InfoAut

Guerra, crisi, migrazioni: tre rovesciamenti

Introduzione (da Bologna) all’assemblea “Guerra/migrazioni/crisi. Dai conflitti nel vicino oriente alle frontiere della Fortezza Europa”, domenica 19 giugno

All’interno della complessiva dissoluzione della costituzione materiale e dei quadri analitici forgiatasi nel corso della modernità e all’interno di quella lunga transizione senza meta che definiamo come epoca neoliberale, anche i temi della guerra, della crisi e delle migrazioni sono presi in un movimento che ne ridefinisce radicalmente le coordinate. Per cogliere queste mutazioni e per approntare degli strumenti in grado di sviluppare processi di lotta attorno a questi nodi, bisogna partire dalla sostanziale assenza di conflitti espliciti su questi temi e da una complessiva fase di blocco che avvolge i percorsi antagonisti. Ciò che si può fare per riflettere attorno a guerra, crisi e migrazioni è dunque più che altro l’indicare alcuni spunti politici ed ipotesi analitiche, provando ossia a proporre una griglia mobile di lettura, sicuramente parziale. Ciò che è certo è che in questo periodo non sono le evocazioni sterili della “rottura”, le retoriche senza prassi, il ricorso a una lettura integralista dei “testi sacri” a promettere l’apertura di nuovi scenari. All’interno di una complessiva e ripida fase di ridefinizione, è probabilmente l’adozione di una attitudine eretica e spregiudicata, nonché la sperimentazione vera di nuovi terreni e nuovi immaginari, a porsi come una possibile e feconda possibilità di scaturigine per nuove traiettorie del conflitto.

Guerra, crisi e migrazioni, dunque. I tre termini andrebbero di per sé problematizzati, e sicuramente una loro analisi li può scindere solo analiticamente, in quanto essi rappresentano un complesso concatenamento. Assumendo però questo schema, che tuttavia potrebbe trovare anche altri punti di ingresso, è possibile in prima battuta mettere in evidenza come di fronte a ciascuno di questi concetti ci si trovi di fronte a uno specifico rovesciamento. In termini evidentemente semplificati, si può sostenere che per tutti e tre i termini si sia passati da una loro costruzione moderna che li leggeva come altrettante eccezioni, ad una attualità che invece li pone come condizione normale della vita collettiva. In termini sintetici: la guerra è stata in passato vista come l’irruzione episodica di un conflitto tra Stati, i quali tuttavia “normalmente” garantivano una pace al loro interno e una stabilità al loro esterno grazie al diritto internazionale. E’ tuttavia evidente come oggi questo scenario non spieghi assolutamente più nulla delle dinamiche che informano il presente. La crisi è stata anch’essa tendenzialmente pensata come momento- limite, come interruzione di un tempo progressivo che faceva dello sviluppo economico e della crescita le condizioni di normalità nella riproduzione del sistema capitalistico. Anche in questo caso, quello che la contemporaneità pare indicare è piuttosto l’ordinarietà della crisi, il suo divenire forma di governo, mentre lo “sviluppo” appare ora come una situazione temporalmente limitata. Anche per le migrazioni può vigere un ragionamento analogo. Se infatti nei secoli passati si guardava allo spostamento di masse di individui come ad un caso particolare e limitato nel tempo, all’interno di insiemi omogenei di popolazioni che tali infine rimanevano, oggi invece il fenomeno migratorio sembra indiscutibilmente una costante, un dato epocale che mette in movimento e modifica di continuo le società.

Questi tre ribaltamenti sono il prodotto contingente di un rapporto antagonistico, di una serie di conflitti che conduce dunque a non guardare ad essi come prodotti esclusivi del comando o come forme intaccabili di dominio. Si tratta piuttosto di ricercare le tensioni soggettive alla loro base, le spinte di parte che ne sono premessa e al contempo possibile condizione di sovversione. Più che di fronte a un nuovo ordine, guerra crisi e migrazioni segnalano piuttosto proprio l’instabilità, il continuo ridefinirsi delle dimensioni sistemiche. In ciò che segue si tenta allora di misurare alcune coordinate di queste aree di ragionamento, per concludere abbozzando ad alcuni possibili indicatori politici per le lotte a venire.

