Sardegna, pastori e una lotta inconclusa

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Il settimo tavolo di trattativa ieri in Prefettura a Sassari ha sancito la tregua definitiva nella guerra del latte che ha visto scontrarsi i pastori sardi con gli industriali dei caseifici sul prezzo del latte. Un accordo è stato raggiunto dai rappresentanti dei pastori e degli industriali: nuovo prezzo del latte a 74 centesimi a litro e 23 milioni del governo per rilanciare la filiera, ovvero ritirare il pecorino romano invenduto e fare aumentare sul mercato il prezzo al chilo del romano facendo salire così il prezzo del latte fino a un euro entro settembre. Così almeno auspicano gli uomini riuniti ieri al tavolo. Tra i pastori che hanno lottato duramente in quest’ultimo mese sembra però prevalere rabbia e delusione. I più non sono soddisfatti di un aumento di soli 14 centesimi al litro e c’è la sensazione che ancora una volta che ad avvantaggiarsi della situazione siano stati i grossi industriali. La notizia di una nuova cisterna del latte diretta al caseificio Pinna incendiata nella notte nelle campagne di Torralba nel sassarese sembra segnalare una riscossa non sopita che minaccia di tornare a farsi sentire nei prossimi tempi. Ospitiamo un photo-reportage che ripercorre volti, umori, e ragioni collaterali alla lotta dei pastori. Gli scatti ritraggono momenti di vita in comune nei presidi principali e nei centri in cui la lotta è stata più virulenta nella settimana a ridosso dell’apice della mobilitazione che ha attraversato l’isola, a metà del mese di febbraio. Foto e testo sono di Antonio Messana.

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Gianni mi offre una Marlboro rossa. Ha 21 anni e la mattina si alza presto per lavorare in fattoria da suo padre a appena una quindicina di chilometri da qui. La sera viene qui al presidio con gli amici, si fa una bevuta e maledice i padroni, i politici, i moralisti, i ricchi, i fascisti, i comunisti, i negri, i rumeni, i cinesi. Insomma tutti quelli che si possono maledire oggi nel nostro paese. Adesso, il sole è appena tramontato dietro le colline. L’aria è fredda. Ci passa accanto rapido il signor Michele, che infilza su uno spiedo un quarto posteriore di una pecora. Attorno al fuoco, gli spiedi sono fissati in verticale e il signor Michele gira pazientemente intorno a questo spettacolare arrosto circolare, spostando i quarti in base al colore e al grado di cottura. Aspettando la carne, mangiamo pane e ricotta fresca. Ottima, per quanto mi riguarda.

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Gianni guarda l’arrosto e mi dice ghignando che: “Il pastore non muore di fame”. L’atmosfera è quella di una bella mangiata in famiglia, una serata piacevole in campagna, malgrado il freddo. La gente si raccoglie intorno al grande arrosto, i fuochi sono tenuti accesi ogni notte e il giorno le ceneri fumanti fanno pensare davvero a un campo militare durante un assedio. Effettivamente, se non fosse per gli occhi cerchiati e le espressioni gravi, ci si potrebbe quasi divertire.

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A un centinaio di metri da noi, i tutori dell’ordine chiacchierano in cerchio, alcuni sono appoggiati svogliatamente alle camionette blindate parcheggiate di fronte al caseificio Pinna. Il caseificio in questione è uno dei più grandi della regione, con un volume di affari di decine di milioni di euro. Lo stabilimento ha effettivamente proporzioni colossali. I Carabinieri presidiano l’entrata principale, mentre il movimento di protesta si è accampato poco più giù, su uno slargo in terra battuta accanto all’asfalto della provinciale. “Sono bravi” mi dice Gianni intercettando il mio sguardo. “Ci offrono da fumare, ogni tanto vengono a chiacchierare. Non lo dicono apertamente ma sono dalla nostra parte”. E non sono i soli. In tutta l’isola si vedono appesi ovunque le lenzuola bianche di sostegno alla protesta. #iostoconipastori.

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Lo scopo del presidio è semplice: nessun camion che trasporta latte può entrare nel caseificio, nessun camion che trasporta formaggio può uscirne. Per quanto i Pinna siano soltanto alcuni dei capri espiatori della questione, il blocco sembra avere la sua efficacia. “Blocchiamo tutto, questa è una guerra. Non vogliamo fare male a nessuno, ma rimane una guerra”. Martino ha la mia età, 29 anni. Mi racconta che la lotta dei pastori non è cosa nuova. “La gente se lo scorda, ma dieci anni fa noi volevamo andare a Roma sotto il ministero dell’agricoltura e ci hanno massacrato di botte. Dobbiamo ringraziare Maroni e Zaia”. Martino non ci crede alle strumentalizzazioni politiche della protesta. “Le promesse ce le fanno perché domenica ci sono le elezioni regionali, se no col cazzo che stavano qua ad ascoltarci”. Altri pastori come lui non sono dello stesso parere, magari hanno la memoria più corta.

