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Pandemia Covid-19 : per una riflessione su salute, cura e territori. Appunti da Congiunzioni

29 Settembre 2020 | in APPROFONDIMENTI.

Nello stesso modo in cui la scuola tende a paralizzare l’apprendimento autonomo e il trasporto intralcia il camminare a piedi, la medicina è divenuta uno dei piu grandi ostacoli alla capacità di curarsi da sé. I prodotti di ciascuna di queste istituzioni sono in competizione con un valore d’uso di cui la gente usufruiva da sempre in maniera autonoma.

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Ivan Illich, La convivialità, 1973

Avevamo introdotto così una costellazione di puntate di Congiunzioni (https://www.facebook.com/Congiunzionihttps://radioblackout.org/shows/congiunzioni/), trasmissione radiofonica su salute, cura, sanità e pandemia. L’intento dei vari appuntamenti era quello di tracciare delle linee d’inchiesta, analisi e confronto: sulla responsabilità politica per l’emergenza coronavirus, sulla riappropriazione del sapere medico scientifico allo scopo di sua maggiore accessibilità, sui tentativi di leggere il territorio in cui si abita anche per capire i limiti che lo attraversano. Da una parte, abbiamo voluto evidenziare come la crisi covid-19 abbia stravolto il sistema sanitario (non solo) nazionale classico e la maniera in cui esso istituzionalizza il rapporto tra i medici e i/le pazienti o i loro cari, rendendo impossibile ai primi un rapporto di cura adeguato e continuativo e ai secondi di avere un sostegno in prossimità nei momenti di maggiore sofferenza. La nostra idea di condurre un programma radio nasce proprio con l’idea di poter costituire un potenziale strumento di rottura della silenziosa solitudine delle terapie intensive.1 Dall’altra parte, ci sembrava necessario, in un frangente di messa in questione radicale dell’esistente e dei suoi rapporti, fornire degli spunti su come risignificare i concetti di salute, cura, prevenzione, territorio.

Viaggio indietro nel tempo a qualche mese fa 

All’alba dell’inaugurazione della fase 2, le perplessità di molteplici esponenti del settore medico sanitario sul rischio per la regione Piemonte di seguire lo stesso ritmo di riapertura che s’imponeva nel resto d’Italia erano forti e venivano espresse, ma rimanevano tuttavia inascoltate dalla dirigenza. Un appello del sindacato regionale Anaao-Assomed non bastò a dissuadere Cirio e compagnia dall’idea della ripartenza.2 Così, ai primi di maggio, chi ancora un lavoro ce l’aveva è tornato a lavorare, chi era rimast* a casa aspettava invano la cassa integrazione, chi era student* continuava a non essere pres* in considerazione, stesso destino per titolari di partite iva e altri settori produttivi. Tutto faceva pensare che con l’aumento della circolazione delle persone e delle merci l’andamento dei contagi non sarebbe rallentato, bensì avrebbe condotto ad un’inversione di tendenza. Allo stesso tempo, si sapeva che questo non avrebbe condizionato le scelte di politica economica della Regione Piemonte, dietro la quale si celano (e neanche troppo bene) responsabilità criminali: totale incapacità di gestione dell’emergenza sanitaria, con punte memorabili quali la strage nelle RSA a inizio pandemia3, decenni di privatizzazioni, ingenti tagli alle risorse per i servizi sanitari e assistenziali.

