle strade e da squadre di immigrati sottopagati per tenerne pulito il deserto umano e sociale. Mentre i vecchi quartieri popolari di Shangai vengono rasi al suolo in nome della crescita economica, seppellendo sotto le proprie macerie forme di vita e socialità secolari, l’idea di felicità del nuovo che avanza è ben rappresentato dall’ordine, dalla geometria e dal silenzio di queste città nate morte.

Queste gated communities(“comunità recintate”), nate negli anni settanta negli Stati Uniti come utopia residenziale della borghesia ossessionata dai pericoli della metropoli e rapidamente diffusesi ai quattro angoli del globo, rappresentano la forma più compiuta della negazione della città come luogo del possibile. Nelle megalopoli in espansione del Terzo e Quarto Mondo esse sono assediate dai quartieri poveri dove si ammassano tutte quelle persone respinte da un’economia sempre più spietata. Esse concretizzano lo scenario urbanistico delle future tensioni sociali; i cancelli che separano le favelasda questi ghetti per ricchi suggeriscono un’imminente guerra civile planetaria. Per capire qualcosa di questi conflitti a venire è interessante leggere i rapporti con cui gli strateghi della NATO hanno da tempo previsto che il controllo delle future metropoli (il 2020, secondo loro, è l’anno critico, cfr. Urban Nato 2020) dovrà essere affidato a truppe militari specializzate, addestrate alla guerriglia urbana di Baghdad e Mogadiscio. Per avere invece un’immagine di ciò che, a livello umano, psicologico e sociale, cova nei ghetti dei privilegiati è sufficiente leggere i geniali ultimi romanzi scritti da J. Ballard: non è “il sonno della ragione” che cova lì, è qualcosa d’altro, partorito nei due secoli successivi a quel celebre monito illuminista, ma il risultato è lo stesso…

Ma la storia continua a non essere un percorso lineare, né nel bene (il progresso, la rivoluzione) né nel male (la catastrofe, la guerra civile) e anche alle latitudini dove si palesa in modo più evidente la crisi in atto esistono forme di autogestione sociale e di autocostruzione materiale che indicano una via d’uscita dall’autostrada spalancata verso il baratro.

Altrettanto certo è che le “nostre” città occidentali sono luoghi sempre più alienanti. Tutta l’organizzazione dello spazio urbano congiura per negare la natura storica della città come luogo dell’incontro e del possibile. Erosione dei legami sociali; concatenazione di luoghi anonimi dispersi e privi di confini riconoscibili; declino degli spazi pubblici, considerati territori pericolosi da disertare. Tutto ciò ha fatto delle nostre città delle città morte, dei luoghi in cui gli individui sono consegnati all’isolamento, all’autoreclusione e al reciproco controllo.

Eppure il progetto totalitario del capitale era già chiaro nei primi anni del Novecento. Mentre George Simmel, Walter Benjamin e Sigfried Kracauer avevano già descritto la natura di questa evoluzione a partire proprio dalla lettura delle trasformazioni delle forme di vita in atto nelle grandi città, il più grande architetto del secolo, Le Corbusier, l’inventore dell’idea che la casa è una “macchina per abitare”, sanciva che, prima di costruire le case in serie in cui rinchiudere i proletari, bisognava costruire e inventare lo spirito per abitarle, queste case in serie. E questo progetto di omologazione della vita delle persone in un periodo di grandi sommovimenti sociali avveniva al grido esplicito di “architettura o rivoluzione”. Quello di Le Corbusier era un discorso destinato ad essere storicamente vincente: i vecchi quartieri popolari dovevano essere rasi al suolo perché insalubri, ma soprattutto perché socialmente pericolosi, focolai per un rivoluzione allora possibile, e le persone dovevano essere deportate in quartieri-dormitorio anonimi e privi di socialità, funzionali alla città-macchina. Case in serie per un’umanità macchinizzata.

