LA CASA POPOLARE IN ITALIA: STORIA, ANALISI E PROSPETTIVE DI LOTTA

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Riprendiamo questo interessante documento da Rete Diritti in Casa, buona lettura!

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L’Edilizia Residenziale Pubblica è uno strumento di intervento pubblico fondamentale per garantire l’accesso all’abitazione a chi una casa non ce l’ha. In Italia questo tipo di intervento è stato sempre piuttosto trascurato. Gli alloggi ERP rappresentano oggi solo il 4% dello stock abitativo complessivo del paese, troppo pochi rispetto al fabbisogno e rispetto alla consistenza del patrimonio degli alloggi pubblici di altri paesi di dimensioni simili come Francia (16,8% del totale degli alloggi) e Regno Unito (17,60% del totale degli alloggi).

Questo strumento inoltre negli ultimi decenni è stato quasi completamente abbandonato a favore del mercato privato e di nuovi strumenti come l’housing sociale che però si rivela essere prioritariamente un mezzo per sostenere la finanziarizzazione dell’intervento pubblico nel settore casa e un sostegno al settore produttivo delle costruzioni. Abbiamo cercato di indagare sui perché dell’inefficienza delle Aziende Casa sorte sulle ceneri degli IACP, inefficienza che si manifesta in mancate ristrutturazioni, lentezza nelle assegnazioni, tanti, troppi alloggi lasciati vuoti in attesa di assegnazione.

Questa situazione contribuisce ad alimentare l’opinione, fallace, che un rimedio possa arrivare solo dal mercato privato, che in realtà è la causa del problema. Basti pensare che sarebbe sufficiente una parte del patrimonio privato vuoto ed inutilizzato per soddisfare completamente il bisogno di casa da parte della popolazione in emergenza abitativa. La grande inefficienza nel risolvere la questione abitativa si rivela essere quindi quella del mercato.

In questo documento, che intendiamo come documento aperto e da integrare con la partecipazione e le analisi di altre realtà territoriali e nazionali, cerchiamo di affrontare la tematica dell’ERP nella sua complessità e sviluppare delle proposte che cercheremo di mettere in pratica e sperimentare in primis sul nostro territorio.

LA CASA POPOLARE IN ITALIA: STORIA, ANALISI E PROSPETTIVE DI LOTTA 

 INTRODUZIONE 

Il 1998 è l’anno cruciale per la definizione delle politiche abitative in Italia. Da un lato con l’approvazione della legge 431 1998 “Disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili ad uso abitativo” il parlamento con una vasta maggioranza trasversale che va dal centro sinistra allora maggioritario in parlamento (governo D’Alema), fino ad Alleanza nazionale, abolì l’equo canone aprendo la strada al dominio assoluto del mercato privato della locazione con la liberalizzazione degli affitti.

Dall’altra parte, ancora nel 1998, un altro governo, sempre di centro sinistra con a capo Prodi, adottava il cruciale Decreto Legislativo 31 marzo 1998 n°112 per il decentramento amministrativo che con le disposizioni contenute nel Titolo III, Capo II Sezione III cambiava radicalmente la disciplina generale dell’intervento pubblico nel settore abitativo trasferendone le competenze alle Regioni, nell’ottica del principio della sussidiarietà, decentramento che ha riguardato anche tante altre funzioni (Leggi Bassanini). Questo trasferimento di competenze è stato attuato però senza trasferimento di risorse e i nuovi enti creati ad hoc per la gestione del patrimonio residenziale pubblico, le Aziende Casa, assumevano la forma di Enti Pubblici Economici, cioè enti che devono trovare da sé i finanziamenti per le ristrutturazioni e le nuove costruzioni ERP il che è reso possibile solo agendo sui canoni e sulle vendite.

Gli enti assumono quindi la forma di azienda, (in Emilia Romagna nasce Azienda casa Emilia Romagna). La mancanza o l’esiguità dei trasferimenti di finanziamenti fanno si che le Aziende Casa d’ora in avanti cesseranno quasi del tutto la costruzione di nuovi edifici ERP, mentre gli enti locali autorizzeranno la vendita di parte del patrimonio esistente e l’aumento degli affitti delle case popolari.