Crisi. All’oggi uno dei contributi più utili per un’interpretazione della situazione attuale rimane quello elaborato da Midnight Notes. Qui si propone una lettura di lungo periodo, dove la destabilizzazione finanziaria partita dall’insolvenza dei mutui subprime nel 2007-2008 viene ricondotta a un tessuto di lotte e resistenza che affonda le proprie radici a partire dai decenni precedenti. Non si capisce molto della cosiddetta crisi attuale se non collocandola dunque in una prospettiva ampia, all’interno ciò delle molteplici scie di provenienza che si sono sviluppate in tutto il pianeta nella resistenza alla restaurazione neoliberale innescatasi tra fine anni Settanta e primi anni Ottanta. E’ qui che si attiva un potente ciclo che, marxianamente, potremmo definire come “nuova accumulazione originaria”. O meglio, qui emerge come la cosiddetta accumulazione originaria, lungi dal limitare la sua violenza di distruzione creativa alle origini del sistema capitalistico, tenda piuttosto a riprodursi continuamente. Ecco dunque che i quarant’anni di neoliberalismo divengono, in questa prospettiva, un’epoca di distruzione delle condizioni di vita precedenti, dall’Africa all’Europa, nel tentativo di definire un nuovo ordine di accumulazione.
E’ all’interno di questo mutamento che si inverte il rapporto tra sviluppo e crisi, o meglio che si manifesta l’essenza di crisi permanente del sistema capitalistico. L’illusione di un tempo lineare e progressivo si infrange definitivamente, il mondo si multipolarizza, la crisi assume la consistenza di un dispositivo di governo. All’interno di questo cambiamento non si può che rimettere in profonda discussione uno dei punti di vista più produttivi che hanno caratterizzato la stagione di rielaborazione critica delle categorie marxiane negli anni Sessanta e Settanta. Laddove allora infatti uno dei baricentri analitici ruotava attorno all’inscindibilità del legame tra lotte e sviluppo, e alla primazia delle prime sul secondo, oggi questo rapporto è come minimo problematico, se non decisamente scisso. In una fase che piuttosto che espansiva e distributiva si mostra proprio in direzione contraria, il rapporto di capitale produce distruzione e spoliazione, scarti e resti, nonché forme sempre più radicali di esclusione (o comunque di integrazione gerarchizzata fortemente al ribasso). Se questa è, ovviamente per grandi linee, la situazione del momento, la crisi appare oggi più che altro un nome per definire l’instabilità prodotta dal definirsi di un nuovo rapporto di capitale nel tempo globale.

