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Appunti palestinesi

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di Jack Orlando da Carmilla

1) Israele è uno Stato criminale. Fondato su basi teologiche e tenuto in piedi dal terrore, dal colonialismo e dalla segregazione. Ma questo è noto, sono note le violazioni dei diritti umani, le occupazioni illegali di terre e di case, gli arresti di bambini, le fucilate sui contadini e gli omicidi mirati all’estero. Come non è nuovo che il concetto di guerra sviluppato nelle stanze dell’esercito “di difesa” israeliano non presuppone il coinvolgimento di civili come perdite collaterali, bensì come obbiettivo esplicito per fiaccare, tramite paura e caos, la resistenza palestinese (ma possiamo immaginare che non si farebbe problemi a bombardare famiglie di innocenti anche all’estero).

Quando si guarda alla forma politica e militare sionista, si guarda all’avanguardia dell’Occidente, laboratorio di governo sociale securitario che combina produzione massiva di consenso con articolati dispositivi di contro-insorgenza e di mobilitazione militare talmente ampia da strabordare oltre ogni confine fino a non poter distinguere più ambito civile da ambito militare.

Bollarlo di nazismo o di barbarie fine a se stessa è solo fuorviante, poiché lo limita ad una situazione di eccezionalità apparentemente irriproducibile, oscurando invece il ruolo oltre che geopolitico, anche laboratoriale strategico: nella questione arabo-israeliana vengono messi a regime e verificati esperimenti di governo propri di un territorio in crisi permanente; che è proprio ciò che l’Occidente ha davanti a sé come prospettiva e da quel laboratorio trae (o meglio, compra) strumenti e lezioni per blindare la sua posizione. Quella che è stata definita più volte democrazia autoritaria ha frequentato parecchie lezioni in ebraico. La questione arabo-israeliana non è qualcosa di altro dall’Europa, è l’eccezione che può serenamente essere norma in un tempo venturo.

2) La violenza che si abbatte ciclicamente sul popolo palestinese non è solo dettata da inimicizia etno-religiosa, fa parte in maniera strutturale della nazione ebraica in quanto potenza di occupazione coloniale; l’intreccio di guerra, politica, nazionalismo e apartheid fa sì che il conflitto sia anche il materiale che stabilizza ed influenza i rapporti politici ed elettorali interni. In questo caso, una manovra che mira a tenere in sella il fragilissimo governo di Netanyahu puntellato dall’estrema destra. Discorso simile vale anche per il campo palestinese, dove la resistenza all’occupazione israeliana è il pane migliore per le ormai decadenti formazioni politiche maggiori, nella contesa per il potere interno, specialmente a ridosso delle elezioni rinviate, dopo quindici anni in cui non si sono tenute, proprio a ridosso dell’esplodere delle ostilità. Ma sotto le contese elettorali esistono le soggettività reali che in questi eventi, volenti o nolenti, precipitano nell’agire collettivo e determinano alle volte, imprevisti cambiamenti di rotta.

3) In uno slogan non freschissimo, ma molto in voga al momento, si dice “non è una guerra, è un genocidio”. In parte è vero, Israele bombarda le case degli innocenti non solo nei momenti caldi, pratica la pulizia etnica quotidianamente espellendo gli arabi dai territori occupati, brutalizzandoli tramite i suoi soldati, relegandoli ai gradini più bassi della scala sociale, impedendone la mobilità e minandone le infrastrutture necessarie alla sopravvivenza sociale; questo è fuor di dubbio. Ma nei giorni attuali, quello a cui si è assistito è effettivamente una guerra, e non perché i generali di Tzahal si siano dati delle regole minime se non di buon cuore almeno di diritto internazionale, ma perché da parte palestinese è scattata una reazione probabilmente non preventivata da alcun attore in campo.

Dopo gli incidenti alla moschea di Al-Aqsa, l’entrata in campo delle brigate Al-Qassam di Hamas e di quelle Al-Quds del Movimento per la Jihad Islamica, ha fatto emergere una potenza di fuoco finora inedita. La mole di ordigni lanciati sulle città israeliane, in grado di forare lo scudo missilistico aereo IronDome, non era mai stata utilizzata e segna un passaggio di fase nelle capacità organizzative e militari delle milizie, così come la precisione d’attacco, puntando a porti, ferrovie e centrali elettriche ha dimostrato una volontà che esula dalle precedenti rappresaglie che disarticolano l’uso dello spazio pubblico israeliano, ma punta a fiaccare ed inibire la capacità di risposta dell’avversario infliggendo danni ampi alle sue infrastrutture.