Questo fenomeno, associato a quello sopra descritto della liberalizzazione degli affitti, ha creato un’enorme possibilità di estrazione di rendita dal settore edilizio, che fino ad allora aveva una seppur residua forma di controllo pubblico. Si è creata un’enorme enclosure (recinzione), una sottrazione della ricchezza sociale che veniva in qualche modo garantita dal controllo degli affitti e dalla espansione del patrimonio ERP, per permettere uno sviluppo drogato della accumulazione capitalista nel settore edilizio, che conoscerà per circa un decennio una fase di espansione trainata da massicce edificazioni (con enorme consumo di suolo) rese convenienti dall’aumento dei canoni e dei prezzi di vendita del bene casa, fase di espansione che formerà una bolla immobiliare parzialmente (in Italia) sgonfiatasi dal 2008. Abbiamo già affrontato la questione delle conseguenze della liberalizzazione degli affitti conseguente alla approvazione della legge 431/98 in un nostro precedente documento “Il blocco edilizio e la lotta per la casa”.

Con questo documento vorremmo approfondire il secondo aspetto della questione, cioè la progressiva estinzione di qualsiasi forma di intervento sul patrimonio immobiliare pubblico socialmente disponibile. Si rende quindi innanzitutto necessario fare una breve cronistoria.

DAGLI IACP ALLE AZIENDE CASA

Il Patrimonio Erp a livello nazionale ricopre una piccola parte del patrimonio immobiliare complessivo. In Italia solo circa il 4% degli alloggi sono alloggi assegnati alle categorie sociali più povere in base a criteri sociali. Una percentuale che ci pone agli ultimi posti in Europa insieme alla Spagna. Allo stato attuale non esiste una banca dati nazionale sul numero complessivo di alloggi popolari nel Paese. I dati più recenti, raccolti da Nomisma per conto di Federcasa nel 2020 (Dimensione del disagio abitativo pre e post emergenza Covid-19, maggio 2020), parlano di 758mila alloggi, di cui 652mila assegnati regolarmente. Si tratta di ben poca cosa se consideriamo che attualmente sono 650.000 le domande di case popolari in attesa senza prospettiva di assegnazione e che Nomisma ha stimato che siano 1,2 milioni i nuclei familiari in affitto – al di fuori del sistema ERP – che vivono in condizione di «disagio economico acuto» .

E’ interessante vedere come e quando si è definita la consistenza del pur esiguo patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica in Italia. Gli Istituti Autonomi per le case popolari sono nati con la prima legge promulgata in Italia per facilitare la costruzione di case popolari (la legge n 251 del 31.05.1903 per iniziativa dell’On. Luigi Luzzatti). Il provvedimento si inseriva nel quadro di una politica di pacificazione sociale che, al principio del secolo iniziava a sostenere l’intervento dello Stato a beneficio dei ceti popolari, senza trascurare l’effetto indotto sullo sviluppo economico dalle nuove edificazioni. Luzzatti, d’altronde, era un banchiere e fu ministro e primo ministro per la destra storica, ma l’intento ideale rifletteva il clima politico del tempo, caratterizzato da forti tensioni sociali e da una forte crescita delle organizzazioni proletarie alle quali lo stato borghese doveva rispondere con concessioni in un’ottica calmieratrice.

L’Istituto nasceva, almeno idealmente, sulla base di un principio di solidarietà sociale come si può dedurre dalla lettura dell’art. 22 della legge n. 251 dei 31/05/1903, che improntava l’iniziativa degli Istituti Autonomi: non un interesse prettamente economico o esigenze di profitto, ma una precisa volontà di intervenire nel sistema sociale. Queste indicazioni restarono però a lungo solo un orizzonte in lontana prospettiva perché i finanziamenti, almeno fino al secondo dopoguerra, derivavano principalmente dall’accesso al credito dagli istituti bancari e questo limitava il quantitativo di edifici costruiti e influenzava il livello degli affitti..

