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Crisi di governo: il circo di Draghi e gli scenari greci

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Nella giornata di giovedì 14 luglio il movimento 5 Stelle, astenendosi al senato dal voto di fiducia posta dal governo Draghi sul decreto “aiuti”, ha aperto la terza crisi di governo della XVIII legislatura.

Cronaca saliente e scenari.

Com’è noto, Mario Draghi ieri pomeriggio è salito due volte al colle, rassegnando in serata le dimissioni che non sono accettate dal Presidente della Repubblica Mattarella.

Tale diniego è motivato dal fatto che, alla luce dell’ultima e più sostanziosa scissione grillina promossa da Di Maio, l’attuale esecutivo avrebbe i numeri per governare anche senza gli “onorevoli” 5S.

Una domanda sorge spontanea: perché Draghi ha messo la fiducia su un decreto che sarebbe potuto passare, così com’è stato, anche senza l’approvazione di quella che è una forza attualmente numericamente secondaria nelle gerarchie governative? Ci torneremo.

Quindi, nonostante lo stesso Draghi abbia dichiarato più volte che non ci sarebbe stato un suo governo bis con una maggioranza ridisegnata che non rispecchiasse la supposta unità nazionale, i giochi sono ancora aperti e mercoledì il premier parlerà alle camere.

“Fortuna” ha voluto che la programmata missione “accaparra gas” in Algeria del premier si terrà  lunedì e martedì non permettendo di anticipare questo momento di confronto e lasciando una fase di stallo di cinque giorni utile ad eventuali trattative.

Infatti, come tradizione gattopardiana vuole, i margini per ricucire e trattare ci sono ancora.

Conte ha annunciato che se Draghi tornasse alle camere con un programma politico e risposte ai temi sollevati in aula il movimento 5S non avrebbe problemi a votare la fiducia e a proseguire l’opera di governo.

Una dichiarazione che stride con le motivazioni della rottura, poiché il termovalorizzatore di Roma, nome più sexy di ciò che conosciamo come inceneritore, e le ulteriori modifiche punitive al reddito di cittadinanza sono state già approvate ieri. Ma tant’è.

Quindi al momento gli scenari sono quattro:

  • 1 Rinegoziazione tra Draghi e Conte e prosieguo del governo.
  • 2 Elezioni a settembre
  • 3 Draghi bis con sostituzione dei ministri 5S
  • 4 Governo tecnico-traghettatore che porti a compimento naturale la legislatura, ossia primavera 2023.
  • Presentata brevemente la cronaca e gli scenari del circo parlamentare, passiamo a delle valutazioni più pertinenti.

    Note al circo

    Partiamo dal pessimo stato di salute della democrazia rappresentative italiana. Se le crisi degli esecutivi e l’alternarsi di più governi non sono una novità della nostra storia politica contemporanea, le scelte attuali dei leader mostrano tutta la degradazione della capacità della politica partitica e parlamentare di sintonizzarsi con il paese.

    A 14 anni dallo scoppio della “grande recessione”, le tornate elettorali una dopo l’altra hanno certificato la crescente disaffezione verso la partecipazione politica passiva rappresentata dal voto.

    L’inconsistenza politica, nel senso più nobile e profondo del termine, dell’instabilità permanente di tutti i governi che si sono alternati ha acuito il distacco tra la popolazione e le istituzioni.

    Il travolgente successo e il rapido disfacimento delle ambizioni di discontinuità grilline hanno rappresentato forse l’ultimo legame tra voto e istanza di cambiamento.

    Un piano, seppur con direttrici diverse, che è rimasto interamente in mano all’autoritarismo conservativo e reazionario di Giorgia Meloni. Probabilmente vedremo cosa saprà farne.

    L’ingovernabilità è diventata una forma di governo. Lasciamo perdere il povero Mao, la confusione sotto al cielo non è affatto grande. Gli interessi consolidati sono saldamente alla guida di un paese che invecchia, si prosciuga e estrae valore dalle devastazioni territoriali e da rapporti di lavoro schiavistici. La volubilità dei governi contribuisce solo a non dare punti di riferimento, anche a chi si vuole opporre.