Migrazioni. Anche questo è un tema assolutamente generale, che contiene una pluralità di fenomeni e ancoraggi teorici. Quel che si prova a fare è dunque il proporre una serie di punti che tentano di inquadrare alcuni dei movimenti concreti e teorici e delle tensioni che l’elemento migratorio pare stia determinando nei territori del mondo.
1) E’ necessario leggere le migrazioni all’interno di un doppio schema indissolubilmente intrecciato. Da un lato esse sono esito di una serie di dispositivi, tecniche di governo, strategie geopolitiche e fattori esogeni (come guerre, carestie ecc…). Dall’altro esse sono però anche il prodotto di una potente spinta soggettiva, della ricerca di frammenti di libertà e di migliori condizioni di vita. Esse vanno dunque sempre lette all’incrocio di questi due campi, come processo di confinamento e rottura dei blocchi alla mobilità;
2) I migranti e le migranti non solo sfidano il sistema dei confini, ma mettono in tensione, ridefiniscono e fanno evaporare una serie di elementi costitutivi dei sistemi politici moderni. Gli effetti dei movimenti migratori sono leggibili infatti anche a partire dal loro incidere sull’idea stessa di rappresentanza, nonché di nazione e di popolo. Questi criteri sono costretti a rinserrarsi su improbabili ritorni all’indietro o a misurare la loro inadeguatezza rispetto alla mutazione che definiscono gli uomini e le donne che attualmente, a milioni, si spostano sul pianeta, risultando uno dei fattori più rilevanti nella trasformazione degli Stati;
3) L’attuale consistenza delle migrazioni deve essere ricondotta, così come per quanto da poco affermato rispetto alla crisi, a una lettura di lungo periodo. Al di là delle contingenze, esistono numerose evidenze che inducono a indicare ancora una volta negli anni Settanta uno dei momenti di scaturigine del fenomeno. Dissoltosi l’ordine coloniale e con l’innesco dei processi di restaurazione neoliberale, iniziano in maniera nuova i movimenti migratori che possono essere letti con una specifica continuità sino ad oggi. In altre parole: migrazioni e instaurazione di quella che genericamente viene definita globalizzazione sono due facce della stessa medaglia;
4) E’ possibile leggere le migrazioni come un vero e proprio movimento sociale? Un movimento che evidentemente si riproduce per codici, dinamiche e caratteri che nulla hanno a che fare con le rappresentazioni e le tradizioni dei movimenti sociali cui siamo abituati. Ciò non toglie che provare ad adottare questa lente analitica possa essere un esercizio politicamente produttivo, a patto che non si cada nel tranello di costruire un “soggetto migrante” come categoria unitaria, mentre al suo interno si annidano una molteplicità di soggettività, esperienze, vissuti e prospettive che rifuggono costitutivamente questa riduzione;
5) Quanto appena affermato non toglie però il fatto che la portata delle migrazioni attuali indica che ci si trova di fronte a un fenomeno di massa, che collide con i procedimenti di individualizzazione tipici delle società neoliberali. Laddove la “massa” nasceva con il costituirsi della metropoli, oggi una nuova massa in movimento si definisce all’interno dell’urbanizzazione planetaria, ponendo il problema di come pensare una politica che sia all’altezza di questa “novità”;
6) La tensione da poco descritta tra la spinta soggettiva e i dispositivi di contenimento delle migrazioni deve essere ricondotta alla molteplicità dei confini che attualmente punteggiano i variegati territori del pianeta. Non è infatti solo sulle frontiere degli Stati che confliggono i movimenti migratori. Seguire questi movimenti porta infatti in luce una innumerevole sequenza di confini organizzati lungo tutto il territorio, all’interno delle città, nelle procedure giuridiche, nelle discipline lavorative ecc… Evidenziando come sia necessario ricondurre le lotte su questo terreno a dimensioni generali.
A partire da questa serie di elementi si pongono una serie di domande e questioni che evidentemente potranno trovare “risposte” solo a partire dalle lotte. Di fronte a questo movimento che eccede costitutivamente i piani organizzativi delle attuali strutture politiche antagoniste esistono già molte lotte che hanno avuto il protagonismo di una “componente migrante”. Tuttavia spesso, si pensi alle lotte nella logistica e per il diritto all’abitare, si è verificata in molti casi anche una tensione al negarsi in quanto soggetto migrante all’interno di queste stesse lotte. Ciò va probabilmente ricondotto alla necessità appena indicata di non assumere una unitarietà di un soggetto migrante, così come è necessario anche analizzare i conflitti prodottisi di recente sulle frontiere italiane alla luce dei vari problemi che hanno posto. Mentre le ultime mobilitazioni al Brennero, alcune più opportuniste altre più genuine, hanno mostrato l’impossibilità di uscire da un piano esclusivamente simbolico, i processi sviluppatisi a Ventimiglia hanno indubbiamente un significato maggiore. Essi hanno infatti quantomeno alluso a una relazione col territorio, e sono stati agiti assieme ai migranti, e non in loro voce. Qui si situa probabilmente il crinale decisivo, in quanto è proprio su questo terreno che va orientata la ricerca militante.