A partire dal secondo dopoguerra, il sistema di finanziamento dell’edilizia popolare venne modificato, in quanto non si basò più unicamente sul ricorso al credito esterno, poiché lo stato, tramite l’INA Casa e GESCAL, iniziò a concorrere per intero al finanziamento delle costruzioni. Il 1971 segnò un’altra pietra miliare nella storia degli IACP. Venne, infatti, promulgata la legge 865 (22 ottobre) che di fatto trasformò gli Istituti Case Popolari da Enti Pubblici Economici ad Enti Pubblici non Economici con prevalenza pertanto, dell’attività pubblico-assistenziale. Con l’avvento della Legge 457/1978, gli IACP poterono contare su sovvenzioni programmate con evidente giovamento per l’efficienza degli interventi. Sempre al 1978 (27 luglio) risale anche la legge 392 cosiddetta legge per l’equo canone, che ha definito le modalità tecniche e normative per l’applicazione dei canoni nel settore delle locazioni private ma che venne utilizzata anche nell’E.R.P. per la determinazione del canone oggettivo, abbattendo il quale in base alle condizioni reddituali familiari, si determinava il canone sociale. Non a caso questo periodo di grande espansione dell’edilizia pubblica, associato a un controllo pubblico sul valore degli affitti, corrisponde a una fase di grande conflittualità sociale e di contrapposizione di classe .

A onor del vero occorre ricordare che la c.d. Legge sull’equo canone venne ai tempi contestata dalla sinistra di classe in quanto i rapporti di forza nelle piazze e nelle fabbriche consentivano di aspirare ad obiettivi più avanzati. Tra i fondi di cui potevano disporre gli I.A.C.P. per la costruzione di alloggi ERP parte rilevante era costituita dai contributi GESCAL (acronimo di Gestione Case per Lavoratori) Il principio di funzionamento Fondo Gescal era quello di costruire case per i lavoratori con contributi provenienti dai lavoratori stessi, dalle imprese ed in parte da finanziamenti governativi.

I contributi aziendali e dei lavoratori furono soppressi, per la quota a carico dei lavoratori (0,35 per cento) dal primo gennaio 1996 e per la quota versata dalle aziende (ridotta allo 0,35 per cento) dal 31 dicembre 1998. Dal 1998 scompare dal bilancio dello Stato ogni finanziamento per l’E.R.P Rimarranno nelle disponibilità dello Stato i residui GESCAL che ammontano a quasi un miliardo di Euro. Il 9 ottobre 2019 il sottosegretario alle infrastrutture Giancarlo Cancelleri, rispondendo a un’interrogazione dei deputati Rossella Muroni, Erasmo Palazzo e Federico Fornaro in commissione ambiente, ha comunicato che presso Cassa depositi e prestiti compare il conto corrente numero 28128, sul quale giacciono ben 980 milioni di euro. Soldi vincolati alla destinazione per la quale erano stati accantonati, ovvero la tutela del diritto alla casa ma finora mai utilizzati. Il decentramento amministrativo, come strumento utilizzato in modo combinato con la privatizzazione del mercato della locazione, decreta l’estinzione delle politiche abitative pubbliche e la fine di qualsiasi forma di controllo pubblico sul mercato degli alloggi.

Il Decreto Legislativo 31 marzo 1998 n°112 già citato, attuativo della legge 15 marzo 1997 n°59 (Legge Bassanini) sposta le competenze legislative e finanziarie in materia di ERP (così come di tutto il sociale) nelle mani delle Regioni che lasciano che sia il mercato ad agire indisturbato, abbandonando sostanzialmente le politiche abitative pubbliche, anche perché è venuta completamente a mancare la base finanziaria (Gescal e altri finanziamenti statali) per promuovere qualsiasi tipo di intervento. Questo passaggio epocale è sancito dalla Legge Costituzionale n.3 - del 18 ottobre 2001- modifica il titolo V della Costituzione conferendo alle Regioni i poteri esclusi in materia di Edilizia Residenziale Pubblica.

