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Una fragile (sanguinosa) tregua

Alle 10 di questa [ieri] mattina è partita la tregua di 60 giorni (rinnovabile) tra Israele e Hezbollah, orchestrata dagli Stati Uniti e in parte dalla Francia. Una tregua fragile e sporca, che riporta la situazione ad un impossibile status quo ex ante, come se di mezzo non ci fossero stati 4000 morti (restringendo la guerra al solo Libano) e 1.200.000 sfollati su un paese di circa 6 milioni di abitanti.

da Radio Blackout

Una tregua che ha visto Israele sganciare il massimo numero di bombe nelle ultime 24 ore prima del fatidico inizio dell’accordo, con l’obiettivo dichiarato di massimizzare i danni fino all’ultimo momento. Un Nethanyau che ha bisogno di chiudere un capitolo della grande guerra, quella contro i nemici esterni più vicini per meglio “terminare” lo sporco lavoro nella Striscia di Gaza; dall’altra il partito-milizia Hezbollah che ha bisogno di prendere fiato per rinserrare i ranghi dopo i duri colpi subiti, con una decapitazione dei vertici che è però ben lungi dal rappresentare l’agognato obiettivo politico-militare israeliano di sradicarlo come minaccia a nord.

Sul terreno rimane la società annientata di uno stato già fallito, una società che raccoglie i suoi cocci cercando di non farsi fagocitare nell’ennesimo capitolo di una guerra civile lungo linee politico-confessionali agita da attori esterni. Ma intanto, le prime significative immagini sono quelle di un’enorme massa di popolazione che rientra nei propri villaggi ancora distrutti, sfidando la presenza ancora operante delle forze militari israeliane sul territorio.

Abbiamo raggiunto al telefono Camilla, una compagna che vive e lavora a Beirut, per farci raccontare le ultime ore della città prime della tregua

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