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Sakine, Fidane e Leyla

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La mattina del 10 gennaio 2013 milioni di curdi si svegliarono con le terribili notizie dell’assassinio di Sakine Cansız (Sara), Leyla Şaylemez (Ronahî) e Fidan Doğan (Rojbîn) nel Centro di Informazione del Kurdistan di Rue La Fayette 147, in centro a Parigi.

Immediatamente, decine di migliaia di persone da tutta Europa, i curdi ed i loro amici, presero d’assalto la scena del delitto per esprimere la propria rabbia e collera. Tre giorni dopo, centinaia di migliaia di persone di diverse culture e nazionalità si riversarono nelle strade di Parigi, in protesta contro quest’atto codardo di assassinio politico. Sakine Cansız era una dei co-fondatori del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ed una figura guida del movimento delle donne curde. Era stata una delle poche rivoluzionarie a divenire leggenda nel corso della propria vita, grazie in particolare al suo ruolo storico nella resistenza della prigione di Diyarbakir nei primi anni del PKK. Fidan Doğan era una rappresentante del Congresso Nazionale Curdo (KNK) in Francia. Ella perorava la causa politica del popolo curdo negli incontri internazionali e nelle istituzioni come il Parlamento Europeo. Leyla Şaylemez era una giovane attivista del Movimento Giovanile Curdo e del Movimento delle Donne Curde. L’assassinio è sopraggiunto in un momento di pienezza della promessa di pace e libertà, pochi giorni dopo la visita di una delegazione politica ad Abdullah Öcalan sull’isola prigione di Imrali. Tuttavia, ciò di cui gli efferati assassini non si sono resi conto è che i semi piantati dallo spirito di Sakine Cansız e delle sue compagne sarebbero divenuti fiori, alberi e foreste negli anni successivi, nella rivoluzione del Rojava, nella solidarietà delle lotte delle donne del Medio Oriente, nella liberazione globale nel fare delle donne… Sakine Cansız era una donna curda alevita, nata nel 1958 in un villaggio di Dersim, Kurdistan settentrionale. Una spina nell’occhio del sistema nazional-statalista della Repubblica Turca, la popolazione di Dersim fu oggetto di un genocidio nel 1938, dopo una rivolta guidata da Seyit Riza. Si stima che 70000 persone furono uccise nei bombardamenti ordinati da Mustafa Kemal Atatürk, mentre decine di migliaia furono deportate dallo stato turco. Il nome Dersim fu cancellato dalle mappe e sostituito dal nome Tunceli, “pugno di ferro” per imporre alla regione l’assimilazione ed il silenzio. L’età di Seyit Riza – che superava i 70 anni – fu abbassata nei registri statali al fine di rendere legale la sua esecuzione. Prima di morire, si dice che abbia dichiarato: “Non potevo competere con i vostri trucchi e bugie. Ciò mi è arrivato come un problema. Ma non mi sono sottomesso a voi. Possa ciò arrivarvi come un problema.” Sakine Cansız era perciò una figlia delle montagne ribelli di Dersim, bagnate nelle acque del fiume Munzur. Tuttavia, al tempo della sua nascita, il silenzio e la paura si insinuavano nella sua comunità. Similmente a molti giovani di allora, che erano cresciuti con l’ideologia statale ufficiale, ella crebbe inconsapevole della propria identità curda. Ciò cambio quando Sakine Cansız incontrò gli stimolanti, giovani studenti turchi e curdi di estrazione operaia attorno ad Abdullah Öcalan, che allora si autodefinivano “Rivoluzionari Curdi”.

Prima di unirsi ai Rivoluzionari Curdi, Cansız venne profondamente influenzata dai grandi leader rivoluzionari della Turchia che vennero giustiziati dallo stato, come Deniz Gezmiş e Mahir Çayan. Sakîne spiegò la propria prima esperienza con la vita rivoluzionaria come segue: “L’idea della lotta politica e rivoluzionaria mi ha condotto sul sentiero che ha cambiato la mia vita completamente. Ho incontrato alcuni giovani che vivevano nelle vicinanze. Il loro stile di vita, i loro dibattiti ed i loro approcci verso i valori ed i concetti morali mi ha profondamente colpito. Mi sono resa conto che stavano portando la torcia della libertà nelle proprie mani.”

