La barricata mobile delle resistenze urbane

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Riprendiamo la recensione di Fabio Ciabatti uscita su Carmilla al libro "Il campo di battaglia urbano. Trasformazioni e conflitti dentro, contro e oltre la metropoli" edito dal Laboratorio Crash (Red Star Press, 2019).

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“Il cittadino e l’abitante della città sono stati dissociati”, sostiene Henri Lefebvre in uno dei suoi ultimi scritti. Di fronte a questo fenomeno bisogna rilanciare il diritto alla città e cioè una “concezione rivoluzionaria della cittadinanza politica”. Sebbene le analisi di Lefebvre rimangano imprescindibili per comprendere il nostro presente, possiamo ancora oggi fare nostra la sua prospettiva di un nuovo incontro tra cittadino e abitante urbano o dobbiamo fare un passo oltre? Si può partire da questa domanda per esporre i contenuti del libro Il campo di battaglia urbano, volume che presenta una selezione di testi, compreso l’articolo da cui abbiamo tratto le citazioni di Lefebvre e un’intervista a David Harvey, emersi da un percorso di elaborazione teorica sull’urbano articolato in convegni, dibattiti e produzione di scritti, promosso tra il 2017 e il 2018 dal Laboratorio Crash di Bologna.

Come possiamo concettualizzare le dinamiche che investono oggi la città? Secondo il Laboratorio Crash il territorio non va ridotto a un ambiente ostile alle classi subalterne come se esso fosse meramente funzionale alla produzione capitalistica e alla vita degli abitanti più ricchi. Allo stesso tempo nelle città facciamo fatica a trovare ancora i vecchi quartieri proletari, solidali e pronti alla lotta, perché in assenza di intervento politico spesso prevalgono l’anomia, la solitudine, la disgregazione, la rabbia cieca. Prodotto di una relazione antagonistica il territorio non esiste come forma predefinita e unitaria: non è un background ma un battleground.
Lo Stato oggi si limita a garantire e a difendere, anche militarmente, l’installazione e il funzionamento delle piattaforme digitali e logistiche che richiedono un tessuto urbano continuamente fluidificato e flessibile per facilitare la mobilità di merci e persone e per attrarre capitali. Lo sviluppo della metropoli lasciato da quarant’anni alla (ir)razionalità del privato ha prodotto un tessuto urbano sempre più disarticolato in cui si moltiplicano le zone di abbandono, desolazione e di segmentazione razzializzata.
Di fronte a questo scenario, prosegue il Laboratorio Crash, bisogna evitare due atteggiamenti politici speculari: autonomia e separatezza del sociale, da una parte, autonomia del politico e attivismo vertenzialista, dall’altra. Si apre invece lo spazio per pratiche politiche orientate verso la (contro)territorializzazione che opera nell’ottica di una secessione offensiva di pezzi di territorio e di una loro connessione. La scommessa è quella di collegare in modo stabile case occupate, piazze vissute dalla composizione giovanile, aule occupate nelle facoltà, centri sociali, sedi del sindacalismo conflittuale, centri sociali e palestre popolari, territori dove si manifesta una socialità endogena della nostra classe (parchi, bar, muretti di quartiere ecc.). Occorre in altri termini “fare territorio” e, allo stesso tempo, essere capaci di bloccare radicalmente i circuiti della metropoli, come sono stati in grado di fare gli operai della logistica attraverso sabotaggio dei magazzini, vertenze e picchetti. La capacità conflittuale mostrata da questo segmento della contemporanea composizione di classe è un elemento strategico ma non esaustivo per poter pensare una cosa ancora tutta da costruire, lo sciopero generale d’oggi.
Quelli menzionati sono processi che eccedono costitutivamente la dimensione militante. Le minoranze agenti non si collocano davanti, ma alla frontiera delle lotte e dei movimenti. Devono essere parte di una processualità che mira alla durata e alla stabilità dell’autorganizzazione e, allo stesso tempo, interagire con una trama di eventi potenzialmente forieri di curvature improvvise e subitanei salti in avanti. Il territorio, in altri termini, si deve configurare come barricata, ma si deve trattare di un barricata mobile.

Certamente una strategia di questo tipo dovrà trovarsi pronta a controbattere all’ideologia dominante che, come sottolineato da Sonia Paone e Agostino Petrillo, enfatizza la violenza dei margini per occultare la brutalità con cui i ricchi e il capitale occupano molti spazi della città, espellono le classi popolari dai quartieri centrali, sottraggono valori d’uso e spazi pubblici, creando anche un confine morale rispetto ai poveri per evitare ogni contatto, giustificare la propria superiorità e neutralizzare ogni forma di compassione e solidarietà. Ciò non toglie che non bisogna assolutizzare questi momenti di sottrazione e occupazione agite dall’alto. Raffaele Sciortino sostiene infatti che, per articolare un’analisi sulla città, occorre oggi investigare il nesso che lega i meccanismi dell’accumulazione per espropriazione e quelli della riproduzione allargata, cioè il tentativo dal punto di vista capitalistico di riarticolare il rapporto tra una finanza ipertrofica alla ricerca di sempre maggiori flussi di valore di cui appropiarsi e una produzione che procede su base troppo ristretta per poterne soddisfare le pretese. In questo contesto l’impresa capitalistica è ancora un momento centrale dell’accumulazione capitalistica, dell’organizzazione dello sfruttamento. Gli spazi e le attività metropolitani sono ancora l’oggettivazione del capitale fisso per quanto esso si manifesti in forme nuove che permettono di sussumere il lavoro e la riproduzione sociale a livelli fino a poco tempo fa inimmaginabili.
La lettura estrattivista di matrice post-operaista, invece, concepisce la cooperazione sociale come autonoma rispetto al capitale e meramente corrotta dall’esterno dall’impresa. In questo modo, però, vengono meno sia la capacità di tematizzare l’ambivalenza delle soggettività sociali e produttive contemporanee sia la possibilità di criticare le modalità e le finalità delle attuali forme produttive e cooperative. Seguendo la lettura estrattivista sarebbe infatti sufficiente, a sostanziale parità di altre condizioni, affrancare dal giogo di un capitale finanziario parassitario i lavoratori cognitivi che, per sineddoche, finiscono per rappresentare l’intera composizione di classe contemporanea.
In realtà, sostiene Felice Mometti, le lunghe catene del valore, il capitalismo delle piattaforme, la rivoluzione logistica per funzionare hanno la necessità di poter disporre di una notevole quantità di lavoro ripetitivo, standardizzato, a basso contenuto di sapere e competenze. E’ il grande back-office delle aree metropolitane composto da una forza lavoro in gran parte migrante che si insedia nello spazio urbano non solo in aree completamente separate, ma anche in spazi misti con i vecchi residenti dando vita a zone grigie intermedie di commistione e segregazione.
D’altra parte, sottolinea Infoaut in uno dei suoi tre contributi al volume, materiale e immateriale si intrecciano inestricabilmente come dimostra il caso di Amazon con la sua mutazione da internet company in logistic company. Solo per fare un esempio di questa trasformazione, si può menzionare il servizio lanciato  a Milano che garantisce qualsiasi consegna in massimo un’ora. E’ facile capire che per realizzare questo obiettivo Amazon ha bisogno di una ramificata struttura offline: dai grandi centri di raccolta e smistamento nelle periferie, dove si svuotano i container, fino ai magazzini di prossimità per le consegne immediate, passando per una grande flotta di lavoratori sempre disponibili.

Fatti salvi i vincoli imposti da questa necessaria infrastruttura logistico-produttiva, la filosofia del capitale finanziario, sostiene Emilio Quadrelli, ha liberato le classi dominanti dal loro legame con il territorio lasciando questo tipo di rapporto soltanto ai subordinati. Per questo la dimensione territoriale è connessa a processi di marginalizzazione ed esclusione che, a differenza del passato, investono quote consistenti di subalterni interni ai processi di valorizzazione. L’organizzazione dello spazio urbano contrassegnato da un moltiplicarsi di barriere che confinano i subalterni è il cuore stesso della formazione economica e sociale contemporanea. Il ritiro dello Stato dai territori non significa la sua estinzione tout court , ma la tendenziale scomparsa di una forma particolare dell’intervento pubblico: il welfare state. La crisi di quest’ultimo significa la crisi della legittimità storico politica dei subalterni e dunque della possibile esistenza legittima di spazi urbani diversi da quelli abitati dai dominanti o da quelli deputati alla valorizzazione del capitale.
La marginalizzazione urbana è dunque la materializzazione dell’esclusione politica. I territori abbandonati dallo Stato possono trasformarsi in territori al di fuori del suo controllo, anche se questo può voler dire luoghi governati da micropoteri di tipo malavitoso. Ma i territori fuori controllo possono anche diventare contenitori di autonomie insorgenti, cioè di una forma politica che rompe con i lacci del passato, con la dimensione statuale, con l’astrattezza della cittadinanza incarnandosi nella concretezza dell’appartenenza territoriale. Non si deve pensare a una logica dello scontro frontale, terreno caro alla macchina burocratico-militare, precisa Quadrelli, ma a una belligeranza permanete di queste autonomie finalizzata a destrutturare le rigidità statali, non a formarne di nuove. Non la presa dello Stato, dunque, ma una lotta di lunga durata per portare avanti processi di liberazione e autogoverno.

Dopo questa parziale sintesi del libro, possiamo capire perché Infoaut sostenga, in uno dei suoi interventi, che la riflessione di Lefebvre, con tutto il suo potere anticipatorio, ci lascia oggi con un senso di incompiutezza. Parlare di diritto alla città, infatti, significa fare riferimento ad un assemblaggio istituzionale, quello della città del welfare, che prevede una dialettica possibile tra movimenti e istituzioni. Nell’epoca attuale questa tensione sembra potersi dare solo come strappo. Come contrattazione sociale che lega inscindibilmente appropriazione e difesa autonoma delle conquiste ottenute. Più che di diritto alla città, sostiene Infoaut, si pone l’urgenza di un progetto di città da prefigurare e contrapporre alla città esistente. In altri termini, si potrebbe sintetizzare, la sfida di oggi non è tanto quella di costruire rapporti di forza da far valere nella contrattazione con il potere quanto quella di far valere un’istanza di (contro)potere nell’immediatezza delle lotte. Più sfumata appare la posizione espressa da David Harvey nell’intervista contenuta nel volume: non bisogna essere Stato-fobici, ma neanche Stato-centrici. E’ cioè assolutamente necessario costituire una serie di poteri al di fuori dello Stato in grado di intrattenere un rapporto forte con esso.
Siamo qui di fronte ad un nodo politico importante. Personalmente ritengo che proprio l’esplosione-implosione della città, per dirla con Lefebvre, sia uno degli elementi che pone la questione di un livello di socializzazione della produzione su scala sufficientemente ampia, di un coordinamento produttivo con un livello minimo di centralizzazione capace di andare oltre la mera sommatoria di autogoverni su piccola scala. Certamente, da un punto di vista concettuale, socializzazione non è sinonimo di statalizzazione. E ancor meno coincide con la rigida e autoritaria programmazione di stampo sovietico. Di sicuro non si tratta di una questione all’ordine del giorno, mentre urge l’attuazione di una strategia in grado di dare concretezza e capacità espansiva a obiettivi come autonomia, riappropriazione e autogestione a partire dai conflitti nei territori. Senz’altro oggi lo Stato è strutturalmente un interlocutore sordo e ostile, per principio refrattario alle minime concessioni. Ciò nonostante il problema rimane. Almeno a livello della costruzione di un immaginario alternativo allo stato di cose presenti, un immaginario in grado di prospettare una credibile via di uscita dalla incipiente barbarie urbana. L’impossibilità di pensare il nuovo, e di farlo in grande, è uno dei frutti avvelenati del realismo capitalista che ci intrappola nella rassegnazione e nell’impotenza.

 

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