A seguito della riforma del titolo V della Costituzione, si smarrisce definitivamente un intervento unitario e generale nel settore dell’E.R.P. dal punto di vista della sua programmazione, del finanziamento e dell’organizzazione dei livelli prestazionali. Le leggi e i regolamenti regionali che ne sono scaturiti negli ultimi anni hanno segnato in modo irreversibile le finalità sociali del comparto, diversificando fortemente il settore a livello nazionale; con caratteristiche che oscillano da indirizzi fortemente privatistici, fondati sulla logica dell’autofinanziamento (soprattutto al Nord) a situazioni di fortissimo indebitamento e crisi finanziaria, prevedibilmente esposte ad ulteriori processi di alienazione (soprattutto al Sud). Con il decentramento amministrativo e la presa in carico delle funzioni ERP da parte delle Regioni si è fin da subito ridefinito il ruolo degli enti gestori, con la soppressione degli IACP.

Prendiamo ad esempio la Legge Regionale Emilia Romagna 8 agosto 2001 n° 24, DISCIPLINA GENERALE DELL’INTERVENTO PUBBLICO NEL SETTORE ABITATIVO.. All’art. 3 “Riordino della gestione degli alloggi di ERP” si chiarisce subito che il riordino è volto a “trasformare gli attuali IACP in enti pubblici economici, con la denominazione di Azienda Casa Emilia Romagna (ACER) ….”per la gestione di patrimoni immobiliari e la fornitura di servizi tecnici e amministrativi per il settore abitativo al fine di assicurare l’efficienza, l’efficacia e l’economicità della loro attività” Tra le finalità dell’azienda non vengono menzionati, neanche in termini retorici, obiettivi come lo sviluppo del patrimonio, il raggiungimento dell’accesso della casa per tutti ecc ma si riportano finalità di puro esercizio amministrativo, con il rispetto dei principi della economicità ed efficienza, senza nessuno slancio di tipo sociale o progressivo. Un bel passo indietro rispetto alla seppur moderata legge Luzzatti del 1903. Per di più l’Azienda Casa ha la possibilità di intervenire anche nella gestione di patrimoni immobiliari privati, al livello di qualsiasi amministratore di condominio, distogliendo forze e attenzioni da quello che dovrebbe essere la finalità sociale unica.

LA VENDITA DEGLI ALLOGGI ERP E L’HOUSING SOCIALE

Come se non bastassero il taglio pressoché totale dei finanziamenti statali per l’edilizia pubblica e l’aziendalizzazione della gestione del patrimonio erp, ad aggravare pesantemente la situazione ci sono state le disposizioni che hanno consentito la vendita degli immobili ERP: Il primo pesantissimo caso si ha con la Legge n°560 del 24 dicembre 1993 norme in materia di alienazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Con tale legge si sono vendute circa 103.000 abitazioni ERP a livello nazionale. Il prezzo medio di cessione è stato di 24 mila euro. Ciò significa che si è svenduto per 2,5 miliardi di euro un valore immobiliare di almeno 9 miliardi di euro.

Era previsto, come logico, il vincolo di utilizzo dei fondi derivanti dalla vendita per nuove edificazioni ERP ma dai numeri si evince che gli edifici costruiti (dopo parecchi anni) coi fondi introitati, sono in ragione di un edificio nuovo ogni 4 venduti. Analoghi percorsi di alienazione sono previsti dal Piano Casa del Ministro Lupi Legge 28 marzo 2014 n°80, art. 3, in base al quale i comuni possono promuovere dei piani di alienazioni, in particolare modo nei condomini in cui ci sia una commistione tra proprietà privata (derivante da precedenti vendite) e alloggi erp. Si tratta quindi di una politica statale di totale disimpegno dall’intervento nella questione abitativa, funzionale all’esigenza di ridurre il disavanzo pubblico grazie al risparmio di spesa su un settore cruciale.

Risanare la finanza pubblica e in particolare ripianare il debito pubblico, una finalità che inizia a imporsi inderogabilmente all’Italia in vista dell’adesione al Trattato di Maastricht sulla moneta unica (1992) e come sua conseguenza e sarà accentuata negli anni a venire. Dietro tutto ciò si nasconde il principio ideologico liberista in base al quale i diritti sociali saranno soddisfatti come naturale conseguenza del risanamento dell’economia; per cui il perseguimento di pure finalità economico finanziarie è di per sé l’unica reale e possibile garanzia dei diritti sociali.

