Mario Draghi e i polli di Renzi

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Condividiamo questo interessante contributo di Marco Revelli apparso su Volere la luna che ci pare leggere in maniera sensata il governo Draghi come un momento "reazionario" rispetto ai cicli populisti e sottolineare come la manovra che ha portato a questo esito sia stato un ulteriore autonomizzarsi della sfera istituzionale dal corpo sociale nel suo complesso. Al di là delle paure per una "democrazia avizzita" che poco ci appassionano, ci sembra un ritratto efficace delle trame istituzionali che hanno portato a questo esito sulla spinta del capitalismo italiano.

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La Banca sopra la Politica, il Nord sopra il Sud, i maschi sopra le donne. Questa appare, ridotta all’essenziale, la struttura architettonica del nuovo governo: una fotografia perfetta dello stato di cose esistente e delle sue inamovibili gerarchie. Con buona pace di chi parla di “governo del cambiamento”.

Non può sfuggire a nessuno, intanto, che l’ex governatore di Bankitalia e della Bce ha riservato a sé e ai propri fedelissimi il controllo della cassaforte, in primis del tesorone in arrivo dall’Europa, perché la gestissero con l’unica logica che gli uomini di banca conoscono: quella del denaro che rispetta solo se stesso (e che va dove già ce n’è). E colpisce che tra questi ci sia uno come Daniele Franco, più che fedelissimo suo vero alter ego se si da ascolto alle indiscrezioni del neoministro alla Pubblica Amministrazione Brunetta che attribuisce proprio a lui il ruolo di “uomo-macchina” che nell’estate del 2011, a palazzo Koch, lavorò alla lettera lacrime e sangue che poi Draghi firmerà insieme a Trichet). A cui si aggiunge, a quadrare il cerchio, oltre al manager Colao, un inaspettato Giorgetti, in nome di vecchia amicizia e – chissà – per reminiscenze bocconiane (non stupisca il sodalizio tra un banchiere globale ed europeo e un esponente “sovranista” perché si sa che in banca, sui soldi, anche il diavolo e l’acqua santa possono accordarsi). Né appare strano che poi abbia affidato per così dire “d’ufficio” un certo numero di ministeri chiave a quella che può essere considerata un’élite del sapere tecnico (un’ex presidente della Corte, due rettori, uno scienziato specialista di nanotecnologie, un ex presidente dell’Istat, una ex prefetto di pregio). Quasi volesse “mettere in sicurezza” il “cuore dello stato”, o del sistema, da una politica malata, per certi versi comatosa, che nelle convulsioni dell’ultimo bimestre ha mostrato a nudo la propria incapacità di venire a capo della crisi che essa stessa aveva scatenato, riservandole un parterre tanto ampio quanto poco qualificato. Uno spazio di tutti (e del contrario di tutti) da popolare secondo i dettami del manuale Cencelli, in cui le scarse competenze e l’esuberante litigiosità potessero in qualche misura offrire un simulacro di “copertura politica” senza rischiare di danneggiare i gangli vitali del sistema (più che commissariamento, “confinamento” si potrebbe dire).

Questo deve essere stato il pensiero congiunto di Draghi e Mattarella: la via tecnocratica, costruita con sofisticata ingegneria istituzionale, attraverso cui ricondurre a “ordine” l’anomalia selvaggia inaugurata col voto del 2018, ridisegnando il sistema di governo sulla mappa gerarchica del potere reale rispettandone con certosina attenzione le isobare. Ed è esattamente quel criterio che ha portato a premiare il Nord (18 ministri) a scapito del Sud (appena 4), tanto che verrebbe da dire che, parafrasando la Moratti, i “posti” sono stati assegnati territorialmente in base al Pil: ben 9 ministri vengono dalla Lombardia, 4 dal Veneto, nessuno dalle isole… Mentre per le donne – 8 su 24 – non è cosa nuova, è l’antropologia d’ancien régime che ha parlato.

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Funzionerà? Si può davvero pensare di venire a capo di una grave “crisi di sistema” – quale quella che effettivamente l’Italia vive – con espedienti ingegneristici o con la logica del deus ex machina? E’ per lo meno la terza volta che si tenta questa via – la prima con Ciampi, la seconda con Monti, ora con Draghi, peraltro figure assai simili per competenze e profilo tecnico-culturale – e ogni volta se ne è usciti con uno scatto in avanti sul piano inclinato della crisi istituzionale e sociale. Il Governo Ciampi, non dimentichiamolo, fu l’ultimo della Prima Repubblica. Dopo la sua fine dilagò il berlusconismo, espressione di una metamorfosi regressiva dell’elettorato nel suo complesso. Quindici anni più tardi, dopo diciassette mesi di Governo Monti emerse il corpaccione grillino al centro di un sistema politico terremotato e sulla superficie di un corpo sociale martoriato: un “invitado incomodo”, per usare l’espressione del politologo Benjamin Arditi, che seminò il panico nei “salotti buoni” della finanza globale [fu allora che Mario Draghi (già lui!) dall’alto dell’ Eurotower, evocò, per placare il panico, il “pilota automatico” – automatic pilot, disse, perché, si sa, i mercati parlano solo inglese – intendendo che nessun mutamento politico può spostare il gioco economico dai suoi (anche se dissennati) fondamentali]. E che, nella tornata successiva, nel fatidico marzo del 2018, si gonfierà ancora catalizzando quasi 11 milioni di voti e raggiungendo una percentuale (il 33%) simile a quelle della vecchia DC.

