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Il terreno sta cedendo? Lo yen, il dollaro e l’autunno caldo in Francia

Pubblichiamo la traduzione di questo interessante articolo di Andrée Dima apparso su Realité il 14 ottobre 2026 in vista della giornata di mobilitazione del 17 ottobre in Francia.

Diciotto mesi fa, dopo la pubblicazione del nostro primo articolo, “Su un terreno instabile”, abbiamo ricevuto numerosi commenti da parte di lettori tanto benevoli quanto perplessi: che farsene di queste analisi e, in fin dei conti, a che pro tutto questo arrovellarsi il cervello? Nella prospettiva di un autunno di lotte sociali, vorremmo mostrare, in maniera più concreta, i legami tra congiuntura monetaria e lotta di classe e, soprattutto, che cosa cambi per chi intende intervenire nel movimento reale.

Da una trentina d’anni, i paesi ricchi vivono a ritmo di credito a basso costo, e gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia hanno potuto mascherare, attraverso il debito, lo smantellamento della propria industria nazionale. È questo il contesto che ha plasmato le forme assunte dalle lotte e i «compromessi sociali» che ne sono nati; è questo il contesto nel quale ci siamo formati, abbiamo compiuto la nostra formazione politica e, forse, nel quale abbiamo acquisito delle cattive abitudini. La situazione sta tuttavia cambiando, e il 17 ottobre potrebbe assumere una portata ben diversa rispetto ai movimenti sociali ai quali ci siamo abituati, gilet gialli compresi: la posta in gioco non è più costringere il governo a fare marcia indietro su una legge o un provvedimento, ma mettere la borghesia francese con le spalle al muro, imponendole un’alternativa: la fine della guerra a Est oppure il sacrificio dell’euro. Due prospettive la cui portata supera di gran lunga i confini nazionali e che mettono in gioco gli equilibri mondiali. A condizione, però, che il movimento sia consapevole di ciò che ha tra le mani. 

Per rendere tutto questo più tangibile, occorre ripartire da una sequenza iniziata quest’estate, con un avvenimento apparentemente lontano, quasi esotico: nella torpida calura del mese di agosto, la Banca centrale del Giappone ha annunciato un’operazione congiunta con il Dipartimento del Tesoro statunitense, volta ad arginare la svalutazione della propria valuta, lo yen. Se vale la pena soffermarsi su questa iniziativa, è perché si trattava di un’operazione alquanto borderline. Innanzitutto, per il metodo adottato: in una situazione del genere, la prima reazione di una banca centrale sarebbe, in linea di principio, quella di aumentare i propri tassi di riferimento (che determinano gli altri tassi d’interesse). Poiché in Giappone questi figurano tra i più bassi al mondo, la banca centrale dovrebbe apparentemente disporre di ampi margini di manovra, ma il problema è che un intervento del genere avrebbe avuto conseguenze spiacevoli anche per il mercato del debito pubblico statunitense, e non solo. L’economia giapponese sta emergendo da trent’anni di deflazione, e i tassi d’interesse vi rimangono strutturalmente più bassi che altrove. Siccome il denaro costa poco, gli speculatori si indebitano in yen, per poi convertirli e investirli in titoli più remunerativi, come i buoni del Tesoro statunitensi. È un’operazione nota come carry trade, che contribuisce a indebolire il valore dello yen e, allo stesso tempo, ad alimentare la domanda di debito pubblico americano. Lo yen a buon mercato funziona come una macchina per fare soldi, non soltanto per gli speculatori, ma anche per lo Stato americano: basta però che Tokyo aumenti i propri tassi perché questo meccanismo che alimenta il debito pubblico statunitense rischi di incepparsi.

Per evitare di arrivare a tanto, l’adorabile Scott Bessent, segretario al Tesoro americano, si è dunque offerto generosamente di dare una mano: anziché aumentare i tassi d’interesse, la Banca del Giappone avrebbe potuto riacquistare la propria valuta, riducendone la quantità in circolazione e facendone così risalire il valore. E per evitare che il Giappone finanziasse l’operazione vendendo titoli del Tesoro americano, Washington avrebbe potuto persino farsene carico al suo posto, magari vendendo euro per coprire i costi. Il tutto per qualche centinaio di miliardi di dollari. Questa mossa ha lasciato di stucco gli osservatori. Segnala infatti che il mercato del debito americano, il più profondo e liquido del mondo, non è più in grado di assorbire uno shock dell’ordine di un centinaio di miliardi di dollari senza subire un aumento immediato, doloroso e intollerabile dei tassi d’interesse sul debito pubblico statunitense. Segno che il dollaro sta raggiungendo i propri limiti, entrando in maniera sempre più evidente in una fase di senilità monetaria.