E cosa poteva significare inventare questo spirito se non stravolgere la vita delle persone secondo il principio che la vita dell’uomo deve ridursi alla soddisfazione di quattro bisogni fondamentali, ovvero, “lavorare, consumare, circolare e abitare”? Le città, per essere moderne, e cioè funzionali ai rinnovati bisogni del capitalismo, dovevano essere distrutte e ricostruite secondo questi parametri, come decretò la “Carta d’Atene”, il documento fondamentale dell’urbanistica contemporanea elaborato nel 1933 da un pool composto da Le Corbusier e dai più importanti architetti mondiali. E da allora questo progetto è stato portato avanti con costanza ed efficacia, magari non nel dettaglio dei farneticanti progetti urbanistici di allora (vedi la ville radieusedello stesso Le Corbusier), ma sicuramente nella sua sostanza.

Chi infatti può mettere in dubbio che nelle città di oggi la nostra vita è organizzata in modo da dare spazio a qualcosa di diverso che non sia lavorare, consumare, avere una casa (per tacere di “quali case” e a “quali condizioni” per ottenerle) e circolare tra i luoghi deputati a queste attività? Esiste ancora lo spazio pubblico? Esistono luoghi per qualche attività “inutile”, socializzante, creativa? Qualcuno può negare che la strada abbia perso qualsiasi funzione che non sia quella della pura circolazione?E Le Corbusier aveva predetto la necessità di “abolire la strada”…

Se lo sventramento dei centri urbani, la loro trasformazione in centri amministrativi (o, in casi “meritevoli”, in musei a cielo aperto), e la distruzione dei quartieri con la cacciata della popolazione in desolanti quartieri-dormitorio di periferia, sono gli innegabili tratti fondamentali delle trasformazioni urbanistiche del Novecento, l’applicazione dello stesso modello alle Pechino e alle Shangai di oggi dimostra quanto questo processo continui ad essere attuale.

Come non notare che la cultura del sospetto e del pericolo alla base della dilagante paranoia securitaria è insita nella logica di fondo del funzionalismo, ovvero nel fatto che se un abitante della metropoli fa qualcosa che non risponde a uno di questi quattro dogmi antropologico-urbanistici, è un sospetto? Ciò che non ha un’utilità al ciclo produzione-consumo-svago non ha diritto di esistere nella città; è attività non solo superflua, ma non concessa. La richiesta di maggior sicurezza, priorità nell’agenda di tutti i governi del mondo “sviluppato” o in sviluppo, è incentrata proprio sull’idea di rendere la vita urbana ancora più sterile e anonima, ed è la diretta conseguenza dell’isolamento a cui l’individuo è costretto nelle città nel momento in cui l’organizzazione dello spazio e della vita quotidiana rompe i legami sociali e le forme di vita tipiche del vecchio tessuto urbano.

È ovvio che strade che vivono solo in funzione delle merci e che si svuotano nel momento in cui il ciclo produttivo della giornata s’interrompe, diventano inospitali e “pericolose”, perché non ospitano più relazioni sociali consolidate. Decenni di organizzazione della solitudine e dell’alienazione hanno prodotto l’odierna cultura della paura.

Sarebbe semplice dimostrare come i situazionisti avessero colto l’essenza di queste trasformazioni così cariche di conseguenze nel momento in cui sorgevano, in Europa tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Basta constatare che tutta la critica sociale odierna utilizza categorie simili a quelle della “società dello spettacolo” per descrivere (ma non più per contestare, perché il pensiero debole dà per certo che il “futuro è morto”) il carattere totalitario del capitalismo e l’idea che a causa sua il mondo sia diventato un luogo inospitale sull’orlo della catastrofe.

Di fronte all’alienazione e all’istupidimentoprodotti dalla società dello spettacolo, oggi tutti denunciano il pericolo combattuto dai situazionisti cinquant’anni fa, ovvero la scomparsa della possibilità stessa di pensare un mondo e relazioni umane sottratti alla logica mercantile.

Sarebbe altrettanto semplice constatare la lungimiranza dei situazionisti stessi nell’analisi delle trasformazioni delle città degli anni Cinquanta, ovvero la chiara percezione dello sradicamento e dell’insensatezza dei tempi di vita urbani soggetti al meccanismo spietato di produzione-consumo del neocapitalismo. In fondo, come esempio, basterebbe ricordare che nel 1961, nel pieno boom della costruzione delle “nuove città” francesi (le banlieues), l’IS scriveva che “i privilegiati delle città-dormitorio non potranno che distruggere”, e sottolineare quanto, nelle infinite analisi sulle rivolte scoppiate nel 2005 in quei “luoghi del bando”, siano state sottovalutate proprio l’importanza e il significato della dimensione urbanistica.