Digressione sul concetto di salute 

«In Nemesi Medica sostengo che a causa di una medicalizzazione ad alta intensità della nostra società, e del monopolio medico di diagnosi e terapia, la gente impara quello che sente attraverso ciò che in proposito le viene insegnato dal medico. Non ci sono dubbi che la relazione della società moderna con la medicina è passata nel corso della mia vita attraverso due spartiacque fondamentali. nel periodo tra i primi anni trenta e la metà dei cinquanta, i medici espropriavano sempre più il paziente della coscienza di sé. Portavano il paziente in ospedale e, con i nuovi metodi diagnostici individuati, definivano un quadro clinico. Poi curavano il quadro clinico e ne stabilizzavano i parametri. Quando il quadro clinico era buono, spesso senza nemmeno dare un’occhiata al paziente - ovviamente sto esagerando - gli dicevano di alzarsi e andare a casa, e di tornare a farsi controllare in seguito per valutare se fosse il caso di ricoverarlo un’altra volta o meno. Sto descrivendo la cosa nel modo più crudo possibile. Poi, a partire dalla fine degli anni cinquanta e dai primi anni sessanta, l’ambiente medico è stato attraversato da un movimento di riforma che ha dato al medico la consapevolezza di dover curare il paziente più che i suoi sintomi. E la buona medicina è stata identificata con l’insegnare alla persona malata che si reca dal medico a riconoscere la malattia come fonte del proprio malessere, a eleggere se stesso come paziente di un medico, condividendone le responsabilità e dando sostanza insieme a lui a quella strana cosa che è la SALUTE».4

La transizione 

Se sul piano economico era evidente che il ritorno alla «normalità» fosse una chimera, nell’ambito della salute le conseguenze non sono state così immediate. La norma in questo sistema è affrontare qualunque evento che ne metta in crisi il funzionamento in maniera emergenziale; le contraddizioni di questa gestione si palesano con tempi diversi sia nella sfera produttiva che in quella riproduttiva. Negli anni, i progetti che hanno impiegato fondi e risorse per la sanità riguardano principalmente la costruzione di grandi poli di eccellenza, vere e proprie cattedrali nel deserto - facili passerelle elettorali5 - che scontano l’enorme limite di lasciare intorno a sé un territorio completamente abbandonato, senza risorse, senza personale e senza alcuna possibilità di adempiere il ruolo per cui il sistema sanitario territoriale è pensato, ossia quello di prevenzione e cura. A conseguenza di questa gestione, vi sono alcuni ambiti della salute che, nel corso della pandemia e anche successivamente, sono stati cancellati dalla lista delle priorità. I pazienti che vi afferivano sono stati dimenticati o lasciati a loro stessi in una condizione extra-ordinaria che avrebbe necessitato di cure ancora più approfondite.

Noi, dal programma, abbiamo intercettato due ambiti di questa sorte: quello relativo alla salute mentale e quello della prevenzione, soprattutto sessuale.

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«[...] eravamo appena usciti da un periodo in cui si è stati tenuti a passare due mesi tra le mura domestiche, spesso in situazioni di stress di convivenza, se non addirittura di violenza. Spesso in solitudine, e magari nel frattempo si è pure perso il lavoro, si è minacciati dal proprietario di casa o i propri figli e figlie hanno abbandonato quel software che si definisce “scuola” per mancanza di mezzi o motivazione».6

La cura del benessere psichico non è una priorità dell’agenda politica. Il disagio causato da tutti gli elementi in gioco in questo periodo di interruzione, perdita e paura è finito per essere delegato alla disponibilità degli sportelli del terzo settore e di professionisti a pagamento. Le persone che già erano seguite in psicoterapia hanno perso in alcuni casi il servizio, in altri la presenza di chi li stava seguendo, tutti quanti la propria routine riabilitativa. Non indifferente a tal proposito è stato il senso di perdita di un futuro costruito sulle fragili certezze che precedevano la pandemia. Sono state le recrudescenze di un isolamento che non ha fatto altro che esasperare la solitudine e l’individualismo che caratterizzano il vivere in una società neoliberista. È stata la sindrome da stress post-traumatico che tanti operatori e operatrici sanitarie hanno manifestato dopo mesi di sforzi, in balia di richieste impossibili, scarsezza di dispositivi e senso di colpa per essersi resi vettori di contagio per pazienti e parenti.

Le conseguenze dell’emergenza Covid sulla psiche degli individui mostrano con chiarezza quanto risulti paradossale occuparsi della salute mentale senza tenere conto della vivibilità stessa del nostro ecosistema, dell’ecologia e di un sistema capitalista che sta progettando la sua stessa fine a colpi di epidemie, guerre e disastri ambientali.