Ritorno su Un terreno instabile

Per comprendere appieno la portata dell’evento, il lettore ci conceda una breve digressione sul contesto storico, che avevamo esaminato più approfonditamente in Su un terreno instabile. Nel 1971, Nixon annuncia la fine della convertibilità del dollaro in oro e, con essa, la fine del sistema di Bretton Woods, che aveva strutturato il sistema monetario del dopoguerra attorno al controllo dei movimenti di capitale. In fondo, questo avvenimento non rappresentava altro che un adeguamento della struttura monetaria ai movimenti dei capitali più maturi, che già da un decennio ne mettevano alla prova i vincoli, ricorrendo a ogni sorta di espediente per aggirare le barriere imposte alla loro mobilità (in particolare attraverso il mercato degli eurodollari, ma questa è un’altra storia). Preso atto della fine di Bretton Woods, il nuovo sistema monetario si è dunque riconfigurato attorno a due grandi principi: da una parte, la progressiva deregolamentazione dei movimenti di capitale, che consentiva di investire liberamente all’estero e di rimpatriarne i profitti; dall’altra, il passaggio a un regime di cambi fluttuanti tra le principali valute. Principi che avrebbero costituito il quadro di una globalizzazione nella quale le potenze imperialiste si misurano le une con le altre attraverso i rispettivi tassi di cambio.

È così che, nei curiosi anni Ottanta, si è instaurata una singolare guerra valutaria «dall’alto» tra le potenze imperialiste: è l’epoca dei Volcker, delle Thatcher, dei Raymond Barre, che gareggiano nell’innalzare i tassi d’interesse, talvolta in maniera spettacolare, per sostenere le rispettive valute. Per gli Stati Uniti, era il prezzo da pagare per mantenere il dollaro al centro del sistema monetario internazionale; per gli altri, che faticavano a sostenere le proprie valute attraverso avanzi commerciali,in particolare la Francia e la Gran Bretagna, era l’unico modo per evitare il declassamento dei rispettivi capitali. Questa situazione è durata fino alla metà degli anni Novanta, quando le autorità cinesi, per evitare l’apprezzamento dello yuan, hanno avviato una politica di conversione sistematica delle eccedenze commerciali cinesi in buoni del Tesoro statunitensi. Un volume crescente di liquidità, indifferente ai rendimenti offerti, si è così riversato negli Stati Uniti, provocando una forte diminuzione dei tassi d’interesse (ricordiamo che questi riflettono i rapporti tra acquirenti e venditori sui mercati del debito). In questa nuova congiuntura, gli Stati Uniti e, al loro seguito, la Gran Bretagna e la Francia hanno cominciato a funzionare a pieno regime grazie ai «doppi deficit»: una combinazione di deficit commerciale, legato alla deindustrializzazione, e di deficit di bilancio, reso possibile dalle nuove facilitazioni all’indebitamento. Dal 1994, il debito pubblico si è moltiplicato per sei in Francia e per undici in Gran Bretagna.

Questo sistema confortevole, fondato sulla subordinazione della Cina nell’economia mondiale, non era tuttavia destinato a durare, e le prime crepe hanno cominciato a manifestarsi già negli anni Dieci del Duemila, sulla scia della crisi finanziaria. Nel pieno della crisi, il dollaro ha inizialmente confermato il proprio status indiscutibile di valuta rifugio e di maggiore liquidità internazionale, ma ha comunque mostrato segni di debolezza durante l’ondata di quantitative easing varata dalla Federal Reserve (massicce iniezioni di liquidità a sostegno dell’attività economica). Il deprezzamento del dollaro rispetto all’euro ha giustificato, all’epoca, le forti pressioni esercitate sulla Germania affinché la BCE adottasse una politica analoga. La Cina ha risposto alla contrazione della domanda mondiale dapprima con un piano di rilancio interno (2009), e poi con un vasto programma di investimenti infrastrutturali all’estero (le Nuove Vie della Seta), che ha trasformato le modalità del suo inserimento nell’economia internazionale e, con esse, la convenienza di detenere un simile ammontare di riserve in dollari.