È meno scontato, ma forse più interessante, riflettere sull’attualità del progetto costruttivo dei situazionisti, apparentemente così demodè. Consapevoli che il processo di deumanizzazione portato avanti dal neocapitalismo si stava imponendo attraverso la colonizzazione della vita quotidiana in nome della necessità utilitaristica, i situazionisti erano convinti della necessità di creare e diffondere un diverso sentimento dello spazio e del tempo sociale. E ciò doveva e poteva avvenire sul terreno privilegiato delle città, luogo storico del conflitto e della possibilità di trasformazione dell’esistente. La città ospita e crea forme di vita ed esperienze; le forme di vita e le esperienze creano un immaginario; l’immaginario crea desideri e bisogni nuovi. Nell’ipotesi di questa concatenazione materialista sono racchiusi il senso della scommessa con la storia provata dai situazionisti e anche la sua possibile validità odierna.

Fino a ieri questa capacità d’invenzione della città come luogo del possibile è stata fortemente riconosciuta. Oggi, sulle ceneri della lotta di classe e all’ombra di una guerra civile che alcuni credono imminente, è proprio sulla critica della vita quotidiana alla base del discorso situazionista sulla città che si muovono alcune delle esperienze sociali più interessanti.

È la cronaca stessa che dimostra come la questione del territorio sia sempre più centrale nel campo delle lotte. Solo per restare in Italia ci sono almeno due situazioni che aprono le possibilità di una riflessione interessante: il movimento Notave il terremoto dell’Aquila(ma si potrebbe parlare anche delle rivolte a Napoli sulla questione-rifiuti), sono solo gli esempi più eclatanti del fatto, evidenziato in particolare da Miguel Amoros, che i principali movimenti di lotta di oggi sono legati a tematiche che non hanno più a che fare con le categorie economicistiche care alla sinistra tradizionale, ma a qualcosa che mette in gioco il qualitativo del quotidiano di persone e comunità.

Per il capitale non esiste distinzione tra città e campagna. Il capitale non ha neanche più un’idea di città, tanto da averle di fatto annullate e spappolate. Il capitale ha bisogno soltanto di organizzare il territorio in funzione dei propri bisogni utilitari. È il territorio in sé che deve essere funzione della macchina economica. Per il capitale lo spazio stesso è un nemico, una perdita di tempo, un intoppo nel ciclo produzione-consumo. Il progetto della TAV dimostra questo: il treno ad alta velocità non è niente di più che uno strumento per annullare lo spazio tra due città, uno strumento che trasforma ancor più lo spazio extraurbano, quel che resta di valli e campagne, in funzione di una metropoli che a sua volta perde qualsiasi confine. Nella loro volontà di non vedere il proprio territorio sventrato dalle necessità assurde dell’alta velocità, gli abitanti della Val Susa mettono quindi in atto una critica pratica delle necessità del capitalismo. A L’Aquila, invece, dapprima la costruzione di campi di emergenza ad opera della Protezione Civile, costitutivamente parenti dei campi di concentramento, ha confermato una volta di più qual è il confine tra stato di diritto e stato d’eccezione nei moderni stati democratici; successivamente la creazione delle New Towns, orribili metastasi di cemento in cui deportare la popolazione sfollata dalla città, ha invece dato un ulteriore prova di quanto spazio il dominio conceda all’autonomia e all’autogestione della vita delle persone, anche in situazioni di eccezionale emergenza. In questo senso la sollevazione della popolazione aquilana contro la gestione totalitaria dell’emergenza terremoto ha messo in pratica una critica dello Stato, la messa in discussione della delega e il tentativo di rivendicare forme di democrazia diretta e di autogestione.

