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Brevi considerazioni attorno al marzo francese

Ciò che ha maggiormente colpito di questo marzo, è la rapidità con la quale la mobilitazione ha preso piede e l’estensione che ha saputo raggiungere. A un mese dalle prime assemblee generali nelle facoltà e dai primi blocchi sistematici della didattica nelle medie superiori, il movimento è presente su tutto il territorio dell’esagono e pare ormai destinato a riprodursi nelle settimane a venire. Dopo le 500.000 persone di mercoledì 9 marzo e dopo le diverse centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza giovedì 17 e giovedì 24, lo sciopero generale di giovedì 31 ha portato nelle strade di tutte le principali città francesi oltre un milione di manifestanti, decisi ad opporsi al progetto di riforma del mondo del lavoro che va sotto il nome di Loi El Khomri. Se la giornata del 31, molto partecipata e vivace nonostante la pioggia battente, ha catalizzato la fase espansiva delle ultime quattro settimane, durante tutto il weekend si sono svolte delle occupazioni simboliche di piazze – a Parigi e in molte altre città –, mentre per martedì 5 e sabato 9 aprile sono state indette altre due giornate di sciopero e di azione.

Come noto, al centro della mobilitazione il ritiro incondizionato della legge-lavoro. Malgrado gli emendamenti già apportati al testo dopo i sommovimenti di inizio marzo, e malgrado le divergenze malcelate nelle alte sfere del Ps tra chi appoggia il primo ministro Valls e chi mostra sempre maggiori insofferenze nei confronti della linea dura, l’indisponibilità al dialogo e alla concertazione costituisce il marchio di fabbrica della protesta. Ad esclusione dell’Unef (il sindacato nazionale studentesco vicino al Ps), che sarà ricevuta nei giorni a venire dal governo ma che risulta largamente marginalizzata nelle assemblee universitarie, e ad esclusione della Cfdt (il sindacato giallo che è immediatamente ritornato sui propri passi, dopo le prime modifiche del disegno di legge), studenti medi e universitari, precari, disoccupati e salariati, così come sans-papiers, ecologisti, militanti per il diritto all’abitare e vari altri gruppi, collettivi e associazioni non hanno alcun dubbio sul senso delle agitazioni: leur faire peur, far loro paura! Se, infatti, il ritiro della legge El Khomri ha senz’altro rappresentato l’occasione d’un incontro a lungo mancato, nelle assemblee generali, ai picchetti, davanti ai blocchi delle scuole superiori o nelle manifestazioni è estremamente diffusa la consapevolezza che per ottenere il miglioramento delle proprie condizioni di vita quotidiane e lavorative non ci si possa accontentare di difendere i diritti conquistati mezzo secolo fa e sottoposti a erosione da diversi decenni. Lo si è sentito ripetere più volte nelle settimane scorse – quasi a conforto di un vissuto condiviso e della volontà di provare a fare qualcosa assieme, di investirsi personalmente e collettivamente per trasformare lo stato di cose presente: la proposta della legge-lavoro non è che la goccia che ha fatto traboccare il vaso; la sua cancellazione dall’agenda politica non è che l’obiettivo minimo e a breve raggio, che non deve però esaurire la spinta di un movimento che ormai si è innescato…

L’effervescenza di questo primo mese non nasce magicamente dal nulla, ma affonda le proprie radici in diversi episodi significativi che hanno avuto luogo nel periodo antecedente l’inizio delle mobilitazioni. A tal proposito, si possono annoverare perlomeno due fenomeni. Innanzitutto, la lunga serie di vertenze sindacali che ha recentemente costellato il panorama delle lotte francesi, da Good Year a Renault, passando per Continental e molte altre. Estremamente mediatizzato il braccio di ferro autunnale sui tremila licenziamenti annunciati da Air France, culminato con lo scempio della camicetta e la fuga successiva del direttore delle risorse umane di fronte all’arrabbiatura di lavoratori e sindacalisti che pretendevano un confronto. Ugualmente emblematico il caso di una coppia di operai di un’azienda della filiera di Louis Vuitton da cui il regista François Ruffin ha tratto il documentario Merci patron!, la quale, dopo aver vissuto con 400 euro al mese per oltre quattro anni a causa di una delocalizzazione, si è vista sottoporre ad esproprio la casa, per rivendicare poi un lauto indennizzo a spese della multinazionale; così come il documentario Comme des lions, di Françoise Davisse, sulla chiusura dell’impianto Peugeot di Aulnay-sous-bois, tutto incentrato sulla violenza padronale e sull’opposizione ostinata e coraggiosa dei salariati. Tre episodi di riscatto, ciascuno paradigmatico a modo suo, che iniettano un profondo desiderio di rivincita e allontanano ogni sentimento d’impotenza.

