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Divieto di manifestazione: il “diritto alla città” dei ricchi

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Come prevedibile la farsa dell’unità democratica ha portato alle sue ovvie conseguenze, una restrizione ulteriore della libertà di manifestare il proprio dissenso contro le politiche di un governo che sta approfondendo sfruttamento ed espropriazione, privatizzazioni ed imponendo la legge del mercato in ogni angolo del nostro vivere quotidiano. Il divieto di manifestare nei centri cittadini arriva a poche ore dal voto in Consiglio dei Ministri della nuova legge di bilancio con tutto il suo portato di misure antipopolari passate ovviamente sotto silenzio dai media ufficiali.

Non bisogna pensare in alcun modo che le due cose siano slegate. Sono due aspetti dello stesso modello, quello che funzionalizza i territori completamente all’estrazione del profitto da essi. L’esclusione sociale e il disciplinamento del vivere insieme vanno di pari passo nella costruzione di città dove l’elemento umano deve sparire per essere sostituito da una serie di flussi commerciali che vanno sempre dal basso verso l’alto. La ristrutturazione che il capitale ipotizza durante la crisi pandemica va tutta in questa direzione. La finta transizione ecologica, la digitalizzazione e le varie forme di innovazione sono un corredo di strumenti che infine non rendono sostituibile l’elemento principale, la soppressione del dissenso.

E dunque dopo anni in cui i centri vetrina delle città sono stati uno dei principali luoghi di investimento e valorizzazione, accompagnati dalla loro imprescindibile dose di decreti antidegrado ed esclusione, ecco che ci troviamo di fronte ad un altro step di questo infame percorso. I centri cittadini, le piazze, sono sempre stati il luogo della politica, per la natura di come le città si sono sviluppate fin dall’antica Grecia, ma oggi l’accesso a quelle strade, a quelle piazze diviene funzionalizzato unicamente al consumo. La legge del mercato imposta ad ogni ambito del vivere in comunità. La politica dunque non sparisce, ma diventa sempre più dominata da questa ideologia e i sindaci, le amministrazioni locali diventano manager. Peccato che sia un’ideologia falsa, che ha bisogno di un’enorme quantità di violenza e soppressione per essere imposta.

E’ il “diritto alla città” dei ricchi, dove gli unici agenti riconosciuti come cittadini sono quelli economici. Chi non ne fa parte può accedervi solo se si qualifica come consumatore, dunque agente economico esso stesso, o come forza lavoro sfruttata.

Queste sono le città del futuro secondo il paradigma che ci è imposto, le smart cities, ed altre porcherie varie. La politica dunque non sparisce, ma diventa nuovamente politica per censo, come l’ultima tornata amministrativa ha ampiamente dimostrato.

Il conflitto sociale viene gestito in maniera preventiva. Non c’è alcuna soglia di tolleranza per questo progetto. Lo spettro dell’instabilità viene evocato a tavolino con una recita delle parti e chi governa è già consapevole di quali sono gli esiti a cui vuole arrivare. Misure paragonabili alle “leggi speciali” di fronte a delle piazze che esprimono livelli di dissenso e contrapposizione neanche paragonabili a quelli di solo dieci anni addietro. Tutto ciò avviene nel nome del diritto dovere a consumare, e nell’uso strumentale dell’aumento dei contagi, che ancora una volta scarica la criminale gestione della crisi pandemica, innervata dell’ideologia di cui sopra, verso il basso. Chi non ha capito dove si andava a parare mesi fa o è ottuso o in malafede.

La crisi di leggittimità del comando corrisponde al carico di coercizione che esso impone. Ma il dato che viene prima è proprio questa sua crisi di legittimità, l’evidenza, ormai chiara a sempre più gente anche se in maniera confusa, che questo sistema di sviluppo non è sostenibile. Dunque quanto sta accadendo va di nuovo guardato con uno sguardo generale, oltre la repressione e i suoi effetti diretti, cogliendo la posta in gioco complessiva di cui la controparte è ben consapevole.

 

 

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