È una dialettica bellica che, al netto delle lampanti disparità in campo, si muove da pari a pari. Quando i giornali italiani titolano “guerra tra Israele e Hamas” sbagliano. È guerra tra Stato Israeliano e Nazione Palestinese.

4) Secondo motivi differenti e logiche simili, per muovere il conflitto, tanto le forze sioniste che quelle arabe necessitano di un enorme slancio propagandistico per mantenere più ampio e compatto possibile il blocco di consensi.

Con la paranoide logica da assediato portata avanti da Israele per decenni, l’ipotesi bellica è un evento a cui la sua popolazione è perennemente pronta e reattiva, non solo, ne è parte integrante della propria identità collettiva.

Per ragioni diverse, riassumibili in una quotidianità fatta di violenza strutturale, da parte palestinese, l’evento bellico è qualcosa di estremamente familiare ed oltre l’angoscia delle bombe che cadono, esiste probabilmente la consapevolezza che in quel momento la possibilità non sia solo quella di ricevere morte ma anche di darla. Per quanto orribile questo possa sembrare, il grande pensatore martinicano Franz Fanon ha ben insegnato come stia proprio qui la scintilla della liberazione dal giogo coloniale. A Israele serve che i suoi cittadini siano stretti a falange a difesa di se stessi per mantenersi in piedi come potenza, alla Palestina è necessario che i sentimenti di rabbia e frustrazione diventino motore di cambiamento alimentati dal martirio collettivo.

Ed ecco che la guerra è tale non solo perché si stiano confrontando le reciproche forze militari, ma perché ogni uomo o donna (o bambino, come nel caso del recente video di un bambino ebreo di otto anni con un fucile d’assalto a tracolla) che respiri è parte della linea del fronte. I raid aerei e i lanci di razzi sono la parte più visibile di un’inimicizia belligerante che si combatte strada per strada, casa per casa. In questa logica si inscrivono i tumulti che hanno visto i palestinesi scontrarsi con coloni e polizia in ogni città, i rispettivi luoghi di culto assaltati a più riprese, i pogrom antiarabi, i linciaggi di cittadini isolati da parte di gruppi avversari; gli attacchi missilistici da oltre confine per forzare un allargamento del conflitto. Quando l’inimicizia è al suo apice, la regia dello scontro non sta più nelle camere di un quartier generale, ma è polverizzata lungo tutto il campo di battaglia.

Altro che soluzione di “due popoli due stati”, questa è paccottiglia da diplomazia bella e scaduta da un pezzo: questa inimicizia che oggi è al suo picco massimo, resta attiva perennemente come inimicizia assoluta e seppure l’unico sbocco possibile sul lungo termine, nella mente dei generali, è l’eliminazione totale dell’avversario, l’unica soluzione reale (e mai permanente) sarà politica, non in senso diplomatico ma in senso di stabilimento di rinnovati rapporti di forza.

A dispetto delle dichiarazioni dei vari portavoce, questa guerra non la vincerà chi avrà distrutto definitivamente l’altro ma chi avrà conquistato una forza maggiore una volta cessate le ostilità.

5) La mobilitazione generale significa lo sprigionamento di energia sociale, la catalizzazione di processi in nuce o compressi. Ma quando vengono liberate forze di massa, specialmente in momenti critici, è difficile stabilire quanto esse resteranno entro i parametri definiti dall’alto.