Un secondo elemento da menzionare è la nascita del collettivo on vaut mieux que ça, che si auto-definisce come una piattaforma multimediale critica e popolare il cui scopo è scatenare la presa di parola. Sul sito vengono caricati racconti di vita ed esperienze quotidiane di maltrattamenti e soprusi sul luogo di lavoro, richieste extra-contrattuali, orari eccessivi, vessazioni, paghe irrisorie, discriminazioni razziste e sessiste, “senza gerarchizzare questi vissuti che sono essi stessi le conseguenze di logiche sistemiche”[1]. Ciò che balza agli occhi è la prossimità con decine e decine di storie sostanzialmente analoghe a quelle affrontate da molti giovani e lavoratori in Italia. Se il mercato del lavoro francese pare infatti per certi versi meno frammentato di quello di tanti altri paesi europei, e se il sistema di tutele e protezioni sociali regge ancora di fronte agli assalti delle ristrutturazioni neoliberali, le narrazioni in prima persona di migliaia di esperienze ricordano le tristi vicende che molti di noi hanno vissuto sulla propria pelle. I video caricati e visualizzati centinaia di migliaia di volte hanno anch’essi contribuito a creare e a diffondere un’affettività comune e a veicolare una volontà di azione.

Non è dunque un caso se, una volta lanciata venerdì 19 febbraio, la petizione online di ritiro della legge El Khomri è stata sottoscritta in tempi record da quasi 1,5 milioni di firmatari.

Tuttavia, il vero slancio di questa prima fase ascendente proviene dal mondo studentesco e in particolare dagli studenti medi, i quali si sono finora distinti in positivo per iniziativa, determinazione e capacità organizzativa. Per quanto riguarda questi ultimi, basterà accennare al fatto che durante tutto il mese di marzo decine di istituti – prima in centro a Parigi, poi anche nel resto della Francia e nei quartieri popolari della capitale – sono stati regolarmente bloccati e che giovedì 31 marzo undici Presidi hanno deciso di chiudere preventivamente i battenti dei propri edifici onde evitare “disagi” di varia natura (cosa che non era accaduta nemmeno in occasione delle dure proteste del 2006 contro il CPE, Contrat première embauche). Quanto alle Università, sono ormai circa una sessantina ad essere in fermento. Sotto l’impulso iniziale di Paris VIII e, in seconda battuta, della Sorbona, le università sono diventate il teatro di costanti assemblee generali e interluttes animate in molti casi da oltre 500 persone. È soprattutto in questi momenti di scambio e discussione che è emerso con chiarezza il carattere radicale e globale della mobilitazione, in cui la critica della rappresentanza politica e sindacale primeggia su qualsiasi altra istanza. Poco importa, dunque, che al potere vi sia un governo che di socialista mantiene soltanto il nome: nei confronti dell’esecutivo non vi sono rivendicazioni esplicite da rivolgere, ma la semplice volontà di sbarazzarsi il più presto possibile del suo lascito antisociale.

Ecco allora che, con assiduità, da oltre quattro settimane in Francia si scende in piazza, ognuno con le proprie forme e tecniche di manifestazione del dissenso – le quali hanno creato, come sempre accade, delle reazioni di dubbio valore da parte dei servizi d’ordine dei sindacati[2]. Nella tarda mattinata, dopo il blocco degli istituti con cassonetti e altri materiali, sono gli studenti medi ad aprire le danze, portando lo scompiglio in città a partire da place de la Nation[3]. Nel pomeriggio, poi, lavoratori e studenti universitari infoltiscono le file, trovandosi sistematicamente costretti a fronteggiare la brutalità gratuita delle violenze poliziesche[4]. Sulla scorta di questa escalation, la tematizzazione dello stato d’emergenza è stata così progressivamente posta sotto i riflettori e dibattuta criticamente durante le assemblee generali. Decretato immediatamente dopo gli attentati del 13 di novembre e rivelatosi di grande utilità nel contrastare le proteste contro Coop21[5], a fine gennaio lo stato d’emergenza non era percepito negativamente da circa l’80% dei francesi. Come spiegato da Didier Fassin, esso rappresenta infatti un dispositivo che impatta fondamentalmente 1. sulle condizioni di vita dei soggetti razzializzati che vivono in prevalenza nelle banlieue e nei quartieri popolari e 2. sulle condizioni stesse di possibilità del fare politica[6]. Se già a fine febbraio vi erano stati i primi tentativi di auto-organizzarsi per discutere e reagire di fronte alle maggiori prerogative concesse a forze dell’ordine e magistratura, è solo con il consolidamento del movimento contro la legge-lavoro che lo stato d’emergenza ha cominciato ad essere seriamente posto sotto accusa. Ed è così che di fronte alla crescita della mobilitazione mercoledì 30 marzo Hollande è stato costretto – con estremo rammarico – a ritirare la “déchéance de nationalité” e a rinunciare alla riforma in senso securitario della costituzione[7].