Per questo l’intervento nel settore abitativo è stato demandato interamente al settore privato e gli interventi pubblici sono stati rivolti a sostegno di progetti di attori privati (imprenditori, gruppi immobiliari, organismi no-profit, banche e fondazioni private) che sono incentivati tramite riduzione di oneri di costruzione, agevolazioni e detrazioni fiscali, cessione di diritti edificatori (costruire in cambio dell’acquisto del potere di costruire), ammortamento degli oneri di urbanizzazione ecc. per la diffusione del cosiddetto Housing sociale, destinato a soddisfare le esigenze abitative della piccola borghesia, in grado di pagare affitti e mutui per valori un po’ inferiori a quelli del libero mercato e garantire quindi una fluida circolazione dei fondi immobiliari emessi dalla Cassa depositi e Presiti a fronte dei finanziamenti.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del governo Draghi vede lo stanziamento di una massa molto consistente di denaro pubblico a sostegno del settore immobiliare per il rilancio dell’economia nel settore dopo gli anni di crisi successivi alla crisi del 2008 . Il sostegno al comparto avviene sotto forma di superbonus di vario tipo (110%, bonus facciate ecc) ma nulla viene destinato all’edilizia pubblica per i settori piu poveri della società. Gli unici fondi stanziati (Programma Innovativo Nazionale Qualità Abitare PINQUA) sono per il rafforzamento dell’housing sociale e per la rigenerazione urbana e il ruolo dell’attore pubblico diviene quello di promuovere interventi nel campo edilizio ‘socialmente orientati’ Il valore stanziato è di 2,8 miliardi di Euro che vanno a finanziare 178 progetti da completare entro il 2026...

I destinatari degli interventi nel campo dell’Housing sociale sono persone che non hanno accesso alle graduatorie’ERP per motivi reddituali e non sono abbastanza ricchi da potersi comprare la casa ai prezzi crescenti attuali. Ci potrebbe anche stare se dall’altra parte fosse soddisfatta l’esigenza di abitazioni per i ceti più poveri. Il problema è che il finanziamento per l’ERP è stato completamente accantonato e il già scarso patrimonio pubblico esistente falcidiato dalle vendite. Con l’housing sociale si vuole caratterizzare l’edilizia “pubblica” come attività di mercato, come occasione di sostegno alla circolazione di ricchezza, in un’ottica di sussunzione più ampia possibile della questione abitativa all’interno della logica di mercato. Per un’analisi dell’Housing Sociale a Parma vedasi il documento della Rete Diritti in Casa. http://dirittincasa.blogspot.com/2010/12/una-lente-di-ingrandimento-sullhousing.htmlhttp://dirittincasa.blogspot.com/2010/12/una-lente-di-ingrandimento-sullhousing.html

I REGOLAMENTI PER L’ACCESSO ALLA CASA POPOLARE

Per l’assegnazione delle case popolari i Comuni ricorrono a Bandi che sono costruiti sulla base di regolamenti comunali redatti sui principi della Legge Regionale che regola l’intervento pubblico nel settore abitativo. Le leggi regionali per l’intervento pubblico nel settore abitativo sono state tutte approvate in seguito al decentramento amministrativo e tutte sono quindi orientate al disimpegno pubblico. La logica ricorrente è quella di cercare di aggirare il problema dell’esiguità del patrimonio ERP cercando di ridurre il numero dei pretendenti e di comprimere le graduatorie. Innanzitutto si escludono gli ultimi arrivati e per norma regionale ad esempio in Emilia Romagna si escludono tutti coloro che non hanno residenza anagrafica o attività lavorativa in Emilia Romagna da almeno 3 anni.

Anche la legge nazionale (legge 40/1998 Prodi Napolitano Turco così come integrata dalla Bossi Fini) fa la sua parte escludendo dalla possibilità di accedere alla casa popolare i titolari di permesso di soggiorno di durata inferiore al biennio e gli stranieri non titolari di un contratto di lavoro. Le Regioni hanno poi nella loro totalità diminuito i valori Isee massimi che consentono l’accesso alla casa popolare (in Emilia Romagna circa 17.000 € se si va oltre non si può presentare la domanda) e abbassato anche la soglia di permanenza per coloro che sono già assegnatari (se si superano i 24.000 si deve uscire dall’alloggio erp assegnato). I regolamenti comunali ci mettono poi del loro, sempre e immancabilmente in modo peggiorativo. La legge regionale E.R. ad esempio prevede l’esclusione (art.23 comma 2) degli occupanti abusivi di alloggi erp.

