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Siria, Mukhabarat e violenza. Perché Damasco non cederà alle richieste dei manifestanti.

Damasco – Nella giornata di venerdì le agenzie, in un’ora, sono passate dal dichiarare la morte di venti manifestanti a sessanta e in seguito, ottanta. Questa mattina, sabato ventitré aprile, si è raggiunto il triste primato di 112. L’escalation senza fine della crisi siriana ci pone di fronte all’evidenza che il governo di Bashar e lo stesso presidente siano sempre più intenzionati a non voler fermare una  “mattanza” che invece d’indebolire gli oppositori al regime, li rafforza. Ogni venerdì, un numero sempre maggiore di persone decide di scendere in piazza nella maggioranza delle città siriane.

Sul canale della Bbc in lingua araba si è dibattuto, ieri sera, su quanto i siriani siano stufi di un regime di sicurezza che favorisce corruzione, disoccupazione, propaganda e scarsa libertà di parola. È vero, il presidente ha abolito questa settimana lo stato d’emergenza, ma, a livello pratico nulla cambia, le leggi ordinarie siriane sono sufficienti per preservare il potere dei servizi segreti e delle agenzie di polizia interna.

Lo stesso Bashar ha dichiarato, lo scorso giovedì, che il popolo è adesso, dopo quasi cinquant’anni, libero di manifestare pacificamente: ieri gli oppositori sono scesi in piazza disarmati: ergo, la decisione di reprimere con violenza è quindi attribuibile alla stessa famiglia Assad. Come sottolineato da Robert Fisk in un recente articolo sull’Independent, il regime non cederà mai, gli interessi sono troppo rilevanti. “Hanno detto che combatteranno la corruzione, ma credete forse che Assad farà arrestare suo cugino Rami Makhlouf, suo fratello Maher Assad, suo zio Dhu Himma Shaleesh e tutta la sua famiglia? Che ci restituirà i soldi che hanno rubato? Non chiediamo cibo o aumenti salariali, vogliamo cambiare l’intero sistema e impiccare tutta la famiglia Assad…”[1] Il sistema politico siriano è paragonabile a quello iraniano: esercito, servizi segreti e maggioranza politica, sono strettamente legati, in più, il partito Ba’ath e gli Alawiti rafforzano una élite per nulla intenzionata a modificare lo status quo. Il regime ha le potenzialità per farlo: gli oppositori siriani, a differenza degli yemeniti, non sono armati e le voci concernenti di gruppi di salafiti presenti tra gli oppositori, non sono state confermate. La maggioranza di chi ha deciso di scendere in piazza, si oppone solamente a un regime che è espressione di un’élite del paese, ricca, potente, e che risiede a Damasco nei bei quartieri di Abu Roummaneh e Muhajirin.

La fine del regime Alawita provocherebbe il congelamento delle relazioni preferenziali di Damasco con Hezbollah e l’Iran, e una rivoluzione nei rapporti diplomatici con Libano, Israele e gli Stati Uniti.

A questo proposito, e a differenza di facili previsioni, Tel Aviv non sarebbe particolarmente soddisfatta di un evidente cambio di regime; la Siria di Bashar è per la propaganda israeliana un target facile, un nemico conosciuto e prevedibile, diverso sarebbe se, come per l’Egitto, a Damasco venisse eletto un governo democratico, attraverso un voto popolare che sottolinei la vera volontà della nazione.

Che ingenti quantità di armi giungano in Libano dall’Iran, attraverso la Siria, è un dato certo; che un governo a maggioranza sunnita non sia propenso a sostenere il partito sciita libanese può essere un’eventualità ipotizzabile.

Tuttavia, al momento, rimane molto difficile fare ipotesi: l’unica che si può azzardare e che il governo siriano non è in alcun modo intenzionato e farsi da parte e a concedere il multipartitismo, così come richiesto dalla collettività. Ieri, le principali città del paese sono state sigillate dalle forze armate: Homs, Hama, Banyias, Daraa e alcuni quartieri di Damasco; l’obbiettivo è cercare di fermare gli insorti, far si che le loro voci non giungano troppo lontano. L’agenzia siriana Sana e la televisione nazionale hanno parlato ieri di otto morti, invece di ottanta e le interviste di persone comuni, alla Tv, erano esclusivamente di cittadini pro- Bashar. Finché, la comunità internazione, impantana in Libia, non farà sentire con maggiore forza la propria voce, le possibilità che gli oppositori riescano ad ottenere il sostegno sperato, rimangono esigue, mentre l’eventualità che la repressione sia ancora più incisiva, è già evidente. Un ultimo aspetto da dover sottolineare è che soltanto una parte del paese stia manifestando: cristiani, drusi, alawiti, sciiti e la comunità ricca sunnita (oltre il 40% degli abitanti) non hanno alcuna intenzione di opporsi alla famiglia Assad; nella stessa Damasco, soprattutto nei quartieri della città vecchia, il timore che la scarsa presenza di turisti, evidente rispetto all’anno scorso, si trasformi in totale assenza, non incentiva di certo a prendere posizione contro il governo. Il problema rimane più sociale che religioso.

 

Marco Demichelis

Università degli Studi di Torino


[1] R. Fisk, Intrigo Internazionale, Internazionale 22-28/Aprile, 2011.

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