Guerra. L’ormai lungo processo di crisi e ridefinizione della forma-Stato ha come specifico effetto quello di una profonda mutazione del paradigma bellico. La data che è possibile inquadrare per trovare un passaggio decisivo è quella del 1991, quando finisce l’esperienza dell’Unione Sovietica e inizia la prima guerra del Golfo. Finita la pax atomica della Guerra fredda, da allora si è assistito a uno stiramento del guerra che da strumento in mano agli Stati è sempre più divenuta un termometro dell’irregolarità e dell’asimmetria dei conflitti. Per cogliere questo spostamento è necessario adottare lenti differenti da quello dello Stato per comprendere cosa oggi sia la guerra, nonché il suo tendenziale definirsi come una guerra civile globale, molecolare, diffusa e permanente. L’attualità presenta innumerevoli verifiche di questa lettura.
Se è vero che sempre più il mondo globale deve essere immaginato come se le metropoli dei vari continenti non fossero altro che i quartieri di una grande meta-città planetaria, questa città riconduce appunto a quella che i Greci definivano come statis, ossia quella guerra civile che di fianco alla polis e al polemos mostra la circolarità della condizione politica. All’interno di questo schema deve essere criticata una lettura rigida dei piani geografici attorno ai quali si è organizzato il mondo del passato, oggi appunto in via sfarinamento. Non esiste più una secca scalarità, che a partire dal basso (il locale), sale verso il nazionale, giunge al continentale (si pensi all’Europa), per poi giungere al globale come vertice della scala stessa. Questi piani sono oggi intrecciati, sovrapposti in maniera rapsodica e mutevole. L’urbano e il globale, diceva qualcuno, si sovrappongono e si sconvolgono reciprocamente. Organizzati attorno alla moltiplicazione dei centri che definisce il campo di tensione del presente, la guerra e una opposizione ad essa non possono che essere pensati che a partire da una loro radicale ridefinizione.
E’ evidente che non è più possibile riproporre ricette di mobilitazione del passato. Concluso da tempo il ciclo No war, una contrapposizione sociale alla guerra deve probabilmente prendere le mosse proprio dalla sua stessa liquefazione in molteplici rivoli e luoghi. Non è d’altronde un caso che le uniche esperienze di rilievo si trovino laddove si verifica un evidente impatto territoriale, come nelle mobilitazioni sarde contro il sistema militare. Se le operazioni belliche, invece che definirsi come invasione di Stati nemici, tendono sempre più a diventare operazioni internazionali di polizia indissolubilmente legate alla difesa o promozione degli interessi economici di ditte e interessi specifici (un caso su tutti: l’attuale missione italiana per la difesa dell’appalto vinto da un’azienda per la ristrutturazione di una diga a Mosul), qualcosa di nuovo va pensato a riguardo. D’altro canto quanto sta avvenendo in questi mesi in Francia è un indicatore importante per questo discorso. Mentre lo Stato francese è sempre più impegnato su innumerevoli fronti, mentre le incursioni dirette da Daesh sul suolo nazionale portano in luce l’esistenza di numerosi foreign fighters partiti dalle città francesi, lo stato d’emergenza dichiarato dal governo viene duramente sfidato da un movimento che prendendo a spunto una legge sul lavoro produce mesi di scontro nelle piazze individuando nella polizia, poco prima santificata dai media per le operazioni contro il terrorismo, il primo nemico. Qui non è l’opposizione alla guerra in quanto tale il tema mobilitante e preso di petto, bensì qualcosa ad essa intimamente connesso ma evidentemente più sottile. Un altro caso, all’interno di una ampia raggiera di luoghi, che deve essere preso in considerazione è quello del Rojava. Alla fine del ciclo insurrezionale apertosi tra il 2010 e il 2011, questa esperienza rivoluzionaria rimane il portato più importante di questa stagione che ha profondamente destabilizzato il quadro sistemico. L’opzione bellica con la quale si è determinata la risposta alle insurrezioni ha trovato qui una capacità di rovesciamento della guerra di importanza storica. Tuttavia, anche su questo fronte, non si può che registrare l’insufficienza con la quale le componenti antagoniste in Italia (e non solo) hanno avuto la capacità di sostenere e in qualche misura tradurre questa esperienza.