Ecco due esempi concreti di come, alla base delle lotte odierne che riescono a rompere i limiti angusti delle militanze politiche per essere dirompenti, ci sia volontà di non perdere qualcosa, come un territorio con le sue caratteristiche ambientali e sociali, che viene ancora ritenuto importante nella qualità della vita quotidiana di una collettività. Ma anche nelle disperate e disperanti metropoli d’oggi ci sono manifestazioni significative della stessa forza di opposizione alla rassegnazione. Nonostante la sua necessità di annullare lo spazio, il capitale non può di fatto materialmente riuscirci del tutto e nello scarto prodotto dal contrasto tra questa volontà e la realtà fisica delle città si aprono spazi imprevisti che offrono alle persone possibilità di infiltrarsi, appropriarsi e vivere diversamente dei luoghi, creare delle situazioni.

A distanza di cinquant’anni, nonostante i quartieri e le sue forme di socialità siano irrimediabilmente scomparsi, le pratiche antiutilitarie proposte dai situazionisti restano realizzabili e valide: utilizzare in modo creativo e ludico lo spazio-tempo sociale, riappropriarsi di spazi abbandonati per praticare forme di autogestione, ricostruire forme di solidarietà e di socialità, sono tutte forme di lotta non solo sempre possibili ma che dimostrano di attrarre le persone che non si rassegnano all’impotenza.

Gli orti urbani, nati negli anni Settanta e in continua espansione, sono un esempio concreto, semplice quanto significativo, di questa attitudine di riappropriazione della città. I situazionisti avevano suggerito che solo da un progetto di autocostruzione e autogestione di esperienze condivise può svilupparsi una possibilità di resistenza e ribaltamento della cappa totalitaria del dominio dell’economia. Oggi più che mai questo bivio è evidente. Di fronte allo spettro della barbarie, la rabbia nichilista che non riesce a nutrirsi di un progetto costruttivo, risulta sterile. I fuochi, pur appassionati e appassionanti, delle banlieues francesi stanno a dimostrarlo.

Contemporaneamente molte lotte portate avanti da schiere di volenterosi militanti ci suggeriscono che il richiamo all’etica e la mobilitazione dell’indignazione degli “altri” contro le peggiori nefandezze e nocività di questo sistema di morte non bastano. E il discrimine tra una lotta partecipata e una autoreferenziale non passa da questioni annose, come la falsa alternativa pacifismo o uso della violenza, ma dal coinvolgimento o meno delle personein questioni che sentono riguardare da vicino il qualitativo del loro quotidiano.

Per questi motivi, a chi osserva e vuole influenzare i mutamenti in atto, il creare forme di vita ed esperienze condivise, così come l’inventare un nuovo immaginario e nuovi desideri, non appariranno slogan di una rivoluzione utopistica del passato, ma i possibili nodi di svolta per un’ipotesi concreta di una trasformazione dell’esistente, che risulta più necessaria e urgente che mai.

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

La solidarietà continua: venerdì 11 settembre presidio al carcere delle Vallette

A più di un mese di distanza dalla giornata di lotta del 25 luglio, due giovanissimi attivisti tedeschi sono ancora rinchiusi nel carcere delle Vallette.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Di greenwashing, militarizzazione dei territori e questione energetica

La Toscana è sempre più al centro di una serie di interessi economici legati a doppio filo alla macchina bellica e al complesso militare-industriale.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Il 3 ottobre torniamo a marciare insieme

Da Sant’Ambrogio ad Avigliana. Una marcia popolare contro la nuova tratta nazionale Avigliana-Orbassano e per il futuro del nostro territorio.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

RitardaTav: quando i treni non sono mai in orario, dal 2033 si passa al 2035

Il tempo passa ma le vecchie abitudini restano. Se c’è un punto fermo nella costruzione della Torino-Lione è sicuramente che non si può mai dire — nemmeno per scherzo — che i cantieri siano un esempio di puntualità ed efficienza. La grande piaga che ci portiamo appresso da trent’anni continua infatti con i suoi ritardi cronici.

Immagine di copertina per il post
Intersezionalità

No justice no peace: verità e giustizia per Fakir!

