9 Dicembre 1986: la battaglia di Montalto di Castro

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9 Dicembre 1986: la battaglia di Montalto di Castro

Il 9 dicembre 1986 è indetta una grande manifestazione antinucleare a Montalto di Castro, dove dal 1977 è in costruzione una nuova centrale nonostante le opinioni contrarie dei cittadini, dei movimenti ambientalisti e dello stesso comune. E’ l’ultima manifestazione di una lunga serie: Caorso, Trino Vercellese, il Pec del Brasimone. Il 1986 è stato un anno di campeggi antinucleari e cortei, puntualmente caricati in maniera brutale dalla polizia.

Le richieste del movimento antinucleare sono l’immediata chiusura delle centrali attive in Italia e la riconversione in impianti per l’uso di energia pulita per quelle in via di costruzione.

 

Il corteo, fortemente sostenuto dai Comitati antinucleari e antimperialisti, prevede il blocco della strada di servizio usata dagli operai per l’intera giornata, in modo da non consentire il cambio dei turni e l’ingresso dei camion con i materiali edili.

Molti degli autobus provenienti da tutta Italia vengono fermati dai posti di blocco delle forze del’ordine, e sono costretti a rimanere fermi. Il resto dei manifestanti decide di intraprendere un lungo percorso attraverso la statale per aggirare i divieti e raggiungere ugualmente la centrale. Quando i manifestanti si trovano a meno ci cinquecento metri dai cancelli, la notte sparisce bruciata dalle fotoelettriche. I fari illuminano a giorno l’area circostante, e il cantiere appare militarizzato da più di 600 celerini in tenuta antisommossa, che immediatamente chiedono al corteo di liberare la strada. Lo slogan “assemblea, assemblea” è gridato a gran voce dai manifestanti, che richiedono di poter svolgere un incontro con gli operai del cantiere, seriamente minacciati dai licenziamenti che seguiranno la fine della prima parte dei lavori.

 

All’improvviso parte una sirena, e la celere carica a freddo. Subito comincia la caccia all’uomo nei campi circostanti, mentre un’incessante pioggia di lacrimogeni invade tutta l’area. Ancora una volta, lo Stato è costretto a ricorrere all’uso della forza bruta per reprimere un movimento in costante crescita: decine di persone sono massacrate a colpi di manganelli, candelotti lacrimogeni sparati ad altezza uomo e calci di fucile.

Dopo un’ora di scontri furiosi, il corteo si ricompatta sulla strada principale e ottiene il permesso di rientrare a Montalto. La tregua però, dura troppo poco. Mentre i manifestanti si incamminano verso la tangenziale, parte un’altra carica a freddo che fa disperdere le persone in gruppetti, mentre i celerini le inseguono a manganellate. Qualcuno scappa sui binari della ferrovia, qualcuno corre in mezzo alle auto sulla provinciale, qualcuno cerca di bloccare le corse dei blindati, che piombano in mezzo al corteo con violenza e lacrimogeni, mettendo di traverso sulla strada i sostegni delle recinzioni divelte.

 

Alla fine della giornata si conteranno una decina di fermati e centinaia di feriti, tra cui un manifestante con un’emorragia ai polmoni causata da un lacrimogeno sparato in pieno petto e un altro colpito da un proiettile ad una gamba.

La giornata si conclude con un grande corteo pacifico e molto partecipato dalla popolazione locale, che sfila per le vie di Montalto in maniera compatta e determinata per ribadire la contrarietà al progetto di morte avviato con l’imposizione del nucleare civile in Italia.

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