    Un ulteriore elemento è dato dalla notorietà, consapevole o istintiva, che l’ennesima crisi sia il risultato di un doppio calcolo cinico volto a capitalizzare al massimo la propria rendita di consenso nel paese.

    Da un lato quello di Conte che, libero da Di Maio e dai numeri che rendevano essenziale la sua partecipazione al governo, è consapevole che questa sia l’ultima occasione di rottura per giocarsi 6 mesi all’opposizione e rifondare il movimento in salsa social-democratica.

    Dall’altro quello di Draghi che ha governato autonomamente il paese e stilato, senza alcun reale dibattito né parlamentare figuriamoci collettivo, il più grande finanziamento “pubblico” e a debito che si ricordi, ossia il Recovery Fund. D’altronde era stato messo lì per questo e il suo diktat era chiaro e limpido dal principio, o state tutti con me senza sindacare troppo, oppure torno ai miei calcoli tra grande finanza e ambizioni presidenziali.

    Il governo del banchiere è stato tra i più illiberali di sempre, non solo per quanto riguarda la politica economica, ma soprattutto in merito all’invasione russa dell’Ucraina dove il premier ha recitato il ruolo del falco più estremo della NATO, mettendo gli interessi statunitensi davanti alla stessa tenuta europea. Illiberale perché c’è stata una totale repulsione verso il pluralismo, con un clima maccartista di caccia alle streghe contro chiunque dubitasse delle veline atlantiche sull’ucraina.

    Questo governo ha reso il paese un passivo protagonista di una politica necrofila che ci ha portato sull’orlo del pericolo bellico nucleare, all’interno di un conflitto del quale è impossibile intravedere una fine che sia dignitosa per coloro che in basso soffrono la morte imposta da chi manovra in alto.

    La fine del governo Draghi, se non oggi tra 10 mesi, porrà dei problemi che sarà difficile procrastinare ulteriormente. Lui è stato nominato come garante della affidabilità dei conti e quindi dell’accesso al Recovery Fund (PNRR), un piatto troppo grosso da lasciare ad una gestione politica che, nella crisi di rappresentatività accennata sopra, avrebbe addirittura potuto produrre spinte redistributive, welfaristiche, se non addirittura tratti di programmazione economica a lungo termine.

    Purtroppo quest’ennesima crisi si dà su dei piani, ideologicamente anche sensati come termovalorizzatore, proposta ridicola su salario minimo, attacco al RDC, ma dobbiamo ammettere e ragionare che non c’è stato nessuno processo sociale in dialettica con l’ordine del giorno di chi governa. La separazione incolmabile tra le forme di governo capitalista e la popolazione non trova forme di contrapposizione e conflittualità.

    Alla disaffezione per la passività elettorale non si è sostituita nessuna partecipazione attiva.

    Si costruiscono percorsi virtuosi nei quartieri, si lotta nella logistica, si fa muro contro i disastri ambientali ma non riusciamo ad entrare in una dialettica conflittuale con gli indirizzi di politica generale.

    Concludiamo con il rombo dei tamburi dei mercati finanziari. La borsa di Milano, che ieri ha perso il 3%, da gennaio ad oggi ha bruciato il 25% della capitalizzazione e l’onnipotente spread, differenziale tra titoli di stato tedeschi e italiani, è tornato sopra i 200 punti, fattore che combinato all’imminente crescita dei tassi di interesse porterà nuove speculazioni sul debito italiano.

    L’euro per la prima volta dal 2002 è sceso sotto al dollaro, e l’UE è nel bel mezzo di una crisi energetica con la stagflazione (decrescita e inflazione) alle porte.

    Il secondo round finanziario della crisi sistemica iniziata nel 2008 è già iniziato, senza alcuna passione per i facili oracoli di cattivi presagi, dobbiamo prepararci a scenari “greci”.

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