Un altro terremoto che sconvolse vecchi e nuovi poteri, istituzionali ed economici, i quali infatti si misero subito all’opera per ricuperare centralità e controllo. Ve lo ricordate il lungo travaglio, durato quasi tre mesi, per formare il governo, con l’imperdonabile, ottuso rifiuto del Pd ancora a guida renziana di allearsi con i 5Stelle che consegnò la maggioranza alla convergenza ibrida con la Lega di Salvini? Ma soprattutto il grottesco tentativo del Quirinale di imporre, in extremis, un governo tecnico a guida Cottarelli (siamo stati tutti a bocca aperta davanti alla TV a guardare la porta chiusa da cui avrebbe dovuto uscire il mago della spending review, e non uscì nessuno, finché anche i corazzieri se ne andarono piantando tutti in asso), prima di cedere a denti stretti Palazzo Chigi all’avvocato (“del popolo”) Giuseppe Conte. E dar vita a quello che era (e si vedrà ben presto) un governaccio – un ircocervo che metteva insieme il libertarismo grezzo di Beppe Grillo e l’autoritarismo affaristico di Matteo Salvini, portandosi in pancia l’iportrofia egotica di quest’ultimo -, ma che almeno registrava il malessere diffuso nel Paese e la domanda di discontinuità che ne emergeva. E poi, non abbiamo dimenticato la guerra sorda, martellante, che i giornali di sistema hanno mosso fin dal primo giorno non tanto al governo gialloverde – che al verde non erano poi così ostili, nemmeno quando Salvini imperversava su Sicurezza e migranti -, ma contro la figura di Giuseppe Conte (il tormentone sul Curriculum) e soprattutto contro i punti del programma cinque stelle più difficili da digerire da parte dell’eterno partito degli affari: Grandi Opere a cominciare dal famigerato TAV Torino-Lione, Autostrade, Ilva, accorciamento della prescrizione… Esattamente quelli su cui intanto la Lega, triangolando con il “suo” capitalismo padano, con i Bonomi e Bonometti, si avviava a dar picconate sempre più forti, lasciando intravvedere, carsicamente, golose possibilità di crisi di governo, in occasione di ognuna delle quali non mancava mai di affiorare, tra le pieghe degli editoriali mainstream, il nome di Mario Draghi (così fu a febbraio 2019, poi di nuovo a giugno, e di nuovo a primavera del ’20), sorta di profezia destinata ad auto-adempiersi. Oggi tutti costoro possono dunque festeggiare il ritorno alla casella di partenza in questo gioco dell’oca che già ha percorso due giri a vuoto, felici di aver fatto, con l’arrivo del divino banchiere a Palazzo Chigi, l’en plein (grazie anche al lavoro sporco fatto dal capitano di ventura Matteo Renzi, specialista in azioni corsare). E nella speranza di poter dopo tanta fatica finalmente sovrapporre al disordine di quel voto “obsoleto” un nuovo ordine venuto dall’alto di un’Europa non più matrigna. A quel marzo di tre anni fa, che sapeva tanto di idi, si preparano a sostituire un febbraio che ricorda come il carnevale – in cui licet insanire – duri tre giorni appena dopo di che il mondo alla rovescia si raddrizza e il bastone di comando ritorna in mani sicure.

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Certo qualcuno potrebbe dire, rovesciandone il senso originario, “ben scavato vecchia talpa”. Ma comunque, come che sia, quella è stata, e resta, un’impresa arrischiata. Anche per poteri abituati da sempre a vincere. E nella sua sostanza opaca. Piena di materia potenzialmente tossica. Non perché violi, in qualche modo, la lettera della Costituzione: tutto è avvenuto entro i canoni degli articoli 92 e 94 (peraltro molto sobri). Ma perché sfida la “costituzione materiale” di una democrazia rappresentativa nella quale la volontà di rottura di continuità espressa, sia pur in modo convulso e contraddittorio, nell’ultima elezione generale viene neutralizzata (le convulsioni dei 5Stelle, ma anche il triplo salto mortale della Lega, lo testimoniano), per essere infine piegata a una deriva iper-continuista che difficilmente, pur collocandosi in un’Europa diversa, e pur disponendo degli euro del Recovery, sanerà le ferite sociali e il malessere che produssero la rivolta nelle urne del ’18. E poi perché crea un governo ibrido, in cui l’élite tecnica siede su un tappeto di macerie costituite da un sistema dei partiti profondamente lesionato dove ogni forza politica si presenta negando una parte di se stessa e ogni cultura politica appare dissolta, rendendo assai improbabile l’efficacia del confinamento. Un governo che, come tutti i governi omnibus, ospita una pletora di partecipanti, ognuno dei quali non rinuncerà a usare il “posto a tavola” ottenuto come megafono per regolare i conti col proprio vicino: i “polli di Renzo”, anzi di Renzi potremmo dire, di cui già Salvini e compagni offrono un bell’esempio usando il podio che l’altro Matteo gli ha offerto per aprire una campagna elettorale permanente.

Fin dall’inizio dei miei studi in Scienza politica ho dovuto imparare che per il buon funzionamento di una democrazia moderna, è necessario che tra il livello della Società e quello delle Istituzioni esista una solida Società Politica, a svolgere il ruolo di canale di comunicazione e di fattore di legittimazione. Se questa avvizzisce o muore, avvizzisce e muore la democrazia. In questo senso il “miracoloso” governo di Mario Draghi rischia di sfidare le leggi fisiche della politica, con esiti potenzialmente infausti. La frase con cui Giovanni Agnelli commentò il governo Ciampi – “dopo il governatore, c’è solo un generale, o un cardinale” – potrebbe ritornare di attualità non se Draghi fallisse ma se, completato il mandato, la politica si presentasse ancora nuda alle elezioni del ‘23.

 

Una versione più breve è stata pubblicata sul Manifesto col titolo Un altro deus ex machina sul piano inclinato della crisi.

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