Ciò detto, alcune brevi considerazioni possono essere rapidamente delineate. È infatti chiaro che rispetto alle difficoltà degli ultimi anni alcuni significativi punti di blocco sembrano momentaneamente risolti. Dopo l’assassinio di Rémi Fraisse nell’ottobre del 2014, per esempio, le reazioni da parte dei movimenti sociali e della cittadinanza francese, in particolare a Parigi, erano apparse poco efficaci. Durante la primavera scorsa, in occasione dei tentativi di sostegno simbolico nei confronti del popolo greco e di Syriza, in piazza non vi erano mai più di 5.000 persone, con una composizione generazionale paurosamente avanti con l’età. Solo i movimenti anti-razzisti e anti-islamofobi sembravano aver assorbito il colpo del “dopo Charlie”, organizzando un importante meeting alla Borsa del lavoro di Saint-Denis il 6 marzo 2015, continuando a offrire un sostegno pratico e legale ai migranti assembrati negli accampamenti di Austerlitz, Stalingrad, La Chapelle, nel XVIII° arrondissement, a Calais, ecc., e portando in piazza decine di migliaia di persone il 31 ottobre 2015 con La marche de la dignité. Ora, da giovedì sera sono in corso in una dozzina di città delle acampadas che ricordano da vicino, per composizione sociale e forme di partecipazione, le esperienze degli Indignados e di Occupy Wall Street. Il fenomeno, di per sé, risulta senz’altro di grande interesse in quanto migliaia di persone si riuniscono – in molti casi per la prima volta – in varie commissioni (a Parigi: “democrazia interna”, “azione diretta”, “animazione”, “comunicazione” e “logistica”) a loro volta suddivise in sotto-commissioni e poi nelle assemblee generali per discutere in uno spazio pubblico su come rafforzare ed estendere il movimento[8]. Aldilà dei contenuti degli interventi – non sempre al livello dell’entusiasmo e del bisogno di esprimersi – ciò che ritorna in modo martellante è l’esigenza di creare delle reti di convergenza delle lotte e di rompere ogni tipo di separazione. In particolare, più volte è stata posta la questione dell’articolazione con le problematiche razziali e la situazione dei migranti. Questo, probabilmente, il vero nodo da districare; il legame da tessere potenzialmente ancora più carico di ricadute positive rispetto a quello tradizionale tra studenti e lavoratori, soprattutto in un contesto specifico come quello francese.

Cosa accadrà concretamente nelle settimane e nei mesi a venire è ancora presto per dirlo. La partecipazione massiccia alle manifestazioni di piazza e il loro tenore spiccatamente acceso, l’ampia adesione agli scioperi sindacali, la ricchezza dei dibattiti nelle assemblee universitarie, così come la passione delle nottate in piedi di questo weekend risultano non solo incoraggianti, ma giustificano con nettezza una certa sensazione: ce n’est qu’un début…

da Commonware


[1] Letteralmente “si vale di più di ciò”, ma liberamente traducibile con “ci meritiamo ben altro”.

[2] Per una critica interna molto interessante e partecipata di un militante di base della CGT rispetto alla gestione della piazza di giovedì 24 marzo, cfr. https://paris-luttes.info/cette-cgt-n-est-pas-la-mienne-5156?lang=fr.

[3] Qui alcune immagini prevalentemente raccolte nella mattinata di giovedì 17 marzo nei pressi del Boulevard Voltaire: https://www.youtube.com/watch?v=mQkO0vL8UhY&feature=youtu.be.

[4] Per una sintesi delle prime tre settimane, cfr. https://www.youtube.com/watch?v=dukcALbc9Pc. L’immagine di apertura del liceale malmenato giovedì 24 marzo da tre agenti è stata vista da centinaia di migliaia di persone. Meno nota la reazione dei compagni di scuola avvenuta l’indomani, che hanno attaccato un commissariato del XIX° arrondissement, nei pressi del Liceo Henry Bergson: https://www.youtube.com/watch?v=sjqfAm2BWYM.

[5] Cfr., per esempio, l’intervista a Mathieu Rigouste.

[7] https://www.youtube.com/watch?v=380ZKfZFgh8. Ciononostante, le derive della società francese, con oltre un miliardo di euro sottratti dai vincoli di bilancio e investiti nell’ambito delle politiche securitarie, restano tutt’ora seriamente preoccupanti!

[8] Per seguire a distanza, cfr. https://www.periscope.tv/w/1jMKgMPymobJL.

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