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Charlie Chaplin il comunista

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Charles Chaplin nasce il 16 aprile del 1889 in un sobborgo di Londra.

La madre, Hannah, è una modesta attrice di teatro costretta, anche perchè abbandonata dal marito a portare con sé il piccolo Charlie durante le sue esibizioni artistiche. Viste le difficoltà economiche in cui si arrabatta la madre, Charlie e suo fratello Sidney, vengono affidati per due anni ad un orfanotrofio. All’età di 6-7 anni svolge il suo primo spettacolo teatrale, in sostituzione della madre, nella quale cominciavano ad evidenziarsi i primi sintomi della malattia mentale che l’aveva colpita. Le difficoltà vissute durante l’infanzia sono però decisive per lo sviluppo del suo genio artistico: Chaplin dichiarerà di essere stato notevolmente influenzato dalla miseria vissuta, dall’osservazione della malattia della madre e da tutti quei strani personaggi che attraversavano le strade di Londra. A 14 anni inizia a lavorare stabilmente nei diversi teatri della città. La sua carriera è folgorante; comincia a girare per l’Europa e per gli USA, dove poi deciderà di risiedere, prima di venirne espulso per presunte attività comuniste.

A 25 anni s’inventa Il personaggio attorno al quale costruì larga parte delle sue sceneggiature, e che gli diede fama universale, fu quello del “vagabondo” (The Tramp in inglese; Charlot in italiano): un omino dalle raffinate maniere e la dignità di un gentiluomo, vestito di una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura, una bombetta e un bastone da passeggio in bambù; tipici del personaggio erano anche i baffetti e l’andatura ondeggiante. L’emotività sentimentale e il malinconico disincanto di fronte alla spietatezza e alle ingiustizie della società moderna, fecero di Charlot l’emblema dell’alienazione umana – in particolare delle classi sociali più emarginate – nell’era del progresso economico e industriale.

Nel 1936 realizzò il capolavoro Tempi Moderni, splendida descrizione dell’alienazione dell’operaio in epoca di capitalismo fordista. Evidenti in tale situazione le simpatie e la solidarietà espresse per la causa operaia, in un periodo in cui dilagavano i nazifascismi . E mondiale è il successo del film, tanto da far sospettare molti, sulle due sponde dell’Atlantico, di un Chaplin eccessivamente simpatizzante con la causa del “comunismo”. Nel febbraio 1939 il viceministro degli Esteri, Richard Austen Butler, chiede ai suoi uomini di indagare sul nuovo progetto cinematografico di Charlie Chaplin a Hollywood, “Il Dittatore”, una sferzante parodia su Adolf Hitler. Londra è in ansia: il premier britannico Neville Chamberlain sta attuando la politica dell’“appeasement” nei confronti della Germania nazista.

 

I diplomatici del Consolato di Sua Maestà a Los Angeles avvicinano Chaplin a Hollywood. Riferiscono a Londra che si sta dedicando alla produzione della pellicola “con una foga che rasenta il fanatismo. Impressionano il suo odio e il suo disprezzo verso le personalità che intende mettere in satira. Il suo unico obiettivo consiste nel poter sferrare un attacco diretto a Hitler”. Si aggrappano addirittura a una legge britannica del 1917: “Non è consentito rappresentare sullo schermo personaggi viventi senza il loro consenso scritto.” Premono per poter visionare il copione prima dell’inizio delle riprese, in modo che la sceneggiatura definitiva non arrechi “offesa alcuna alla Germania”. Ma nel maggio del 1939, dalla California, gli inglesi gettano la spugna: “Riteniamo che andremmo incontro ad un immediato e definitivo rifiuto da parte di Chaplin se mai provassimo a suggerire delle modifiche al copione. E’ certo che non raggiungeremmo risultato alcuno.” L’attore reagisce pubblicamente, senza però menzionare le pressioni che arrivano da Londra: “Intimidazioni e censure non mi turbano affatto.” Durante l’estate l’Ente della censura britannica scrive: “Siamo stati molto chiari su ciò che è consentito e su ciò che non lo è. Di conseguenza Chaplin finirebbe per incolpare solo sè stesso se il film non dovesse superare l’esame della censura britannica. Sempre e quando decida di andare avanti con il suo progetto cinematografico.” Sarà solo con lo scoppio della guerra nel settembre 1939 che cambierà l’atteggiamento del governo britannico verso il film e l’autore, ora osannati da pubblico e critica.