A partire da quel periodo, la Cina comincia a ridurre la propria esposizione e a disfarsi dei buoni del Tesoro USA che aveva accumulato fino ad allora. Il processo è stato graduale, ma resta il fatto che al picco del 2013 la Cina deteneva oltre 1.300 miliardi di dollari in buoni del Tesoro (l’11% del debito pubblico americano), mentre oggi ne possiede soltanto circa 600 miliardi (il 2% di quel debito). Per quanto le banche centrali vassalle di Washington ne abbiano assorbito una parte, ciò non è bastato a compensare contemporaneamente il disimpegno cinese e le nuove esigenze di finanziamento del Tesoro americano. Sono dunque subentrati gli investitori privati: la quota di debito americano da loro detenuta è passata dal 40% all’inizio degli anni Dieci a quasi il 60% di oggi[1]. Ed ecco un nuovo problema: questi investitori non acquistano titoli per il piacere di accumulare riserve valutarie, ma per diversificare un portafoglio il cui valore viene giudicato, in ultima analisi, in base al rendimento. In breve, i detentori del debito americano sono diventati sensibili ai tassi d’interesse, soprattutto perché dopo anni di investimenti insufficienti negli Stati Uniti il ciclo dell’intelligenza artificiale offre loro opportunità d’investimento alternative e decisamente più redditizie. Dopo vent’anni di culto del modello fabless e dell’«economia immateriale» (in altre parole, dell’esternalizzazione), l’alta tecnologia americana si è rimessa a investire in beni materiali con uno zelo da neoconvertiti. Supercomputer, reti in rame e reattori nucleari modulari costituiscono altrettanti attivi utilizzabili come garanzie (collaterali), offrendo alle imprese del settore la possibilità di finanziarsi attraverso il debito. Nella sua insaziabile sete di investimenti, il settore tecnologico, tradizionalmente finanziato sui mercati azionari, ha dunque cominciato a espandersi nel mercato obbligazionario, dove entra direttamente in concorrenza con i titoli di stato. Si stima che nel 2026 i giganti dell’intelligenza artificiale potrebbero raccogliere tra i 300 e i 600 miliardi di dollari sui mercati del debito[2].

Il quadro resterebbe incompleto senza tener conto della guerra. È infatti proprio nel momento in cui la domanda di titoli di debito pubblico americano si prosciuga che la guerra condotta su più fronti impone un’accelerazione del ritmo della spesa: il bilancio delle forze armate statunitensi è passato da 755 miliardi nel 2021 a oltre 1.000 miliardi nel 2026. Cina, intelligenza artificiale, guerra: questa traiettoria complessiva si traduce in un rapido aumento dei tassi d’interesse. Gli Stati Uniti stanno attraversando una brusca crisi d’astinenza, ed è questa situazione, inedita nella storia recente del dollaro, a fare da sfondo all’intervento di quest’estate: per assorbire 100 miliardi di buoni del Tesoro detenuti dai giapponesi, il mercato avrebbe imposto un ulteriore rialzo dei tassi, sempre più doloroso da sostenere a causa dell’aumento del debito pubblico statunitense. Da qui il colpo basso di Bessent, la cui eleganza è consistita nel far pagare il prezzo dell’aggiustamento alle economie europee: ognuno per sé e Dio per tutti.