In entrambi i campi, la risposta compatta alla guerra non risolve le contraddizioni interne a due società in profonda crisi; tutti i giovani palestinesi che hanno preso in mano il fucile e che non sono inquadrati nelle brigate, tutti quelli che si sono scontrati con pietre, lame e fuochi d’artificio, difendono sì la Palestina in quanto identità collettiva, ma non per forza le sue istituzioni riconosciute. Anzi, davanti allo scarso credito di cui godono queste ultime, verrebbe da pensare che in atto, dentro la guerra, sia in gioco anche una rivolta contro lo status quo: liquidare questa mobilitazione totale come solo diretta dall’alto, o solo resistenza anti-israeliana è semplicistico e fallace. C’è la ricerca di un riscatto soggettivo e di uscita da una situazione di invivibilità determinata sì dallo Stato ebraico ma anche da una borghesia compromessa e molle, da una classe politica dedita alla micragnosa amministrazione della miseria e della difesa del piccolo privilegio.

Né il presidente Abbas, né la dirigenza di Hamas o Fatah avrebbero rischiato una escalation militare per difendere la dozzina di case di Sheik Jarrah; verosimilmente più che proteggere le case hanno difeso la propria posizione rincorrendo la fuga in avanti della gioventù palestinese che già da settimane era organizzata nella difesa dagli sfratti e nel confronto con i sempre più frequenti pogrom dei coloni; la rivolta sulle scalinate della moschea di Al Aqsa presa d’assalto dalle truppe di Tzahal non è stato che un eclatante casus belli.

6) Al momento in cui scatta il cessate il fuoco la diplomazia internazionale plaude al ritrovato equilibrio e si appresta ad archiviare dai tg questa ennesima brutta storia in quel del Medio Oriente. Israele celebra la chiusura dell’operazione Guardiano delle Mura come un successo, ma anche in tutti i territori della Palestina si rincorrono le manifestazioni di vittoria e attorno alla moschea di Al-Aqsa scoppiano di nuovo scontri con la polizia israeliana. Di nuovo, come dieci giorni fa. La pace è formale e temporanea, destinata ad infrangersi in una nuova offensiva che è solo questione di tempo.

Intanto nessuna delle due parti è avanzata di un passo, qual è allora la vittoria? Da parte palestinese si celebra una prova di forza inedita per gli ultimi quindici anni. La tornata di quattrocento razzi lanciati prima del cessate il fuoco, aveva tutta l’aria del cannone a salve che saluta un avvenimento importante: una potenza militare con cui si dovrà da ora fare i conti e che si erge a rinnovato scudo del popolo palestinese.

Le milizie ripongono i lanciamissili, ma coloro che invece restano a combattere in strada non è detto che siano disposti a smobilitare. Proseguono i pogrom dei coloni, proseguono quelle ostilità quotidiane che non fanno notizia, ma è possibile che si sia data ora un’accelerazione alle forme di resistenza e di contrattacco che vadano oltre le organizzazioni ufficiali.

È su questo che bisogna ora focalizzare l’attenzione: che la Terza Intifada, come è stata immediatamente definita dai giornali, sia effettivamente al suo inizio? Inoltre, il timone della resistenza è stato indubbiamente in mano ad Hamas e alla Jihad Islamica e Fatah, nonostante la sua potenza di fuoco, è rimasta in secondo piano tirando fuori le armi solo dopo diversi giorni; si dà allora la possibilità di uno slancio avanti dell’islam politico all’interno di questo passaggio? Ma, soprattutto, quale versione di islam politico (no, non è tutto Isis) si affaccia come vincente agli occhi di una gioventù sul piede di guerra, data anche l’incapacità di presa di parola delle organizzazioni più vicine a una matrice marxista che pure hanno preso parte alle ostilità ma rimanendo sostanzialmente subalterne e senza voce? Il nodo, di difficile scioglimento, non è ovviamente se ci piaccia o meno Hamas piuttosto che Fatah, questa è tifoseria da salotto, ma piuttosto: si dà, anche sotto una cornice islamica, un possibile spazio di ricomposizione e di conflitto con cui si riesca a dialogare e che sappia offrire un avanzamento ed un riferimento anticoloniale alle popolazioni mediorientali, nel cui immaginario la Palestina è un riferimento potente, nonché a quelle occidentali le cui organizzazioni antagoniste hanno da tempo abbandonato un punto di vista internazionale che non sia di mera solidarietà o snobismo intellettuale? Oppure le rive del Giordano vedranno semplicemente la rabbia e le istanze di liberazione assorbite in un ennesimo quadro jhiadista ancora senza rivali in quanto ad egemonia culturale?

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