Per concludere, guerra crisi e migrazioni pongono una serie di domande aperte alle soggettività antagoniste che non possono che prendere il là dalla necessità di rivedere e scomporre questi macro temi. Nella crisi delle forme politiche attorno alle quali si sono organizzate negli ultimi anni le realtà antagoniste, si tratta di capire che tensioni trasformative è necessario seguire per contrapporsi alle tipologie del ristrutturarsi del comando attorno ai nodi qui presi in considerazione. In seconda battuta, bisogna domandarsi come le forze attuali possano mettersi a servizio di uno sviluppo dei conflitti che si irradiano attorno a questi nodi, ricercando nuovi ingressi, nuove linee di contrasto, inedite costruzioni politiche. Una delle dimensioni metodologiche che può essere utile approfondire è il come legare costantemente i macro-temi come quelli di guerra, migrazioni e crisi all’interno di specifiche composizioni sociali, così come all’interno delle specificità che si presentano nei territori. Una necessaria fase di sperimentazione si apre, che richiede una buona dose di ricerca della trasformazione, di spregiudicatezza, di ambizione. Che richiede che della necessità di mutazione, dello “sporcarsi le mani” che talvolta rischia di diventare logora retorica, si faccia una prassi. Si rischierà, si sbaglierà, si ritenterà meglio. L’importante è dismettere la ripetizione di vecchie ricette, imboccare l’uscita dalle gabbie ideologiche e dalla “forma-movimento” alla quale siamo abituati (con tutti i suoi specifici corollari). In questa direzione c’è probabilmente molto da ragionare e da tentare attorno alle tensioni che si aprono proprio laddove il vecchio pare ripresentarsi nel nuovo.

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

La solidarietà continua: venerdì 11 settembre presidio al carcere delle Vallette

A più di un mese di distanza dalla giornata di lotta del 25 luglio, due giovanissimi attivisti tedeschi sono ancora rinchiusi nel carcere delle Vallette.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Di greenwashing, militarizzazione dei territori e questione energetica

La Toscana è sempre più al centro di una serie di interessi economici legati a doppio filo alla macchina bellica e al complesso militare-industriale.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Il 3 ottobre torniamo a marciare insieme

Da Sant’Ambrogio ad Avigliana. Una marcia popolare contro la nuova tratta nazionale Avigliana-Orbassano e per il futuro del nostro territorio.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

RitardaTav: quando i treni non sono mai in orario, dal 2033 si passa al 2035

Il tempo passa ma le vecchie abitudini restano. Se c’è un punto fermo nella costruzione della Torino-Lione è sicuramente che non si può mai dire — nemmeno per scherzo — che i cantieri siano un esempio di puntualità ed efficienza. La grande piaga che ci portiamo appresso da trent’anni continua infatti con i suoi ritardi cronici.

Immagine di copertina per il post
Intersezionalità

No justice no peace: verità e giustizia per Fakir!

Condividiamo l’appello verso il 12 settembre 2026 giornata di solidarietà, discussione e raccolta fondi a Bologna a seguito dell’omicidio di Fakir diramato dalla Piattaforma di Intervento Sociale.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Più canadair meno armi

In vista della due giorni di iniziativa che si terrà a Torino il 19-20 settembre contro il riarmo (al fondo all’articolo il programma completo) alla quale anche Confluenza contribuirà per portare il tema su come la guerra investe il nostro territorio, condividiamo un’intervista che abbiamo svolto a Don Renato Sacco, prete della Val d’Ossola sconvolta dagli incendi durante questa estate di calore ed emergenza ecoclimatica.