Dall’altra parte dell’Atlantico, la «questione francese» ossessiona l’Eurozona

Se ci siamo soffermati così a lungo su questa ricostruzione, è perché ci sembra che questi elementi di contesto siano fondamentali per comprendere appieno la profondità storica di un eventuale movimento sociale che dovesse svilupparsi in Francia nel corso dell’autunno. La Francia occupa infatti, nel quadro che abbiamo appena delineato, una posizione singolare. Ovunque, sulla scia degli Stati Uniti, la nuova congiuntura monetaria internazionale spinge i tassi d’interesse verso l’alto, ma naturalmente non tutti dispongono degli stessi mezzi per attutirne l’impatto. I paesi che avranno maggiori difficoltà ad assorbire lo shock sono quelli in cui le imprese, e con esse l’occupazione, dipendono maggiormente dagli aiuti pubblici, e il cui tessuto industriale devastato non è più in grado di sostenere la crescita. In breve, le economie caratterizzate dai doppi deficit (commerciale e di bilancio) , tra le quali figura la Francia. I tassi d’interesse sul debito francese hanno infatti reagito con una rapidità stupefacente nell’arco di un solo trimestre: dal 3,6% prima dell’estate a quasi il 5% di oggi, il livello più alto degli ultimi venticinque anni[3]. Un brusco ritorno alla realtà: l’ultima volta che lo Stato pagava così caro il denaro preso in prestito, il suo debito ammontava a poco più di 500 miliardi di euro; oggi supera i 3.500 miliardi. Eppure, non si tratta soltanto della Francia: se questa dovesse fallire, l’intero sistema dell’Euro fallirebbe con lei. La Francia si trova sulla linea di faglia di questi movimenti tettonici monetari che mettono in movimento i grandi blocchi mondiali.

Il terreno, già instabile, sta cedendo, in un contesto sociale reso teso da dieci anni di macronismo incoerente e dall’aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti alla pompa: una situazione delicata per un governo ormai privo di margini di manovra sul piano del bilancio pubblico. Se dovesse esplodere un movimento sociale, il manganello sarebbe il mezzo migliore per rassicurare i mercati. Colpirebbe più duramente in quanto l’esecutivo in carica è ormai privo di prospettive elettorali e, pertanto, non ha più nulla da perdere. Ma qualora la repressione non dovesse bastare, la contraddizione potrebbe benissimo spostarsi a un livello superiore, quello di Bruxelles. Che il governo francese non riesca a far approvare un «bilancio di responsabilità», oppure che la BCE accetti, come ultima risorsa, di riacquistare titoli del debito francese per concedergli un po’ di respiro, la «questione francese» finirà per contagiare l’euro. Anzi, ha già cominciato a farlo: dalla fine di agosto, l’euro perde terreno rispetto al dollaro, con il problema che un euro debole rende anche più costose le importazioni di petrolio, fatturate in dollari. Per arrestare il deprezzamento, la BCE dovrebbe aumentare il proprio tasso di riferimento: una doppia pena per le imprese europee, strette nella morsa tra l’aumento del costo del denaro e quello degli idrocarburi.

È nella natura stessa di un’unione monetaria far ricadere sull’insieme dei membri le conseguenze delle difficoltà delle sue singole componenti. Si riproporrà dunque inevitabilmente la stessa questione sollevata negli anni Dieci, durante la crisi dell’Eurozona: perché i paesi «frugali» dovrebbero farsi carico delle conseguenze di un fallimento francese? Ma questa volta il film sarà diverso, perché è cambiato il cast. Nel ruolo del debitore disperato non troviamo più la piccola Grecia, bensì la Francia, too big to fail; in quello del lupo cattivo, una Germania che non è più quella di Schäuble, ma un paese nel quale l’AfD è diventata la seconda forza parlamentare. Lo scenario è più o meno lo stesso negli altri paesi frugali alleati della Germania, dall’Austria alla Finlandia, fino ai Paesi Bassi: nessun governo del Nord potrà firmare un assegno a favore di Parigi senza pagarne successivamente il prezzo alle urne. A questo punto, è vero, non possiamo che formulare delle ipotesi, ma un movimento sociale vigoroso in Francia potrebbe ragionevolmente aprire due possibilità.

La prima, probabilmente la meno dolorosa, consisterebbe nell’affrontare la causa dei problemi più immediati: la crisi dei carburanti. L’aumento dei prezzi non cade dal cielo: è la conseguenza cumulativa di due guerre imperialiste, in Ucraina e in Iran. Nel breve periodo, il modo più pragmatico per gestirla comporterebbe, per gli europei, l’avvio di un processo di pace sul fronte orientale, al fine di ristabilire la regolarità degli approvvigionamenti dalla Russia.                                                             La seconda possibilità consisterebbe nel gestire le conseguenze di un’insolvenza francese (vale a dire l’incapacità di imporre al proprio proletariato un nuovo piano di austerità) all’interno dell’Eurozona, forse al prezzo di una frammentazione negoziata dell’area monetaria. Piuttosto che assistere all’uscita fragorosa di una grande economia dall’Eurozona, si avrebbe una sorta di quiet quitting collettivo, che consisterebbe nel creare, per ciascun sistema nazionale, euro di qualità differenti, dotati di tassi di cambio variabili. Ciò restituirebbe flessibilità alle politiche monetarie nazionali, dispensando al tempo stesso i paesi frugali dal farsi carico dell’aggiustamento necessario a sostenere le economie più traballanti. In questo modo si isolerebbe il «problema Francia», sancendo al contempo, in maniera collettiva e negoziata, la fine della moneta unica.

Attraverso l’anello più debole?

Questa ricostruzione della questione monetaria mostra fino a che punto l’«anello francese» sia vulnerabile e quale portata potrebbe assumere un movimento capace di mettere alle strette la borghesia francese. Un movimento del genere, in ultima analisi, non le lascerebbe che due vie d’uscita: porre fine alla guerra imperialista a Est oppure sacrificare lo strumento monetario del proprio imperialismo lumpen, l’euro. Per queste ragioni, non possiamo considerare il movimento attuale, capace di scuotere la struttura dell’imperialismo, come una semplice data nell’agenda militante, come l’ennesima ripresa autunnale delle mobilitazioni sociali, e nemmeno solo come un’occasione simpatica per fare casino. Perché, in queste circostanze, la cosa più disastrosa sarebbe che un movimento emergesse per poi lasciarsi risucchiare dalla consueta drammaturgia delle manifestazioni sindacali, dello sciopero del martedì e del cortège de tete (spezzone di testa  del corteo, n.d.t). Che si lasciasse così ricondurre alle rivendicazioni di routine: difesa degli «interessi del servizio pubblico» (intesi nel senso proprio del termine), tassazione dei ricchi, convergenza delle lotte e, perché no, un programma di noleggio agevolato per i veicoli elettrici, per finire docilmente relegato tra le voci del prossimo bilancio pubblico. Al contrario, è il suo potenziale di rottura che bisogna mettere in primo piano, convincendo i partecipanti al movimento della sua portata storica e portando lo scontro sulle questioni bandite dai dibattiti televisivi, quelle che contano davvero, perché hanno una portata sistemica e internazionale, cioè gli aiuti ad imprese che prosciugano le casse della previdenza sociale; la moneta forte che permette alle multinazionali francesi di arricchirsi all’estero mentre impoveriscono il tessuto economico nazionale e il finanziamento di una guerra imperialista di cui paghiamo il prezzo alla pompa della benzina. Tutte aspetti della configurazione esistente che un movimento del genere potrebbe rimettere in discussione.

Note

[1] Benn Steil, «America is losing its captive creditors» (L’America sta perdendo i suoi creditori vincolati), Financial Times, 10 settembre 2026.

https://www.ft.com/content/a441ea66-329a-4f42-8e50-3ff140958e53

[2] Euan Healy, Emily Herbert, Michelle Chan, «AI hyperscalers are transforming debt» (Gli hyperscaler dell’intelligenza artificiale stanno trasformando il mercato del debito), Financial Times, 28 settembre 2026.

https://www.ft.com/content/00f94018-e658-4545-b16e-1bc00e19b754?syn-25a6b1a6=1

Estratti selezionati:

«Il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, e il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, sostengono che gli hyperscaler competono sul mercato dei capitali con quello dei buoni del Tesoro statunitensi, che vale 31.000 miliardi di dollari e sul quale, la settimana scorsa, i costi di finanziamento a dieci anni hanno raggiunto il livello più alto dal 2007».

«Questa frenesia nella raccolta di capitali sta trasformando il modo in cui il mondo prende denaro in prestito, influenzando dove, quando e a quale costo le imprese e i governi emettono titoli di debito. Alcuni hanno dichiarato che potrebbe trattarsi del più grande sconvolgimento dalla nascita del mercato delle euro-obbligazioni negli anni Sessanta».

[3] Questi tassi sono tassi nominali. Per calcolare il tasso reale, occorre sottrarre il tasso d’inflazione, poiché quest’ultima aumenta «meccanicamente» le entrate dello Stato e la sua capacità di rimborso. Se ci basiamo sulle previsioni dell’INSEE — 2,6% per l’anno in corso —, i tassi reali si attesterebbero attualmente intorno al 2,5%.

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