Molti comuni, compreso quello di Parma, si sono sentiti liberi di introdurre nel loro regolamento anche provvedimenti sanzionatori per gli occupanti di case private (a Parma non vi sono occupazioni di ERP). Veramente odiosi e discriminatori sono poi altre norme di regolamento comunale che definiscono criteri per l’attribuzione di punteggi che sono completamente avulsi dai principi di sostegno sociale alle persone in difficoltà che dovrebbe orientare l’assegnazione degli alloggi. In tanti regolamenti vengono privilegiati con l’attribuzione di punteggi anche preponderanti coloro che risiedono da più tempo in un comune, criterio che di per sé non significa affatto che si sia più bisognosi.

Il principio è tipico dei comuni a conduzione leghista (in provincia di Parma Fontevivo, Lesignano de’ Bagni, Traversetolo) ma la mossa nazional populista è stata intrapresa a Fidenza (PR) da un comune a conduzione PD, appoggiato pure dalla locale sezione di Rifondazione Comunista, che in un regolamento di recente approvazione arriva ad attribuire il massimo punteggio attribuibile cioè 6 punti a chi risiede da oltre 35 anni nel comune dando a questo criterio un valore molto più alto rispetto a quello previsto per sovraffollamento, incidenza del canone sul reddito, condizione di povertà, alloggio antigienico ecc. Lo stesso Comune di Fidenza ha altresì introdotto una carta a punti per garantirsi la permanenza negli alloggi assegnati.

I punti vengono decurtati, in base all’intervento di un accertatore, se non si rispettano alcune norme comuni. In caso di perdita di tutti i punti si decade dall’assegnazione dell’alloggio. Altro criterio con funzioni discriminatorie è quello che prevede per i cittadini italiani il rilascio di un’autocertificazione sull’assenza di proprietà all’estero mentre per i cittadini extra UE viene richiesto di fornire i documenti provenienti dal paese di origine, cosa che pochi paesi extra UE sono in grado di fornire per l’inadeguatezza dei catasti locali In tal modo i comuni che hanno introdotto questo criterio cancellano dalle graduatorie per l’accesso all’ERP molti cittadini extra UE, comprese famiglie in stato di estremo bisogno, che non sono in grado di produrre la “certificazione negativa” del paese di origine.

Diversi di questi articoli di regolamento comunale sono stati impugnati innanzi alla Corte Costituzionale che ne ha sancito l’incostituzionalità. Altra contraddizione che riscontriamo nei regolamenti dei Comuni della Provincia di Parma è quella che prevede la esclusione di punteggio per le situazione di sfratto per morosità, che in linea di massima corrispondono alle situazioni di difficoltà economica, salvo i casi riconosciuti dai servizi sociali, lasciando alla discrezionalità degli assistenti sociali il rilascio di relazioni utili per l’attribuzione di punteggio, cosa che a nostro riscontro , si verifica molto raramente.

Presumiamo che la tendenza a comprimere la platea dei richiedenti alloggi ERP sia una propensione riscontrabile in tanti se non in tutti i regolamenti italiani in materia, così come risultano molto diffusi i criteri di regolamenti che tendono, in un’ottica populistico/elettorale, a favorire assegnazioni agli autoctoni cittadini votanti piuttosto che agli stranieri ancora senza cittadinanza. Il problema di fondo però rimane il fatto che nonostante questo tentativo di ridurre la massa dei richiedenti alloggi erp i numeri si alzano inesorabilmente a fronte di una offerta sempre più risicata e a fronte dell’inasprirsi delle difficoltà economiche per tante famiglie.