Ribelle ed emotiva per natura, Sakine Cansız si sentì attratta dai Rivoluzionari Curdi non solo in virtù della loro teoria rivoluzionaria, ma perché si sentì attratta dalle modalità con cui il nuovo gruppo emerse dalla capacità di “provare il dolore del popolo”. Il suo primo contatto con i suoi futuri compagni avvenne durante gli anni della sua adolescenza, quando inviò del cibo ed altre cose utili agli studenti poveri di una casa del quartiere fatiscente e simile ad una baracca. Nelle sue stesse parole, i Rivoluzionari Curdi rappresentavano un’alternativa chiara ed autonoma alle due opzioni dominanti allora disponibili alle persone come lei: lo sciovinismo sociale della sinistra turca, la quale negava le specifiche condizioni del Kurdistan, o il nazionalismo curdo conservatore, il quale aveva poco da offrire in termini di cambiamento sociale e lotta di classe. Nella fase iniziale della propria gioventù, ella aveva identificato la contraddizione principale che aveva sperimentato nella propria vita privata: la condizione non libera della femminilità in Kurdistan. Negli anni ’70, dopo aver abbandonato casa sua per rifiutare una vita tradizionale che non desiderava, iniziò a lavorare nelle fabbriche per organizzare le donne lavoratrici. Nel corso delle sue agitazioni ed azioni, venne imprigionata diverse volte. Nelle carceri di diverse parti della Turchia, ella assistette ad una geografia di un popolo dimenticato ma ribelle: disgraziati operai di fabbrica, orgogliose donne rom, prostitute caparbie e sopravvissuti al genocidio traumatizzati. Nelle sue memorie, ella rese omaggio a queste vite affascinanti ed asserì la propria credenza nella capacità di trasformare tutte loro in militanti della rivoluzione. La sua decisione di divenire una rivoluzionaria di professione coincise con la decisione dei suoi compagni di formare un partito. Nei tardi anni ’70, in molte regioni del Kurdistan settentrionale venivano organizzati comitati dagli “apoisti”. La dirigenza aveva incaricato Sakine Cansız di costruire il movimento delle donne, un compito che ella si prese molto strettamente al proprio cuore. Riuscì da sola a radunare ampi gruppi di giovani donne, spesso studentesse, per effettuare dibattiti e formazione. Il 27 novembre 1978, a soli 20 anni, Sakine Cansız divenne una delle due donne co-fondatrici dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan – quando partecipò al congresso fondativo del partito. A quel tempo, il famigerato colpo di stato del 12 Settembre 1980 era già presagito da tetri sviluppi che mettevano nel mirino i gruppi rivoluzionari nel paese, in particolare in Kurdistan. Poco dopo la formazione del partito Sakine Cansız e diversi suoi compagni, inclusi membri del comitato centrale del PKK, vennero arrestati in un raid nel 1979 ad Elazig. Al momento del golpe, ella stava venendo tradotta nell’appena costruita prigione di Diyarbakir, un carcere basato sul sistema penitenziario USA ed in cui la legge marziale soffocava la dignità umana. Fino ad oggi, un’ampia maggioranza delle atroci violazioni dei diritti umani e la sistematica tortura entro le mura della prigione di Diyarbakir resta priva di documentazione. Esse includono stupro e violenza sessuale, scariche elettriche, asfissia dei prigionieri nell’acqua di fogna e loro costrizione a mangiare escrementi di cane. Lo stato turco voleva piegare la volontà dei prigionieri, affinché essi rinnegassero la propria identità di curdi e socialisti. Anche se la Turchia non è stata ancora messa alla sbarra per questi crimini indicibili, gli accadimenti dentro le prigioni sono profondamente incuneati nella memoria del popolo curdo. In quegli anni il PKK, in modo simile ad altri gruppi rivoluzionari, venne minacciato, a causa del regime del golpe, dall’annichilimento totale delle sue strutture organizzative. La tortura dello stato si protrasse a tal punto che alcuni membri di punta come Şahin Dönmez divennero indubbiamente informatori dello stato. Altri, che lottavano contro la tentazione di divenire delatori a fronte di torture insostenibili, vennero salvati dall’abisso del tradimento – proprio grazie all’atmosfera di amicizia e solidarietà creata da persone come Sakine Cansız. E’ principalmente dovuto al suo spirito che nessuna delle prigioniere della sezione femminile sia divenuta un’agente dello stato. Tra i prigionieri vi erano membri fondatori di spicco del PKK come Mazlum Doğan, Kemal Pir ed Hayri Durmuş. Creando un’atmosfera di ribellione costante attraverso le attività culturali e le cerimonie politiche, le loro strategie per disfare il progetto dello stato inclusero difese ideologiche nelle corti che tematizzavano il colonialismo; lavoro politico nelle celle; autodifesa fisica; scioperi della fame mortali ed immolazioni.