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«Al contrario di ciò che ci viene chiesto, il nostro corpo non può essere costantemente in forma, bello, magro, depilato, desiderabile, senza carenze né lividi. Può essere stanco, avere degli alti e bassi di ormoni, delle dipendenze. A volte può essere ferito. Il nostro corpo deve poter riprendere fiato. Ci appartiene, è il nostro migliore strumento: noi lo vogliamo in buona salute, capace di difendersi, e libero».7

Questo estratto viene dal volume Notre corps Nous memes, Ecrit par des femmes pour les femmes. È un progetto collettivo nato in Francia, per opera di alcune donne che hanno riscritto insieme un manuale femminista storico degli anni ‘70, uscito negli Stati Uniti e in Francia, Our Bodies, Ourselves. Quando il libro è uscito, nel 1977, ancora non si parlava di AIDS, di omosessualità, il termine violenza ostetrica non esisteva e lo stupro coniugale non era riconosciuto. Nel corso degli anni 80 numerosi erano gli scritti di medici ed esperti che davano consigli alle donne sulla loro salute, così facendo rimpiazzando la parola delle donne in prima persona.  Oggi è ancora difficile accedere a un’informazione libera, fidata e senza pregiudizio per quanto riguarda la salute e il benessere delle donne, la prevenzione di malattie e tumori, la sessualità. Nel nostro tessuto cittadino esistono alcune esperienze che hanno l’obiettivo di occuparsi della salute sessuale in maniera diversa da quella che spesso si subisce nel contesto ospedaliero. Se poi si guarda ad altri pezzi di mondo, vi sono organizzazioni sociali che non concepiscono la salute come qualcosa di cui occuparsi solo quando incomincia a vacillare, quindi cercano di fare in modo che la salute delle donne e la prevenzione non implichi una mera delega al personale medico. Nei nostri ospedali bisognerebbe parlare di «violenza ostetrica», un concetto che si potrebbe allargare all’intero ambito della salute per come approcciata nel contesto ospedaliero, visto il tipo di rapporto che si instaura tra personale medico e paziente. La gravidanza in particolare è un processo di cura che, coinvolgendo entrambe le parti, necessita di attenzione, cura, relazione, prevenzione, lavoro sul territorio. 

La risposta

In molte città italiane, nei mesi di maggio e giugno, sono stati organizzati presidi sotto le rispettive Regioni per portare le rivendicazioni del comparto medico. Questo, partendo da istanze specifiche, arriva unitamente all’obiettivo di volere una trasformazione reale del SSN che durante la pandemia ha mostrato tutti i suoi limiti, mentre dovrebbe essere una garanzia di tutela alla salute di tutti e tutte. Se prima della pandemia le lacune del sistema sanitario venivano colmate dalla buona volontà dei lavoratori e delle lavoratrici, durante la pandemia questa buona volontà si è tradotta in manifesto sfruttamento: più ore, più turni, più responsabilità gestionali, tutto sotto il ricatto di dover salvare vite umane. Ancora adesso, il comparto sanitario - medici, infermier*, camici grigi etc.. - continua a chiedere riconoscimento in termini di retribuzioni e di miglioramento delle condizioni lavorative, accompagnandolo alla richiesta di conferimento di una maggiore dignità alla medicina sul territorio, per il suo ruolo cruciale di cura a lungo termine sulla persona, nonché della sua importanza nel campo della prevenzione.

E oltralpe? 

Anche la Francia, reduce da un anno di movimento sociale tinto di giallo, che ha scardinato tradizionali pratiche di lotta e ha coinvolto interi settori della società tra i più eterogenei, ha visto il personale sanitario scendere in piazza per sottolineare alcuni punti essenziali. Les soignants en lutte con cui siamo riuscite a parlare ribadivano che gli ospedali dovessero tutelare la salute anziché il profitto, si dovessero aumentare i salari e il materiale ospedaliero, occorresse un radicale miglioramento del rapporto tra personale sanitario e utenti.

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Del Covid che cosa ci narriamo? Cosa ricordiamo, cosa cancelliamo? 