Questa scarsità fa si che la strumentalizzazione politica del problema porti a una guerra tra poveri che dobbiamo assolutamente stroncare sviluppando la lotta per il rilancio di politiche abitative pubbliche per i settori popolari che si muovano nell’ottica del recupero dello sfitto esistente, sia pubblico che privato, senza consumo di suolo. Le case ci sono già per tutti.

LA GESTIONE DELLE CASE POPOLARI: I PROBLEMI E ALCUNE PROPOSTE

 Alla mancanza di fondi per nuove costruzioni, recuperi edilizi e ristrutturazioni del patrimonio ERP fanno da contraltare delle evidenti inefficienze nella gestione del patrimonio esistente. L’indicatore più importante della inadeguatezza della gestione è il numero degli appartamenti vuoti e non assegnati. Se la Lombardia con la gestione Aler assurge spesso agli onori e oneri della cronaca per le decine di migliaia di alloggi vuoti, non meno gravi deve essere considerata la situazione in tutte le altre regioni e città. A Parma e provincia il patrimonio ERP è di circa 6000 alloggi.

Gli alloggi non assegnati sono ad oggi circa 500 cioè quasi il 10% del totale e questo a fronte della ricerca disperata di alloggi a canone contenuto da parte di coloro che partecipano ai bandi comunali è da considerare un insulto a chi attende per anni in graduatoria. Riteniamo che questa inefficienza nella gestione ERP sia dovuta alla aziendalizzazione e ai tagli al personale . Il patrimonio ERP è ormai piuttosto antiquato considerato che non si costruisce più da diversi decenni e occorrerebbero tecnici operai e fondi per intervenire con urgenza ad ogni cambio di assegnazione. In seguito alla riduzione del valore ISEE che consente la permanenza negli alloggi (approvato in Emilia Romagna nel 2018) le fuoriuscite sono più numerose che in passato e quindi il numero degli avvicendamenti negli alloggi richiede un maggior numero di interventi di ripristino che le aziende casa non sono in grado di gestire con la dovuta prontezza.

Gli alloggi sfitti in attesa di assegnazione sono quindi notevolmente aumentati negli ultimi anni. La dotazione organica di personale nelle Aziende Casa oggi più che mai non è adeguato alle necessità. Nella fase attuale si aprirebbe poi la possibilità di effettuare una grande politica di ristrutturazione e ammodernamento del patrimonio ERP esistente con l’utilizzo dei bonus e superbonus messi a disposizione dal PNRR ma l’occasione sta sfumando con solo pochi progetti attivati sull’ERP. Questo accade a causa della esiguità del personale, in particolare architetti e ingegneri assunto dalle Aziende Casa e che sarebbero invece necessari per portare a compimento le complicate pratiche e i progetti inerenti le ristrutturazioni.

Questi superbonus, attivati con ingenti fondi pubblici, stanno quindi operando in funzione antiredistributiva, venendo accaparrati da proprietari privati anche con grandi patrimoni immobiliari. Non esiste infatti alcun limite Isee per accedere ai finanziamenti. Inoltre, come riportano le cronache di questi giorni, questi superbonus sono stati spesso accaparrati dalla malavita organizzata per riciclaggio e oggetto di maxitruffe con la cessione del credito Oltre ai superbonus il PNRR prevede un intervento abbastanza consistente per la riqualificazione sismica e energetica degli alloggi ERP. Si tratta dei due miliardi di Euro messi a disposizione dal progetto “Sicuro, Verde, Sociale”.