Mazlum Doğan lanciò la resistenza carceraria il giorno di Newroz del 1982 accendendo tre fiammiferi, posandoli sul tavolo della propria cella e togliendosi la vita col messaggio “La Resa è Tradimento, la Resistenza porta la Vittoria”.

 

Nella sua autobiografia Sakine Cansız scrisse a proposito dell’azione di Mazlum Doğan: “Abbiamo provato a cogliere lo scopo dell’azione di Mazlum. Abbiamo infine capito che fosse in connessione col Newroz. Il suo messaggio era chiaro, proclamava: la Resistenza è Vita!”

A seguito dell’azione di Mazlum Doğan quattro detenuti, Ferhat Kurtay, Eşref Anyık, Necmi Önen e Mahmut Zengin si immolarono per protesta. Fu con la leadership dei membri centrali del PKK Kemal Pir, Hayri Durmuş, Akif Yılmaz ed Ali Çiçek, che il 14 luglio 1982 che fu annunciato l’inizio di uno sciopero della fame mortale in segno di protesta verso le condizioni della prigione di Diyarbakır. Tutti e quattro loro morirono nello sciopero della fame. Tuttavia la resistenza della prigione di Diyarbakir accese il sostegno popolare ed innescò la netta decisione del PKK di intraprendere la guerra di guerriglia contro lo stato il 15 agosto 1984.

Le donne in particolare vennero prese di mira dalle autorità carcerarie, le quali volevano usare le tradizionali nozioni di onore per sopprimere le identità rivoluzionarie delle donne ed evocare sentimenti patriarcali feudali tra gli uomini. Il più noto direttore della prigione, Esat Oktay, era ben noto come sadico, che gongolava alle urla di dolore delle sue vittime sotto feroce tortura. Un uomo senza alcun rispetto per la dignità e l’onore umani, Oktay venne successivamente ucciso per strada da qualcuno che mandò saluti da parte di Kemal Pir, morto in prigione. Oktay era ossessionato dall’idea di sterilizzare le donne prigioniere per mezzo di infezioni alle tube di Falloppio e danni ai loro organi sessuali. Affermò esplicitamente che voleva estinguere la “razza” curda. Nelle proprie memorie, Sakine Cansız scrisse: “Da sadico, mostrava il suo amore per le donne colpendoci con una mazza tra le gambe fino a farci sanguinare, minacciava di ‘infilarci dentro una mazza’ ed usava le sue dita per tirarci le labbra finché non si strappavano”. La reazione indomita di Sakine al perverso torturatore si diffuse come fuoco. Ogni simpatizzante del PKK è al corrente della storia di come sputò in faccia ad Esat Oktay durante la tortura. I prigionieri maschi del PKK del tempo hanno scritto di come la lotta di Sakine Cansız in prigione li abbia incoraggiati a resistere nella disperazione. La resistenza di Sakine Cansız nella prigione di Diyarbakir portò ad un nuovo approccio verso le donne nella società curda. Incoraggiò le donne ad unirsi alle strutture rivoluzionarie nelle città e mosse le donne verso la politicizzazione nei villaggi. A partire dalla sua resistenza carceraria, l’attivismo delle donne curde ottenne un accresciuto rispetto e sostegno tra le masse popolari. Al momento della sua scarcerazione nel 1991, aveva passato 12 anni della propria giovinezza nelle prigioni di Elazig, Diyarbakir, Bursa, Canakkale e Malatya. Appena dopo aver respirato l’aria della libertà, ella continuò la sua lotta attiva nei ranghi del PKK. Perciò ella arrivò all’Accademia Mahsum Korkmaz del PKK nella Valle della Bekaa in Libano, dove si unì alla formazione ideologica condotta da Abdullah Öcalan. Aspetti della sua forza di volontà, lotta e vita vennero spesso presi come esempi nei discorsi di Öcalan. Fu Öcalan a spronarla affinché scrivesse propria autobiografia. Le sue memorie vennero scritte nel 1996 e rese disponibili al pubblico dopo la sua morte, in tre volumi. Negli anni ’90 ella ricoprì importanti compiti nell’organizzazione del movimento curdo in Palestina, Siria e Rojava. Ella credeva che sarebbe stato possibile per le donne in Kurdistan ricreare sé stesse e la propria storia unendosi alla lotta militante del PKK. Ella descrisse la lotta per la libertà nel seguente modo:

“Questo movimento si rivolge all’essenza dell’essere umani. In tutti i nostri dibattiti, la nostra formazione ed i nostri discorsi, l’umanità ed i valori umani sono il punto di partenza. Stiamo discutendo lo sviluppo degli umani e della società, e le fasi storiche ed i valori dell’umanità. Le donne che volevano comprendere queste tematiche si identificavano con il movimento di liberazione. Proprio all’inizio della lotta per il Kurdistan e della lotta politica, il coinvolgimento delle donne in questo processo rivoluzionario era molto difficile. Eppure ce l’abbiamo fatta, ed abbiamo conseguito il potere di modellare il nostro movimento.” Nelle sue stesse parole, il tempo da lei trascorso come guerrigliera nelle montagne del Kurdistan comprese i momenti più belli e significativi della sua vita. Il coinvolgimento di Sakine Cansız nella lotta per il Kurdistan libero fa il parallelo con la cronologia del movimento organizzato delle donne curde. Ella ha giocato un ruolo cruciale nella formazione dell’esercito autonomo delle donne (l’odierno YJA Star) e nel partito delle donne (l’odierno PAJK). Ella non era una persona che aspettasse ordini. Piuttosto, si assumeva responsabilità, persino nei momenti più difficili. Per via della sua personalità caparbia era nota come una compagna che non avrebbe mai accettato il dominio maschile o altre forme di comportamento anti-rivoluzionario. La sua lotta era contro l’arretratezza e l’ingiustizia sociale; eppure era attenta alle realtà ed alle condizioni sociali della sua gente. Aveva una personalità collettiva e comune che creava solidarietà con chiunque attorno a lei, ma era anche testarda e indomita quando si trattava di dar voce alle sue critiche ed al suo disaccordo. Nel corso della sua vita incoraggiava sempre i suoi compagni ad emanciparsi, ad essere forti e tenaci. Come descritto da una delle sue prime compagne e amiche di una vita: “Sara era sempre pronta come se stesse per partire, ma lavorava sempre come se intendesse restare per sempre.” Nel 1998, Abdullah Öcalan le diede la missione di assumersi compiti e responsabilità per il movimento di liberazione curdo in Europa. Tra gli altri compiti, ella organizzò e formò quadri del movimento in diversi paesi europei, oltre che la comunità migrante curda. Allo stesso modo, ella costruì legami con diversi movimenti progressisti al di fuori del Kurdistan, rispettando le diversità e sottolineando l’importanza di lottare per i comuni valori umani come movimenti di alternativa, femministi, di sinistra e democratici per costruire strutture di autonomia democratica ed una società democratica, libera e liberata dalle costrizioni di genere. Ella perciò giocò un ruolo importante nel generare solidarietà con la causa curda. Era sempre impegnata ad aggregare, organizzare e formare la propria gente, in particolare le giovani donne, fino al suo ultimo respiro. Dal suo punto di vista, la lotta era il fattore determinante della liberazione: “Nella mia utopia, devi lottare per la liberazione per tutta la tua vita. In un Kurdistan liberato, la lotta deve essere gloriosa.” Alla luce di questa ragguardevole vita leggendaria, nessuno si sarebbe aspettato che questa eroina venisse uccisa a sangue freddo in un infido attentato nel cuore di Parigi. Dal primo giorno, il movimento delle donne curde ha evidenziato la barbara natura dell’assassinio come tentativo di colpire il cuore della rivoluzione del Kurdistan: la donna liberata. Sebbene il killer, Ömer Güney, sia stato identificato fin da subito, è risaputo che i servizi di intelligence dello stato turco abbiano ordinato l’assassinio al fine di sabotare il processo di pace. Le autorità francesi non hanno smascherato la natura politica di questo crimine. Il killer è morto in prigione in circostanze misteriose, poche settimane prima dell’inizio del processo. Sakine Cansız volle sempre tornare a Dersim da guerrigliera. E indubbiamente, fece ritorno alla propria terra natale da eroina. La sua tomba divenne qualcosa di simile ad un santuario, un sito di pellegrinaggio per gli oppressi, i giovani, i lavoratori, le donne. Milioni di persone le diedero l’addio, portando la sua bara da Parigi ad Amed, fino a Dersim. Nella rivoluzione del Rojava, le azioni di liberazione delle donne rendono omaggio a Sakine Cansız ed alle sue compagne. La lotta iniziata da un piccolo gruppo di giovani ha ora raggiunto una fase in cui la sua filosofia e prassi vengono discusse dai rivoluzionari dal Brasile all’India. Le donne, che hanno liberato il mondo dai fascisti stupratori dell’ISIS, lo hanno fatto assumendosi nomi di battaglia quali Sara, Rojbîn, Ronahî. Oggi nuove generazioni di ragazze e ragazzi curdi vengono allevate per avere caratteristiche simili a Sara.

 

Video: Trois kurdes à Paris 10 gennaio 2013:

 

 

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