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L’operazione contro i No Tav è un pacco (di Natale)

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Ennesima operazione fuffa della questura di Torino che questa mattina ha fatto irruzione nelle abitazioni di 16 attivisti No Tav per notificare misure cautelari ed effettuare perquisizioni.

I fatti che gli vengono contestati riguardano la marcia in Val Susa del 27 luglio, nell’ambito della quattro giorni del Festival Alta Felicità. In quella data, oltre quindicimila No Tav si sono riversati in Val Clarea violando la zona rossa e riuscendo ad abbattere uno dei cancelli messi a difesa del cantiere dell’Alta Velocità.

Mattia e Giorgio – già ai domiciliari per i fatti accaduti durante il G7 del lavoro di Torino – avevano subito un aggravamento delle misure cautelari proprio a causa delle indagine seguite alla marcia No Tav del 27. Oggi i due sono stati portati al carcere delle Vallette, mentre ad altri dodici No Tav sono stati notificati dieci divieti di dimora da alcuni comuni della valle e due obblighi di firma.

L’operazione arriva a pochi giorni dalle festività natalizie, con l’evidente intento di mettere sotto pressione psicologica i No Tav e, al contempo, di procrastinare la loro liberazione a causa del periodo feriale.

Il tentativo è inoltre quello di assestare un colpo in termini di opinione pubblica al Festival Alta Felicità, che ormai da anni riunisce in Val Susa migliaia di giovani e meno giovani da tutta Italia in solidarietà al movimento.

La marcia del 27 luglio si era svolta a pochi giorni dalla decisione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di proseguire i lavori di costruzione del Tav Torino – Lione, nonostante le promesse fatte dai pentastellati durante la campagna elettorale. Fin dal principio, il movimento aveva dichiarato pubblicamente che avrebbe violato la zona rossa e raggiunto il cantiere, con l’intento collettivo di mostrare la devastazione ambientale provocata dalle opere propedeutiche di realizzazione dell’Alta Velocità in Val Clarea a chi partecipava al Festival. Nessuna strategia pre-organizzata o azione coordinata da pochi, come invece in queste ore la questura tenta di dimostrare, ma semplicemente la volontà collettiva di un movimento di lotta di non sottostare ai dettati del Prefetto e di non accettare lo sfruttamento e la distruzione della terra e dei territori.

La storiella che raccontano le veline della questura parla di un’operazione mirata ai leaders dell’ala più “oltranzista” del movimento. L’operazione è stata immediatamente ripresa e supportata dai giornali, tanto che alle h 6:20, prima ancora che la polizia entrasse nelle case dei No tav indagati, pubblicava articoli con i loro nomi e i dettagli dell’inchiesta.

Una montatura davvero incredibile, dal momento che il popolo No Tav in quell’occasione, come sempre nella sua storia, decise collettivamente come portare avanti l’iniziativa di lotta.

Per legittimare la propria narrazione, la digos riporta sui documenti dell’inchiesta frasi decontestualizzate e frammentarie di incitazione al corteo che tentava di forzare la zona rossa e le attribuisce a Mattia e Giorgio, accusandoli di avere un ruolo coordinativo dell’iniziativa. Tuttavia, sappiamo che quelle parole potrebbero essere state proferite da chiunque quel giorno partecipava all’emozionante e determinata manifestazione per i sentieri della Clarea. Il fine del corteo era infatti ben noto e tra i manifestanti a migliaia supportavano i No Tav che lavoravano “alla moda valsusina” per tirare giù il cancello. In questo modo però, la questura tenta di proseguire la propria campagna di persecuzione nei confronti degli attivisti più partecipi al movimento e che non si fanno intimorire dai provvedimenti giudiziari.

Questa vicenda è una farsa a tal punto che tra le persone perquisite questa mattina vi sono due compagn* di cui uno è semplicemente indagato, ma non denunciato, e l’altra non lo era nemmeno. Il loro attivismo è giustificazione per la questura di essere “certamente a conoscenza di una strategia predeterminata dagli indagati al fine di attaccare il cantiere”.

E’ talmente una montatura che le misure cautelari richieste dal PM Arnaldi di Balme di carcere o arresti domiciliari per gli altri dodici attivisti non ha retto di fronte al GIP, che ha considerato i divieti di dimora e gli obblighi di firma misure più adeguate, e in ogni caso da mettere al vaglio dell’interrogatorio di garanzia.

Inoltre, tramite una conferenza stampa la questura preannuncia una seconda parte dell’operazione (probabilmente dettata dall’inconsistenza della prima!), tentando di racimolare nuovi indizi di colpevolezza con le perquisizioni effettuate a casa degli indagati.

Nei giorni in cui il fallimento della COP25 sancisce il totale disinteresse dei potenti della terra per la crisi climatica, la questura di Torino non ha di meglio da fare che inventare teoremi per perseguire i No Tav che combattono contro l’ecocidio rappresentato dalla tratta Torino – Lione.

Da parte nostra, sappiamo che staremo sempre vicino a coloro che vengono indagati e incarcerati poiché liberare tutti vuole dire lottare ancora.

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