Immagine di copertina per il post
La Fabbrica della Guerra

Danimarca: “Mosca prepara sabotaggi contro le nostre aziende della difesa”. La guerra ibrida si avvicina 

Che la filiera bellica si espanda in Europa e che questo porti inevitabilmente a un aumento del rischio anche per il nostro territorio è chiaro, la vicenda di Colleferro è uno degli esempi più lampanti.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Torino è contro il riarmo

Ripubblichiamo l’indizione della due giorni del 19-20 settembre 2026 che si terrà a Torino organizzata dall’assemblea cittadina Torino Partigiana.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Hanover: finto think tank utile a diffondere propaganda israeliana

Un’inchiesta originariamente svolta dal Guardian ha svelato il meccanismo utilizzato da un finto Think tank – inesistente in quanto senza sede, senza indirizzi né referenze – “Hanover” che allena l’intelligenza artificiale nella creazione di propaganda ad hoc in favore di Israele e del suo operato.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

A Travagliato (BS) il Comitato contro il data center ottiene una prima vittoria

I progetti per costruire nuovi data center in Lombardia e per gli allacciamenti alla rete Terna aumentano di giorno in giorno.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio

Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Di seguito ripubblichiamo il podcast del dibattito tenutosi al BlackoutFest 2026 e condiviso da Radio Blackout.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Francia, antisemitismo e islamofobia: intervista a un attivista di UFJP

Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix) in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia, l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su questo dibattito.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Ceuta: il contesto e i responsabili della crisi umanitaria

Ripubblichiamo questo articolo che approfondisce alcuni aspetti della tragedia umanitaria di Ceuta, individua responsabilità politiche e inserisce ciò che è avvenuto in un quadro più ampio di dinamiche di guerra globale e di garanzia per il regime egemonico.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

“No NBA Europe”: una campagna necessaria

All’interno di una fase in cui può sembrare difficile distinguere tra potenze in declino o in ristrutturazione, anche dal mondo dello sport arrivano segnali che propendono verso la seconda alternativa.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Genova 2001. Una storia del presente

Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida: alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega-Parte 2

In una minuscola frazione dell’Aspromonte un giovane sulla trentina viaggia a dieci km orari a bordo del suo Jimny scalcagnato. Sono le 22, l’aria gelata dell’inverno sta sferzando le cime degli ulivi. I finestrini dell’auto sono appannati. Lui non deve andare da nessuna parte, non deve raggiungere parenti o amici: molti di loro si sono trasferiti in città, altri sono al Nord, forse torneranno per le ferie di Natale. Una grande cappa di solitudine lo avvolge, lo opprime. Si chiede, quando è solo, sempre più solo, se il resto del mondo sappia cosa vuol dire vivere così, abitare in un paese morente senza la possibilità, l’intenzione o la forza di andarsene.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Qualcosa di nuovo sul fronte orientale

Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti, Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran  – per ora – prendono nota.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida. Alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega – Parte 1

Faida è una delle parole germaniche che è sopravvissuta nell’italiano odierno. La sua sopravvivenza è dovuta probabilmente al fatto che per lungo tempo ha rappresentato un istituto giuridico preciso nelle culture germaniche. Infatti, mentre noi usiamo comunemente faida come la definizione di uno scontro brutale e prolungato tra due gruppi di persone (si pensi alle “faide familiari”, o quelle tra le cosche mafiose), il suo significato originale indica il diritto, per un privato, di ottenere soddisfazione per un torto subito ricorrendo all’uso della forza. Una sorta di “giustizia privata”.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

L’Intelligenza Artificiale come «Macchina», «Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati – di Emiliana Armano

l presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo.