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Da Sabra e Shatila a Yarmouk

Riportiamo un’intervista con Nidal Hamad, profugo palestinese sopravvissuto al massacro di Sabra e Shatila, durante il quale ha perso una gamba. Ci siamo fatti raccontare, oltre alla sua esperienza durante l’invasione del 1982, anche altre di due questioni ora più che mai centrali all’interno della lotta palestinese, in Diaspora e nei Territori Occupati Palestinesi, andando ad affrontare sia la crisi siriana e la recente aggressione del campo di Yarmouk, sia il servilismo dell’ANP, all’interno di quel “processo di pace” adesso più morto che mai.

 

Sabra e Shatila è stata una grande tragedia per il popolo palestinese e per le organizzazioni della resistenza palestinese. Nel giugno 1982, quando la dirigenza palestinese era a Beirut e in Libano, le forze israeliane hanno attaccato il paese e hanno accerchiato Beirut, chiudendo la città.

Dopo 88 giorni in cui abbiamo combattuto contro l’aggressione israeliana vi è stato un accordo tra l’OLP (Organizzazione per la Liberazione Palestinese) e la coalizione di paesi formata da USA, Italia e Francia. Dopo questo accordo, i combattenti palestinesi hanno lasciato Beirut e si sono rifugiati in Siria, Iraq, Emirati, Sudan, Algeria, Tunisia. Secondo l’accordo, questi paesi (Italia, Francia e USA), si sono impegnati a proteggere i civili palestinesi e avrebbero impedito ogni attacco ai campi profughi palestinesi in Libano (come Sabra e Shatila, Burj el Barajneh, Mar Elias).

Gli ultimi combattenti si erano ritirati da Beirut il 31 agosto ’82, due settimane dopo le elezioni con le quali il presidente Bashir Gemayel, leader del fronte fascista in Libano, era diventato presidente con l’aiuto dello stato israeliano.

Il 14 settembre il presidente Gemayel è stato ucciso e dopo due giorni l’esercito israeliano ha fatto irruzione a Beirut Ovest, mentre il 16 settembre è iniziato l’attacco a Sabra e Shatila, dove esercito israeliano e fronte fascista/falangista hanno compiuto un massacro e ucciso migliaia di civili palestinesi.

[Per via dell’evacuazione successiva all’accordo internazionale], non c’erano combattenti palestinesi, eravamo solo in 30, abbiamo provato a far qualcosa per la popolazione cercando di impedire ai falangisti e agli israeliani di chiudere tutte le vie di uscita del campo. Molti di questi combattenti erano del Fronte di Liberazione Palestinese, organizzazione palestinese attiva in Siria e vicina al PFLP.

Siamo riusciti a resistere per un giorno e qualche ora, dopo di ché tutti i combattenti sono stati uccisi, feriti o arrestati. Io sono stato l’ultimo a resistere, poco prima un mio compagno è stato ucciso, due sono stati arrestati dall’esercito israeliano e 2 dalle forze libanesi.

 

In questo momento ci sono poi altre tragedie nelle quali potrebbe essere ritrovato anche un parallelo con Sabra e Shatila, tra cui quella che sta avvenendo a Yarmouk, puoi dirci qualcosa a riguardo?

Secondo la mia opinione, ciò che avviene a Yarmouk e in tutta la Siria, non si tratta solo di un’opposizione al regime; la guerra in Siria rappresenta anche una guerra contro la Palestina e contro tutto il fronte della lotta. Il conflitto è contro Hezbollah, contro le organizzazioni palestinesi, contro la Siria e l’Iran, contro chiunque combatte Israele.

All’inizio la popolazione palestinese di Yarmouk e degli altri campi era neutrale tra il regime e l’opposizione. Ben presto abbiamo capito come il campo fosse strategico per le milizie dell’opposizione, le quali hanno tentato più volte di penetrare a Yarmouk, perché il campo rappresenta la porta d’accesso al centro di Damasco (dista solo 4 km dal palazzo di Bashar Al Assad). Dopo diversi mesi, l’opposizione ha occupato il campo e e molti palestinesi hanno dovuto abbandonarlo per rifugiarsi in altri campi in Siria o in altri stati quali Libano, Germania, Norvegia. Una volta occupato il campo, uno dei leader della coalizione dell’opposizione siriana, George Sabra, del partito comunista filo-statunitense ha dichiarato che non avrebbero abbandonato il campo perché quella era la via d’accesso a Damasco.

L’ISIS è penetrato a Yarmouk attaccando Aknaf Beit al Maqdidi, ala locale di Hamas con il sostegno del Fronte al Nusra, che rappresenta Qaeda in Siria. ISIS e Al Nusra hanno provato a prendere il controllo di tutto il campo di Yarmouk, occupando metà campo, mentre un’altra parte del campo è controllata da Aknaf Beit al Maqdisi e dai combattenti palestinesi vicini all’opposizione siriana. Un’altra parte ancora è invece sotto il controllo di organizzazioni palestinesi vicine alle autorità siriane, come il Fronte Generale per la Liberazione della Palestina – Comando Generale, Fatah al-Intifada e il Fronte Popolare di Lotta.

Adesso la situazione Yarmouk è molto grave. Anche se non abbiamo un quadro preciso, è certo che l’ISIS non controlla l’intero campo, controllano delle strade ed alcuni edifici, circa il 50% dell’intero campo, mentre l’altra metà è divisa tra le forze palestinesi vicine e quelle contrarie al regime. Ora la situazione è particolarmente critica per i civili, i quali non possono ricevere aiuti dall’esterno.

Il significato dell’occupazione di Yarmouk è quello di scacciare i palestinesi lì rifugiati verso altri paesi come la Germania e la Scandinavia perché la questione palestinese è in primis la questione dei profughi: sgomberare i campi palestinesi attraverso la guerra significa compromettere la lotta in Palestina perché i campi profughi palestinesi sono la fucina del movimento di resistenza.

Ciò che avviene in Siria non riguarda solo la Siria, ma riguarda in primis la questione palestinese e ruota attorno alla sicurezza di Israele. I palestinesi in Siria hanno goduto finora di buone condizioni, non sono stati trattati diversamente dai cittadini siriani. In Siria abbiamo le nostre organizzazioni di resistenza, i nostri campi di addestramento, i nostri leader, i nostri media, la Siria era per noi un buon posto dove stare e lavorare.

Per l’ISIS, dopo non essere riusciti a mantenere la loro presenza in paesi come l’ Afghanistan, adesso l’obiettivo è quello di controllare Siria e Iraq, cioè rompere l’asse che lega Siria, Libano e Palestina, cioè l’asse che sostiene la resistenza palestinese. Da Hamas, a Hezbollah al PFLP, tutte le organizzazioni della resistenza ricevono aiuti da Siria e Iran, se tagliano la “linea siriana” non ci saranno più aiuti a queste organizzazioni. E questa è anche la ragione per cui molti paesi e molte organizzazioni straniere in questo momento si trovano in Siria per combattere contro il regime.

Riconosco che il regime non sia il migliore al mondo, ma ritengo che il suo mantenimento sia centrale nella lotta di Hezbollah, della resistenza palestinese e nella lotta contro Israele. Il regime in Siria non ha mai detto “si” a USA, Arabia Saudita, Israele e Turchia. Non accetta Israele e credo che adesso stia pagando il prezzo di tutto ciò. La questione dei profughi rappresenta il cuore della crisi siriana. Se provocano un altro esodo di profughi palestinesi dai campi siriani e libanesi verso l’Europa, gli Stati Uniti o l’Australia, l’essenza stessa della lotta palestinese può dirsi sconfitta. Per questo ritengo che il campo di Yarmouk sia stato colpito, per la sua rilevanza strategica e perché fucina della resistenza in tutta la Diaspora palestinese.

 

Puoi parlarci del coordinamento di sicurezza tra ANP e forze d’occupazione?

Dal 1993, quando Arafat e la sua leadership hanno firmato gli accordi di Oslo, è iniziato per i palestinesi un periodo fatto di concessioni dirette da una leadership sempre meno rappresentativa degli interessi della lotta palestinese.

Tralasciando questioni essenziali per il popolo palestinese, come il diritto al ritorno e lo Status di Gerusalemme, gli accordi prevedevano molte concessioni, territoriali e non solo, come ad esempio il coordinamento di sicurezza. Questo rappresenta un grande problema per i palestinesi perché prevede che l’autorità nazionale palestinese lavori per Israele, ed è proprio così che sta accadendo.

Se i militari israeliani non possono far qualcosa, la sicurezza palestinese la fa per loro. Ad esempio, se l’esercito israeliano vuole arrestarti e non ti trova, allora i palestinesi ti prendono e ti consegnano agli israeliani. Loro lavorano contro il popolo palestinese; sono palestinesi che lavorano contro palestinesi. Non è lotta, non è nazionalismo, è solo servilismo per Israele e per l’occupazione e noi dobbiamo cambiare ciò; non ritengo adeguata una lotta interna al popolo palestinese in questa fase, ma dobbiamo cambiare ciò perché per il popolo palestinese è molto pericoloso continuare così. Si tratta di collaborazionismo della peggior specie, laddove sarebbe necessario un fronte unito nella resistenza all’occupante.

Mahmoud Abbas – presidente di queste persone che lavorano per gli israeliani – è una persona che pensa solo ai negoziati tra lui stesso e lo stato sionista. Non si tratta di negoziati tra palestinesi e israeliani, ma solo tra lui e il suo entourage e le autorità israeliane. Il processo di “pacificazione” iniziato con il processo di Oslo rappresenta una strada corrotta e un processo fallimentare fin dal suo inizio.

In Palestina adesso abbiamo anche un altro problema, quello con Hamas. Hamas ha lottato contro gli israeliani, ma quando ha preso il controllo di Gaza ha iniziato a lavorare per consolidare il suo potere e ha posto fine alla guerra. Se torniamo indietro a 5 anni fa, vediamo che Hamas ha smesso di attaccare l’occupazione, limitandosi a difendersi quando le forze israeliane attaccano Gaza.

In Palestina abbiamo 2 territori sotto occupazione che fanno capo a due diverse autorità – uno a Gaza e uno nella West Bank – abbiamo 2 regimi sotto occupazione – uno a Gaza e uno nella West Bank. Comunque Hamas almeno quando attaccano Gaza risponde e difende la Striscia e non riconosce lo stato ebraico, mentre Mahmoud Abbas lo ha accettato ed è pronto a dargli sempre di più e a svendere ancor di più i nostri diritti nazionali.

Nonostante al momento la sinistra si sia indebolita rispetto al passato e viva oggettivamente una situazione di crisi economica, data anche la precaria situazione siriana, noi non accetteremo mai di sottostare alle imposizioni dell’ANP e di Tel Aviv, e lotteremo – in Palestina, nei campi profughi e in tutta la Diaspora – fino al momento in cui torneremo nella nostra terra.

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