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Ivaldi ammazza il fascista Morej a Torino

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Nel capoluogo piemontese Giovanni Pesce svolse, con il nome di battaglia “Ivaldi”, numerose azioni di sabotaggio contro l’occupante nazista e uccise diversi esponenti del regime fascista collaborazionista, dimostrando tenacia e capacità nella dura e spietata guerriglia urbana condotta dai gappisti.

Pesce ha raccontato nelle sue memorie il suo primo attentato mortale diretto contro il maresciallo della Milizia e amico personale di Benito Mussolini Aldo Morej: egli ammette la sua indecisione nel primo tentativo; nella seconda occasione egli invece dimostrò grande determinazione. Il 23 dicembre 1943, arrivato in bicicletta insieme ad un compagno di copertura, entrò nel suo negozio da orologiaio dove Morej serviva i clienti e lo uccise freddamente alle spalle, riuscendo poi a sfuggire senza difficoltà. “.. mi fecero sapere che sarebbe stato necessario eliminare Aldo Morej, un fascista sulla quarantina, molto noto in città, conoscente di Mussolini, proprietario di una orologeria in Via Fabio Filzi. Andava colpito nel suo negozio. Feci un primo sopralluogo, poi un altro e un altro ancora.. non si sarebbe trattato di un’impresa facile perchè il commerciante per la natura del suo lavoro era spesso in compagnia di altre persone, clienti, amici, soprattutto donne. Sparare in quelle condizioni era particolarmente arduo nè ci sarebbe stata la certezza di centrare il bersaglio. Un altro problema non secondario era costituito dalla via di fuga molto rischiosa fra il pubblico in quella zona della città sempre numeroso..

Arrivai su posto alle 18.30. Antonio era appostato in un angolo della strada con la sua bicicletta che sarebbe servita per portarmi al sicuro, una volta avessi sparato all’obbiettivo. La gente si era infittita, i tram passavano a tempi regolari, gruppi di operai uscivano dalle fabbriche vicine.. Non potevo agire in quelle condizioni .. Preferii rinunciare.. Avvisai Antonio e ritornai in Via Brunette.. Nel tardo pomeriggio del giorno successivo, ritornai sul posto, vidi il fascista nel suo negozio, entrai deciso, feci fuoco quattro volte, fuggii in bicicletta senza nessun problema colla folla terrorizzata che se la dava a gambe in ogni direzione..” Ecco come rievoca l’azione lo stesso Pesce: “Sono le 18.45 del 23 dicembre. Il maresciallo fascista Aldo Morej è proprietario di un negozio che dà sulla strada; io lo vedo attraverso la vetrina. Sta accendendo una sigaretta. Non parlo, estraggo con mossa rapida e decisa la pistola dalla tasca, gliela punto contro e sparo quattro colpi a bruciapelo. Il maresciallo cade; io mi ritrovo sulla strada, il tram è fermo lì, davanti al negozio. La gente non si rende conto di ciò che è accaduto, ma ha sentito chiaramente i colpi di rivoltella. Salto sulla bicicletta che è ad attendermi, sono subito lontano e percorrendo strade diverse, di nuovo a casa. Cominciò così la mia attività di gappista. Questa prima azione fu per me di grande importanza. Compresi che la lotta gappista non richiedeva soltanto audacia e valore, ma anche e soprattutto una preparazione accurata dei minimi particolari e del modo di condurre l’azione.

Testo di Dario Fo:

Da “Vorrei morire stasera se dovessi pensare che non è servito a niente”

La G.A.P. quand’è che arriva

non manda lettere né bigliettini

e non bussa alla porta

sei già persona morta

che il popolo ti ha condannato.

L’ingegner della Caproni

il 2 gennaio arriva in tassì

arriva con due della Muti

sue guardie personali

e noi lo si va a giustiziare.

Quel traditor d’accordo con i tedeschi stava

a smantellar la fabbrica, le macchine spediva

tutte in Germania dai Krupp.

E per salvar le macchine

han fatto sciopero generale

il capo reparto Trezzini

e altri sette operai

li han messi a San Vittore.

È stato l’ingegnere

a fare la spia ma la pagherà

ci tiene tutti sott’occhio

il povero Trezzini

e gli altri li han fucilà.

Adesso tocca a lui, la GAP lo aspetta sotto

sotto ad un semaforo che segna proprio rosso

e al rosso si mette a sparar.

Pesce Giovanni spara però prima gli grida:

È in nome del mio popolo ingegnere che ti ammazzo

con le tue guardie d’onor!”

In fabbrica fanno retate

torturano gente non parla nessuno

e trenta operai deportati

li chiudono nei vagoni

piombati diretti a Dachau.

Parlato: “E il 23 di aprile i tedeschi vanno a minare la fabbrica, vogliono farla

saltare prima di ritirarsi piuttosto che lasciarla in mano ai liberatori…”

Ma gli operai sparano, difendono la fabbrica

e salvano le macchine che sono il loro pane

e molti si fanno ammazzar.

Adesso siamo liberi,

nella fabbrica torna il padrone,

arriva un altro ingegnere

stavolta però è partigiano:

Brigata Battisti, Partito d’Azion.

Ma ecco al primo sciopero c’è un gran licenziamento

è stato l’ingegnere a cacciare via quei rossi

che la fabbrica avevan salvà.

Sta guerra di liberazione

domando di cosa ci ha liberato:

ingegnere padroni e capi

son tutti democratici

ma noi ci han licenziato

addosso ci hanno sparato

in galera ci hanno sbattuto

ma allora per noi operai

la liberazione l’è ancora da far…

Giovanni Pesce appena diciottenne partì per andare a combattere i fascisti in Spagna. Al suo rientro in Italia, dopo la sconfitta dei repubblicani, fu arrestato e mandato in esilio a Ventotene. Nel 1943 fu uno dei fondatori dei GAP a Torino con il nome di battaglia di “Ivaldi”. Poi si trasferì a Milano, per riorganizzare i GAP locali, cambiando il soprannome in “Visone”.

Giovanni Pesce detto Visone fu l’autore di molte clamorose azioni contro i fascisti, come l’uccisione del maresciallo Aldo Morej, del giornalista Ather Capelli e di Cesare Cesarini, un ufficiale della legione “Muti” responsabile dell’arresto, della fucilazione e della deportazione di molti operai della fabbrica aeronautica Caproni, come per esempio quel capo reparto Trezzini – il cui nome compare pure nella canzone – di cui purtroppo non ho saputo reperire notizie.

Guarda “Senza tregua – Intervista a Giovanni Pesce – 1“:

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