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“Ad Attica si muore”

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l 20 settembre 1971, Martino Zicchitella, compagno detenuto presso il carcere di Porto Azzurro, scrive una lettera in ricordo dei prigionieri rinchiusi e deceduti nel carcere di Attica, New York.

Alcuni giorni prima, i 1289 detenuti uomini della prigione statunitense, avevano intrapreso una spettacolare rivolta per richiedere il miglioramento delle condizioni carcerarie: riunitisi nel D-Yard, una delle quattro aree di passeggio della struttura, erano riusciti a comunicare direttamente con le reti televisive, e quindi con il mondo esterno. Prendendo possesso del carcere i prigionieri avevano preso undici ostaggi tra le guardie, come garanzia per ottenere l’amnistia.

La forte partecipazione alla rivolta di detenuti politici porta i partecipanti alla rivolta a stilare un documento con ventotto richieste, che riguardavano soprattutto il vitto, i contatti con i familiari, le visite coniugali, la sanità, l’accesso all’istruzione e il diritto di pratica religiosa; ma le richieste più importanti erano sicuramente le ultime tre, le cosiddette “antimperialiste”, cioè l’amnistia per coloro che avevano partecipato alla rivolta, la sostituzione del direttore del carcere, e il trasferimento, per coloro che lo desideravano, in un paese antimperialista.

Le trattative erano durate quattro giorni, e una risoluzione pacifica sembrava possibile, fino a quando, il 13 settembre, il governatore Nelson Rockfeller, aveva dato l’ordine di sgomberare a qualsiasi costo: le forze dell’ordine erano penetrate nella struttura sparando per tre ore sui detenuti e, una volta ripreso il controllo del carcere, avevano torturato brutalmente i membri più in vista della rivolta: in tutto ad Attica erano morte 39 persone, tra cui i dieci ostaggi, ottantanove tra i detenuti avevano riportato ferite gravi.

Martino Zicchitella è detenuto presso il carcere di Porto Azzurro, quando viene a conoscenza degli avvenimenti di Attica: torinese, arrestato nel 1966 per rapina, a partire dal 1968, dopo aver conosciuto ed essere diventato egli stesso un “politico”, avvicinandosi ai Nap, prende la testa di numerose rivolte carcerarie. Nel 1971 è tra gli organizzatori della rivolta alle Nuove di Torino, mentre nel 1975 prende parte all’operazione coordinata tra esterno ed interno del carcere con lo scopo di evadere. Nel 1976, trasferito al carcere di Lecce per punizione, e dopo aver subito angherie e torture psicologiche, riesce, con altri militanti dei Nap, ad organizzare un’azione armata che permette l’evasione di 11 prigionieri. Morirà pochi mesi dopo, durante uno scontro a fuoco a Roma.

Queste le parole con cui Martino Zicchitella parla della rivolta di Attica:

” (…)La civiltà capitalistica, la civiltà reclamizzata, la civiltà ove il clero fa sfoggio di teorie che inducono al perdono e alla carità, altro non è che una civiltà ove le barbarie si alternano e si susseguono con un ritmo ed una spietatezza impressionanti. Quale essere più vile di colui che uccide un inerme? Ad Attica c’erano degli uomini esasperati, degli uomini che col loro bagaglio di sofferenza, volevano ritornare ad essere uomini liberi, per poter essere utili ad una nuova forma di comunità, per essere d’aiuto ad altri compagni che combattono e si dibattono. Sono stati trucidati perché reclamavano i loro diritti, perché si rifiutavano di accettare il sistema con il quale erano barbaramente trattati, frustrati nel loro io, ridotti a dei numeri, spogliati della loro dignità di uomini, privati dei loro affetti più cari. (…)

Ho vissuto i momenti terribili che hanno vissuto i compagni di Attica, perché potevo comprendere il loro dramma, alle Nuove di Torino ho evitato per miracolo le raffiche di mitra, l’odore dei gas è ancora nelle mie narici, la visione di alcuni compagni feriti. Solo feriti per fortuna, a Torino. Ad Attica invece si muore e tutto è finito in un lago di sangue, una strage assurda, degna di un dittatore pazzo. Non potremo mai dimenticare dunque il gesto di quegli uomini così coraggiosi, così uniti nella loro protesta, così degni di essere definiti dei veri compagni, dei veri rivoluzionari, dei veri eroi. La maggior parte erano negri, affiliati al movimento delle Pantere Nere. Ora sono stati trucidati, non sono più certo ciò che loro hanno lasciato è cosa immensa, è parte di una immensa costruzione, i pilastri di una nuova comunità, dove l’eguaglianza e i diritti dei compagni saranno sullo stesso piano, senza distinzioni di sorta, di ceto, di sesso, tutti insieme verso un unico solo obiettivo, verso l’abolizione del carcere, della segregazione, dell’isolamento di un uomo da un altro uomo, Fatti come quelli di Attica ci dimostrano che il sistema carcerario vigente è barbarie e non deve esistere. (…)
Addio, compagni di Attica!”

Guarda “America’s Deadliest Prison Uprising: Attica 1971“:

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