È però nel Secondo dopoguerra che Chaplin subisce le vere e proprie persecuzioni.

Sono gli anni della caccia alle streghe, negli States il senatore Joseph Mc Carthy porta avanti una crociata anti comunista che prende di mira anche l’intellighenzia dell’industria cinematografica. L’Fbi, allora governata dal potente John Edgar Hoover, considerava Chaplin uno dei bolscevichi del salotto di Hollywood. Nel 1952, in occasione di una sua visita a Londra, un agente inglese di collegamento a Washington lancia l’allarme: secondo le ricostruzioni del Bureau americano, Chaplin aveva finanziato organizzazioni comuniste. Inoltre diversi aspetti della sua vita privata avevano suscitato clamore. I suoi due matrimoni, entrambi con ragazze di 16 anni, la decisione di adottare un figlio illegittimo e i suoi debiti con l’erario da 2 milioni di dollari. Soprattutto, faceva notare l’Fbi, Chaplin non volle mai acquisire la cittadinanza americana, nemmeno dopo aver vissuto 30 anni in quella che si auto-considerava la patria della libertà. L’MI5 scopre inoltre che una decina di anni prima (1942), a Los Angeles, Chaplin aveva presenziato a una riunione del Consiglio di amicizia sovietica americana. Invitato a sostituire un relatore aveva iniziato il suo discorso con un sospetto “Compagni…” Le parole pronunciate in quell’occasione, però, provavano le sue idee progressiste. Ciononostante Chaplin non mancò di affermare che «c’è molto di buono nel comunismo, […] possiamo utilizzare quello che c’è di buono e lasciare da parte il cattivo». In questo periodo da fervido anti-nazista, propugna l’alleanza con i sovietici. Gli 007 della Regina, allarmati, conclusero comunque che «può essere che Chaplin abbia simpatie comuniste, ma dalle informazioni a nostra disposizione non sembra che un progressista o un radicale». Altri elementi che resero Chaplin sospetto fu la partecipazione ai funerali dello scrittore comunista Dreiser nel ’45 e l’accusa di apologia di reato per Monsieur Verdoux. Nella parte finale del film infatti il sacerdote dice al protagonista colpevole di molteplici omicidi: “Possa il Signore avere pietà dell’anima tua”, e Verdoux replica: “Perchè no? In fin dei conti, gli appartiene”. I conservatori americani, tra cui i reduci cattolici, si scatenarono accusando Chaplin di essere irrispettoso e irriverente nei confronti della morale e della religione. Inquisito dalla Commissione per le attività anti-americane, accusato di filo-comunismo, perseguitato dal fisco, nel Chaplin scappa in Gran Bretagna, rifugiandosi poi successivamente (1962) in un tranquillo angolo della Svizzera. La condanna decisiva nei suoi confronti era arrivata infatti il 19 settembre del 1952. Chaplin e la sua nuova famiglia si erano imbarcati per l’Europa per quella che doveva essere una vacanza. Mentre si trovavano in mare il ministro della giustizia statunitense dispose per pubblico decreto che a Chaplin, in quanto cittadino britannico, non sarebbe stato permesso di rientrare nel paese a meno che non avesse convinto i funzionari dell’immigrazione di essere “idoneo”. Intanto però l’America scagliava i suoi anatemi contro il traditore, cercando di boiccottarlo in ogni maniera. Un esempio riguarda l’Italia: il 22 dicembre del 1952 Chaplin sbarca a Roma: scende dalla sua auto a pochi minuti dalle 22, davanti al teatro Sistina dove sta per assistere alla prima italiana del suo film Limelight, tradotto in Luci della ribalta. La gente che affolla la zona lo saluta, lo acclama. Chaplin risponde, si leva il cappello con il suo classico gesto di eleganza. In quel momento si odono delle urla: «Sporco ebreo», grida un nutrito gruppo di giovani. Poi un fitto lancio di pomodori marci, che costringono il regista a ripararsi nel Sistina. La gente si oppone alla contestazione, la polizia interviene fermando quattro ragazzi. Si tratta di un gruppo di fascisti. La violenta sceneggiata davanti al Sistina non era altro che una delle espressioni di boicottaggio che in quei giorni, e