Condividiamo l’appello verso il 12 settembre 2026 giornata di solidarietà, discussione e raccolta fondi a Bologna a seguito dell’omicidio di Fakir diramato dalla Piattaforma di Intervento Sociale.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Più canadair meno armi

In vista della due giorni di iniziativa che si terrà a Torino il 19-20 settembre contro il riarmo (al fondo all’articolo il programma completo) alla quale anche Confluenza contribuirà per portare il tema su come la guerra investe il nostro territorio, condividiamo un’intervista che abbiamo svolto a Don Renato Sacco, prete della Val d’Ossola sconvolta dagli incendi durante questa estate di calore ed emergenza ecoclimatica.

Immagine di copertina per il post
La Fabbrica della Guerra

Danimarca: “Mosca prepara sabotaggi contro le nostre aziende della difesa”. La guerra ibrida si avvicina 

Che la filiera bellica si espanda in Europa e che questo porti inevitabilmente a un aumento del rischio anche per il nostro territorio è chiaro, la vicenda di Colleferro è uno degli esempi più lampanti.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Torino è contro il riarmo

Ripubblichiamo l’indizione della due giorni del 19-20 settembre 2026 che si terrà a Torino organizzata dall’assemblea cittadina Torino Partigiana.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Hanover: finto think tank utile a diffondere propaganda israeliana

Un’inchiesta originariamente svolta dal Guardian ha svelato il meccanismo utilizzato da un finto Think tank – inesistente in quanto senza sede, senza indirizzi né referenze – “Hanover” che allena l’intelligenza artificiale nella creazione di propaganda ad hoc in favore di Israele e del suo operato.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

A Travagliato (BS) il Comitato contro il data center ottiene una prima vittoria

I progetti per costruire nuovi data center in Lombardia e per gli allacciamenti alla rete Terna aumentano di giorno in giorno.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio

Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Di seguito ripubblichiamo il podcast del dibattito tenutosi al BlackoutFest 2026 e condiviso da Radio Blackout.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Francia, antisemitismo e islamofobia: intervista a un attivista di UFJP

Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix) in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia, l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su questo dibattito.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Ceuta: il contesto e i responsabili della crisi umanitaria

Ripubblichiamo questo articolo che approfondisce alcuni aspetti della tragedia umanitaria di Ceuta, individua responsabilità politiche e inserisce ciò che è avvenuto in un quadro più ampio di dinamiche di guerra globale e di garanzia per il regime egemonico.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

“No NBA Europe”: una campagna necessaria

All’interno di una fase in cui può sembrare difficile distinguere tra potenze in declino o in ristrutturazione, anche dal mondo dello sport arrivano segnali che propendono verso la seconda alternativa.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Genova 2001. Una storia del presente

Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida: alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega-Parte 2

In una minuscola frazione dell’Aspromonte un giovane sulla trentina viaggia a dieci km orari a bordo del suo Jimny scalcagnato. Sono le 22, l’aria gelata dell’inverno sta sferzando le cime degli ulivi. I finestrini dell’auto sono appannati. Lui non deve andare da nessuna parte, non deve raggiungere parenti o amici: molti di loro si sono trasferiti in città, altri sono al Nord, forse torneranno per le ferie di Natale. Una grande cappa di solitudine lo avvolge, lo opprime. Si chiede, quando è solo, sempre più solo, se il resto del mondo sappia cosa vuol dire vivere così, abitare in un paese morente senza la possibilità, l’intenzione o la forza di andarsene.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Qualcosa di nuovo sul fronte orientale

Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti, Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran  – per ora – prendono nota.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida. Alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega – Parte 1

Faida è una delle parole germaniche che è sopravvissuta nell’italiano odierno. La sua sopravvivenza è dovuta probabilmente al fatto che per lungo tempo ha rappresentato un istituto giuridico preciso nelle culture germaniche. Infatti, mentre noi usiamo comunemente faida come la definizione di uno scontro brutale e prolungato tra due gruppi di persone (si pensi alle “faide familiari”, o quelle tra le cosche mafiose), il suo significato originale indica il diritto, per un privato, di ottenere soddisfazione per un torto subito ricorrendo all’uso della forza. Una sorta di “giustizia privata”.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

L’Intelligenza Artificiale come «Macchina», «Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati – di Emiliana Armano

l presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo.