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Guerra del petrolio? Spigolature geopolitiche (2.1)

Altrove girano almeno un paio di interpretazioni. La prima è più strettamente economica e vede questo calo in funzione della diminuita domanda mondiale dovuta alla stagnazione dell’economia occidentale e al rallentamento dei Brics di contro a un’offerta accresciuta anche dall’aumento della produzione statunitense grazie al fracking.

Ora, al meccanismo “puro” domanda-offerta può credere forse qualche economista accademico ma questa lettura tiene poco tanto più per una materia prima cruciale come il petrolio, il cui prezzo legato al dollaro segue da sempre una dinamica finanziaria e geopolitica strettamente intrecciate: vogliamo ricordare il ’73, il ’79, l’’85, il ‘90? Oltre tutto fosse così non si capirebbero il ritmo così accelerato e la tempistica del calo né perché la risposta dell’Opec, leggi: Arabia Saudita, sia stata quella di aumentare la produzione piuttosto che di tagliarla a costo di perdite secche. Certamente il rallentamento complessivo dell’economia mondiale con l’acuita concorrenza che ne segue è lo sfondo che rende possibile quanto sta accadendo al prezzo del petrolio, ma gli strani meccanismi di trasmissione vanno più plausibilmente rintracciati altrove.

E cioè nei fattori geopolitici. Più precisamente: è all’opera un accordo1 tra Washington e l’Arabia Saudita in primis contro la Russia, in subordine contro l’Iran. Con questa chiave di lettura, già a ottobre Thomas Friedman scriveva sul NYT che siamo di fronte ad una vera e propria “guerra per mezzo del petrolio” (http://www.nytimes.com/2014/10/15/opinion/thomas-friedman-a-pump-war.html?ref=opinion&_r=0).2

Gli scenari sono sotto gli occhi di tutti. Il “contenzioso” ucraino fatto precipitare da Washington contro Mosca e che dallo scorso febbraio vede un’escalation – ultimo episodio la nomina del “governo degli stranieri” a Kiev (http://temi.repubblica.it/limes/in-ucraina-nasce-il-governo-degli-stranieri/67527) – che punta a provocare un intervento militare russo con tutte le conseguenze del caso per Mosca (isolamento internazionale, definitiva rottura con l’Europa, possibili problemi sul fronte interno, difficoltà economiche, ecc.). E, molto più collegato al primo di quanto non sembri, il crescente caos “pilotato” in Medio Oriente dove dietro l’ambiguo, per lo meno, conflitto al cosiddetto califfato da parte della rinnovata coalizione Usa-Arabia Saudita sta in realtà l’obiettivo di rientrare in Siria e abbattere il regime di Assad supportato da russi e iraniani (http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/12839-il-califfato-non-esiste).

Ora, non è un segreto che gli introiti da esportazioni di petrolio e gas per Russia (e Iran) ammontano a circa la metà del totale. Il crollo dei prezzi significa quasi seduta stante veder decurtati di brutto i bilanci statali e azzoppata qualsivoglia strategia economica indipendente, anche al di là delle sanzioni varate per l’affare ucraino e delle crescenti difficoltà di finanziamento sui mercati internazionali. Del resto, di ciò si parla da tempo apertamente sulla stampa americana. Ed è ben chiaro al governo russo che per bocca del ministro degli esteri Lavrov ha esplicitamente parlato di strategia statunitense per un regime change a Mosca (http://libertyblitzkrieg.com/2014/12/01/tensions-between-the-u-s-and-russia-are-worse-than-you-realize-remarks-by-foreign-minister-sergey-lavrov/). Tutto ciò non fa che aggiungersi alle debolezze strutturali dell’economia russa.3

La strategia saudita è di area: colpire la presenza sciita in tutte le sue forme e affossare il regime iraniano, dopo aver fatto fuori i rivali sunniti dei Fratelli Musulmani (vedi la normalizzazione manu militari dell’Egitto post Tahrir) e ridimensionato le aspirazioni turche. Attenzione: l’attivismo saudita, forte della capacità di manipolazione apparantemente senza fine delle formazioni militanti salafite, è sempre più autonomo. La rinnovata alleanza con Washington è di convenienza – dopo i contrasti profondissimi durante la cosiddetta primavera araba – in attesa della fine segnata di un Obama anatra zoppa e sempre più sbiancato dalle mobilitazioni dei neri all’interno. Mentre sempre più profonda, ma ovviamente non strategica, la tacita alleanza con Israele che da parte sua supporta, oramai senza troppi infingimenti, i combattenti islamisti anti-Assad (http://www.lastampa.it/2014/12/08/esteri/fra-i-feriti-siriani-sul-golan-torneremo-a-combattere-lHAWjlS0K1RbfChjmHNcjK/pagina.html).

Sul versante statunitense la nuova crociata anti-russa4 ha molteplici risvolti e obiettivi. In estrema sintesi: vanificare la strategia di “unione economica euroasiatica”, inserire un cuneo nei rapporti con la Germania, spezzare il primato di forniture energetiche all’Europa, rendere impossibile ogni controbilanciamento militare in Medio Oriente.

Ma più in generale, per Washington si tratta di riprendere in mano il controllo globale dei flussi energetici, rimpolpando il flusso dei petrodollari e contribuendo a garantire il dominio globale del dollaro contro i tentativi in atto di de-dollarizzazione di parte del commercio mondiale che, se fanno perno nella Cina, vedono nella Russia un importante attore. Il fracking – che ha permesso l’abbattimento delle importazioni Usa ma con notevoli costi ambientali e la creazione di una notevole bolla speculativa – sta tutto all’interno di questa strategia complessiva prima e più che essere un “innovativo” ambito di investimento che garantirebbe agli Usa una alquanto presunta autonomia energetica.

Ci sta dunque, per Washington, anche la messa in conto dello spiazzamento, con un prezzo del petrolio in calo, di parte dei pozzi fai-da-te di shale oil degli ultimi anni, e di un po’ di finanza-carta, a favore dei produttori della penisola arabica – così come per questi ci può stare la perdita transitoria di petrodollari in cambio della prospettiva di aver indebolito pericolosi concorrenti, rispetto al mercato europeo (v. il progetto di pipeline qatarino, contro quello iraniano, verso il Mediterraneo attraverso la Siria previo affossamento di Assad) e alla diversificazione delle importazioni energetiche cinesi. La prima “vittima” di tutto ciò è il progetto South Stream che avrebbe portato le forniture russe in Europa centro-meridionale bypassando l’Ucraina (per Renzi: it’s ok!). Ma è tutta l’Europa che sta diventando un terreno di battaglia di strategie decise altrove: Berlino batterà un colpo?

Insomma, non è poco quanto sta dietro quella che Mike Whitney su Counterpunch ha definito lo scoppio di una guerra economica aperta contro la Russia (http://www.counterpunch.org/2014/12/01/defending-dollar-imperialism/). Perché gli Usa stanno accelerando? Sullo sfondo, ma neanche tanto, il containment americano della Cina: in estrema difficoltà il tentativo di catalizzare contro la Cina le nazioni asiatiche, militarmente con il Pivot to Asia ed economicamente con la Transpacific Trade Partnership – come ha evidenziato il recente vertice Apec di Pechino – Washington sta passando a fare terra bruciata intorno al riorientamento cinese away from the dollar, via dal dollaro, come titola il Financial Times (http://www.ft.com/intl/cms/s/0/4ee67336-7edf-11e4-b83e-00144feabdc0.html#axzz3LZpUkvnH), al tentativo di crearsi una rete di rapporti che bypassi l’Occidente. E la Russia è un pezzo importante del puzzle, non solo per l’energia.

La pausa di due anni della crisi globale sta saltando, venti di guerra tornano a farsi sentire… Una sinistra antisistemica ha qualcosa da dire di suo o, nel caso da non escludere di guerra aperta in Ucraina, è pronta ad adagiarsi sulla sinistra liberal?

11 dic ‘14

rk

 

Se questo tema, ascolta l’intervista di Radio Blackout a Raffaele Sciortino

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Note

1 Secondo le fonti, concordato lo scorso settembre in un incontro tra Kerry e il re saudita.

2 In Italia ne hanno parlato in pochissimi: v. Floros (http://temi.repubblica.it/limes/il-prezzo-del-petrolio-il-dollaro-e-lo-scontro-tra-russia-e-usa/67455) e Alberto Negri sul Sole24ore del 28 novembre scorso.

3 Putin ne è consapevole: v. http://eng.kremlin.ru/news/23341.

4 V. la recente risoluzione 758 del Congresso americano che nei fatti estende la dottrina nato della sicurezza collettiva all’Ucraina e apre a forniture militari “letali” all’Ucraina: https://www.govtrack.us/congress/bills/113/hres758/text.

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