mesi, venivano manifestate nei confronti di Chaplin. L’Italia, peraltro, si copre di ridicolo oltremanica, a causa della cancellazione degli incontri, prima accordati poi annullati, dal presidente Einaudi e dal Papa. Il Governo italiano e il Vaticano erano stati costretti a fare marcia indietro sotto pressione dell’ambasciata americana a Roma. Il caso finisce negli editoriali dei giornali inglesi. Il quotidiano Star parla di «isteria e panico anticomunista», di «crescente interferenza degli Usa nella sovranità dei Paesi dell’Europa occidentale», di come il caso italiano ne sia «paradossale esempio». A ciò si aggiunge il grottesco episodio del rettore dell’Università di Roma, che rifiuta di accordargli una prevista Laurea honoris causa. Il suo film, dopo anni di persecuzioni da parte della censura, viene interdetto dai cinema della California, e in tutti gli Stati Uniti si scatena una campagna di odio nei confronti del comunista Chaplin. «Il comitato esecutivo nazionale della Legione americana – scrive il Los Angeles Herald Express nell’ottobre del ‘52 – ha fatto richiesta a tutti i distributori cinematografici di rifiutare il film di Chaplin, fino a quando il ministero della Giustizia non decida se concedere a Chaplin il permesso di fare ritorno dall’Inghilterra». Non sappiamo se Chaplin fosse effettivamente comunista o no. Il regista era certamente dichiaratamente pacifista e ateo (Geraldine Chaplin rivelò che né lei né i suoi fratelli erano stati battezzati: suo padre, Charlie, era così profondamente ateo da non aver loro trasmesso neppure la “nozione” di Dio), oltre che ferocemente critico contro il sistema capitalistico. Il suo «errore» era stato quello di criticare dall’interno un sistema, quello americano, che vedeva nella patria, in Dio e nella famiglia i cardini del «nuovo sogno» economico e politico. Il Comitato inquisitore riuscì però a rintracciare in Chaplin gli elementi di fede comunista che cercava con ossessione, grazie al fatto che in alcuni film, e discorsi pubblici, il regista aveva affermato di credere nella pace, e che questa si sarebbe dovuta ricercare insieme all’Urss, alleata nella sconfitta del nazismo. Chaplin, che degli Usa si definiva «un ospite pagante», si era inoltre schierato senza esitazioni in favore del ricorso avanzato da due sceneggiatori di Hollywood, processati perchè «comunisti», Howard Lawson e Dalton Trumbo, ed aveva partecipato ad una manifestazione per la pace insieme all’attrice Katherine Hepburn. Ce n’era abbastanza, per i torquemada statunitensi, per identificare Charlie Chaplin nel ruolo del «rosso» da combattere. La reazione di Chaplin si concretizzò con la commedia satirica A King In New York (1957), apologo sull’ipocrisia dell'”american way of life” e presa in giro del maccartismo. Nel film un re detronizzato fa la conoscenza di New York tramite un’intraprendente pubblicitaria: viene ripreso a sorpresa dalla televisione e prova anche un carosello pubblicitario; la giovane lo convince a cambiare faccia, ma il re non è contento della sua nuova faccia, che lo rende più giovane ma gli impedisce di sorridere. Un giorno commette l’errore di ospitare un bambino prodigio figlio di due sospetti comunisti; il re viene chiamato a comparire di fronte alla famigerata commissione per le attività anti-americane, e ne esce dopo aver innaffiato i membri con un idrante; ma il bambino, per salvare i genitori, è costretto a denunciarli. Il re torna in Europa disgustato. Chaplin morì la notte di Natale del 1977. La notizia, diffusa immediatamente dalle televisioni di tutto il mondo, ebbe grande risonanza e suscitò enorme emozione. Chaplin fu il primo artista occidentale commemorato dalla Cina comunista. Per noi è semplicemente un vero compagno che è riuscito a lottare per la libertà riuscendo a far cambiare le idee della gente in meglio con la forza di un sorriso.

 

 

“Charlie Chaplin-Discorso all’umanità (sottotitolato ita)”:

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