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Martino mi racconta di come è nata la protesta, di come si sono uniti al movimento tantissimi giovani allevatori. “Ci avevano avvertito anche anni fa, altri pastori che protestano da anni. Ma siamo gente orgogliosa, ce ne sono alcuni che preferiscono stare muti piuttosto che dire apertamente che non ce la fanno più e che sono sull’orlo della bancarotta”. Piano piano, i ragazzi si sono riuniti, hanno cominciato a parlarne insieme, a discutere della loro situazione. “È cominciato tutto su WhatsApp. È così che comunichiamo”.

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Ora, a qualche settimana dall’apice della protesta, sembra opportuno fare alcune considerazioni sulla vicenda. Per prima cosa, fuori da qualsivoglia moralismo facile, è sbagliato considerare questi pastori come “i buoni”. Come per i gilets jaunes in Francia, si tratta di gente comune, nulla più nulla meno. Perché la protesta del latte, come quella della benzina in Francia, da una prospettiva più interessante e macroscopica, è così importante? Stiamo parlando di una protesta che viene dal basso, assolutamente priva di qualsiasi comparto ideologico. Se volessimo, potremmo classificarla come una moderna “rivolta dei forni”. Il prezzo della vita sale, la qualità della nostra esistenza sembra crescere, ma in definitiva ci si rende conto che le cose vanno sempre peggio, che non c’è nessuna fiducia nelle istituzioni e nell’intellighenzia (quanto suona male oggi questo termine) politica e culturale del paese. Altrettanta poca fiducia si può dare ai tentativi dei partiti politici di appropriarsi e di strumentalizzare la cosa. Al massimo, se ne può ridere.

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Per rispondere alla domanda, penso basti pensare a cosa ha voluto dire per gran parte dell’opinione pubblica quel gesto simbolico di versare il latte per terra. Milioni di italiani inorriditi da questo atto barbaro di spreco, di offesa, di insulto alla morale. Non si butta il cibo è un imperativo sacro, che effettivamente dovrebbe essere rispettato come una legge. Ma possiamo veramente inorridire di fronte a questo spreco, quando la FAO dichiara che siamo responsabili dello spreco di 1/3 del cibo prodotto in tutto il mondo1/3 del cibo prodotto in tutto il mondo? Osservando il versamento del latte con il dovuto distacco, sembra quasi che il gesto sia un attacco diretto contro la società del consumo. Buttare via il latte sotto gli occhi delle telecamere è pornografico. Le immagini che mostrano i fiumi di sangue bianco scorrere sull’asfalto sono documenti spontanei di una malattia del nostro sistema produttivo. Si produce tantissimo, troppo, fin quando il mercato è saturo e non si sa cosa fare delle eccedenze. E allora il modo quasi inconsapevole di protestare, di liberarsi dalle catene invisibili delle logiche di mercato, è quello di sfasciare tutto, di sfondare le vetrine degli Champs Élysées, di rendere spettacolare e ultramediatizzare lo spreco. Non si può pensare che un lavoratore non soffra a vedere per terra il frutto del suo lavoro. Non si può pensare che il pastore sardo sia contento di versare per terra il prodotto che gli dovrebbe garantire una giusta retribuzione.

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Per capire le proporzioni e le conseguenze economiche della cosiddetta “protesta del latte”, basta farsi un giro in macchina sulle provinciali sarde. Pecore. Pecore ovunque, a perdita d’occhio. I pascoli e i recinti occupano ogni spazio possibile. Sembra di stare nel far west, dove si allevava manzo a ogni costo e su ogni prateria. Non che le cose siano cambiate, a pensarci. Ci sono 2,7 milioni di pecore per 1,6 milioni di abitanti dell’isola. Fate voi i conti. La pastorizia in effetti regge in gran parte l’economia di tutto il territorio, insieme alle vacanze di ministri e vips in costa Smeralda. La pastorizia in Sardegna ha inoltre delle rilevanti conseguenze ecologiche. Più si alleva e si fa spazio ai pascoli, più le pecore e le capre si “mangiano” il verde, con buona pace degli agronomi preoccupati per la salvaguardia dell’ecosistema. Sembra un discorso da bar, già fatto mille volte, ma è ancora una volta la questione del consumo sfrenato a essere uno dei fondamenti più oscuri della vicenda.

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Oggi la protesta in Sardegna è stata riassorbita dalle trattative. Le elezioni sono andate e venute, l’amministrazione è cambiata, ma sarà sufficiente questo a risolvere il problema? Per quanto si possa sperare che il ping pong tra le parti riesca a trovare una soluzione soddisfacente, non sarà certo un aumento del prezzo del latte a sistemare la questione più profonda che la protesta esprime. E cioè un radicale problema di inadeguatezza tra la vita reale dell’individuo e l’estrema distanza dei sistemi politici, economici e culturali che la regolano.

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