C’è il concreto rischio che questo progetto non venga adeguatamente messo in atto o che venga utilizzato in modo alternativo rispetto all’utilizzo dei supebonus che saranno a quel punto tutti accalappiati dai privati. Il motivo è sempre l’esiguità delle strutture organizzative delle Aziende Casa, che sono incentrate, essendo Enti Pubblici Economici, sul principio del contenimento della spesa, quella del personale in primis. Pensiamo che sia l’occasione per intervenire con dei momenti di lotta nei quartiere e davanti alle sedi delle Aziende Casa per contestare l’impostazione privatistica di questi enti, rivendicando interventi urgenti di recupero degli alloggi vuoti e riqualificazioni dei palazzi usufruendo dei bonus finanziati e altri progetti del PNRR. In questo percorso di lotta i lavoratori di Acer devono essere considerati degli alleati in quanto non si presume affatto un loro disinteresse alle mansioni lavorative ma si richiede una dotazione organica adeguata alle fondamentali mansioni che un ente gestore di un settore così importante deve avere. I tagli al personale ex Iacp si desumono dalle stesse leggi regionali che, al momento del passaggio da IACP a Azienda Casa prevedono il ricollocamento di parte del personale presso altri enti. L’inefficienza dovuta ai tagli di personale e finanziamenti agli ex IACP contribuisce a svalutare l’importanza delle politiche pubbliche sull’abitare e esaltare il mercato come unica soluzione Riteniamo però che siano necessari anche altri passaggi rivendicativi Nell’Ambito delle Aziende Casa le decisioni fondamentali in merito ai programmi e agli interventi vengono prese da una Conferenza degli Enti (Provincia e Comuni) e da un Consiglio di Amministrazione nominato dalla Conferenza egli Enti (Provincia e Comuni).

Le riunioni dei due organismi non sono pubbliche e quindi le decisioni fondamentali in merito all’utilizzo dei fondi e dei programmi di intervento sono assunte in un contesto poco trasparente. D’altra parte è vero che la legge regionale 8 agosto 2001 n°24 “Disciplina dell’intervento pubblico nel settore abitativo” prevede all’art. 22 delle forme di partecipazione degli assegnatari ERP alla gestione del patrimonio, con modalità che sono poi definite dagli Statuti delle Aziende casa. Forme di partecipazione simili sono previsti nelle altre leggi regionali. Occorre però rilevare l’inconsistenza di queste forme di partecipazione che sono accessibili solo da parte degli assegnatari e dei sindacati degli stessi senza considerare innanzitutto chi una casa popolare non ce l’ha e magari avrebbe da dire la sua rispetto alle programmazioni.

La proposta è quindi quella di promuovere mobilitazioni per imporre la partecipazione ai tavoli cittadini sulla materia, in particolare all’interno delle Aziende Casa, di Commissioni Popolari di Vigilanza sull’utilizzo, finanziamento, recupero ed estensione del patrimonio Erp . Vediamo le Commissioni come espressione dei movimenti di lotta per la casa cittadini, delle quali possano far parte persone senza senza casa, inquilini di alloggi privati e assegnatari ERP, esperti del settore, architetti, ingegneri e geometri militanti. Le Commissioni devono avere accesso in modo continuo ai dati che riguardano il patrimonio, in primis agli alloggi sfitti non assegnati e devono riportare ai tavoli il fabbisogno di alloggi pubblici constatato nei percorsi di lotta contro gli sfratti, e nei contatti sviluppati agli sportelli, verificare i lavori di ristrutturazione e recupero rendendo pubblico l’andamento dei lavori, orientare la programmazione verso il più ampio possibile utilizzo del patrimonio esistente (mai più alloggi sfitti) .

Un’esperienza in tal senso l’abbiamo verificata ad esempio con gli abitanti del quartiere popolare di Sant’Ermete a Pisa dove gli assegnatari e senza casa si sono organizzati per pretendere interventi nel quartiere, controllando la edificazione dei nuovi edifici pretendendone l’adattamento alle esigenze dei futuri abitanti, contestando la pianificazione urbanistica della zona ecc. Un altro esempio di controllo popolare su attività pubbliche è, a Parma, l’attività della Commissione Audit sul debito pubblico che svolge meritoria opera di analisi e denuncia sul come il debito pubblico sia stato creato e soprattutto sui piani di risanamento dello stesso, che tendono naturalmente a ricadere sulle fasce più deboli della popolazione. Queste commissioni popolari possono diventare uno strumento di lotta che supera le contingenze politiche perché non seguono le tempistiche elettorali ma sono strumento dei movimenti di lotta. L’agenda è dettata dalle esigenze sociali, indipendentemente da chi sia al governo della città. Possono costituire un momento di reale partecipazione democratica alla vita della città ed essere la propulsione di cambiamenti cruciali. Dovrebbero essere estesi a tutti i campi rilevanti del sociale, dalla Casa alla Sanità alla Cultura ecc.

 

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