Pensiamo ai discorsi di partito, ai racconti di Confindustria, a Bergamo is Running8. Se si mettono questi discorsi a confronto con la percezione dei soggetti che nella bergamasca hanno visto i loro parenti morire a distanza di pochi giorni sembrano due mondi completamente diversi. Altro mondo ancora è quello riservato alla «scienza» che nel corso della pandemia è stata assunta al rango di una professione di fede: sulla salute dei propri cari fino ai dati su tutta la popolazione, si chiedevano (e si chiedono ancora) risposte a medici e scienziati. Abbiamo visto come in cambio si siano avuti una tempesta di bollettini e titoli di giornale, di dubbia attendibilità (dubbia in quanto non verificabile) e talvolta in reciproca contraddizione. Che tipo di interlocuzione il Covid ha aperto tra il senso comune e il mondo della scienza? Si può continuare ad affidare la propria tutela biologica ad un ambito che non consiste solo in un metodo esatto, ma i cui processi di produzione hanno a che fare con interessi politici, aziendali e culturalmente condizionati? Che tipo di assistenza si darà ai famigliari delle vittime?

Ricominciamo

La pandemia di Covid è stata solo il primo avviso su scala globale di un ciclo storico in cui più si lascerà spazio a chi lucra sullo sfruttamento e alla devastazione dei territori, più si ignorerà l’inquinamento atmosferico, più il diritto alla salute verrà messo da parte per i diritti delle aziende, tanto più la morte e la paura di morire saranno all’ordine del giorno a qualsiasi latitudine.

E qui torniamo al TAV, la linea alta velocità torino-lione, oltre 10 miliardi di euro spesi per un’opera che prevede il disboscamento di oltre 5000 alberi, l’emissione di più di 10 mila tonnellate di anidride carbonica, nonché la distruzione di un ecosistema alpino. Oltretutto nella montagna è accertata la presenza di amianto e si aspetta solo di sapere quali saranno i terreni fortunati in cui verrà stoccato lo smarino. In un contesto territoriale in cui le risorse per potenziare ambulatori e presidi sanitari territoriali non sono sufficienti, ecco un esempio concreto di come unire distruzione del territorio, spreco di risorse ed eliminazione di servizi sanitari sul territorio a favore di un ben poco funzionale, per non dire letale, accentramento ospedaliero. Il paradigma del tav, del modello di sviluppo che vuole imporre il governo con la costruzione di questa grande opera inutile, è l’emblema del fatto che chi ha il compito di amministrare le risorse da questa pandemia non ha imparato nulla. 

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1) La prima mezz’ora di apertura del programma si era pensato come uno spazio in cui parenti e amic* di persone ricoverate nei reparti di terapia intensiva a torino avrebbero potuto mandare saluti e dediche da trasmettere negli stessi reparti.

 

2) https://www.anaaopiemonte.info/anaaopiemonte/fase-due-siamo-sicuri/

3) https://ilmanifesto.it/strage-nelle-case-di-riposo-in-piemonte-il-grido-dei-sindaci-la-regione-latita/. Problema che, anche con migliaia di decessi sulla coscienza e un probabile ritorno della pandemia, non è stato ancora preso in carico dall’amministrazione Cirio: https://www.lastampa.it/topnews/edizioni-locali/torino/2020/08/04/news/coronavirus-nelle-rsa-la-strage-era-evitabile-l-inchiesta-dei-sindacati-1.39

 

4) David Cayley, Conversazioni con Ivan Illich. Un archeologo della modernità, 1994.

 

5) https://www.wired.it/attualita/politica/2020/05/15/ospedale-fiera-milano-26-milioni/

 

6) Estratto da una puntata di Congiunzioni.

 

7) Contrairement à ce qui nous est demandé, notre corps ne peut pas être constamment en forme, beau, maigre, épilé, désirant, sans carence ni hématome. Il a des coups de pompe, des baisses et des montées d’hormones, des addictions. Il est parfois blessé. Notre corps doit pouvoir reprendre son souffle. Il nous appartient, il est notre meilleur instrument : nous le voulons en bonne santé, capable de se défendre, et libre.

 

8) Per chi ha contratto in prima persona il Covid o a causa di esso ha avuto decessi tra i propri cari si avverte che la visione di questo video è indescrivibilmente disturbante: https://twitter.com/confindustriabg/status/1233388247398658048.

 

 

 

 

 

 

 

 

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