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Quando fallirà la promessa gialla?

Riprendiamo daSenza Tregua contro i Padroniil recente scritto* di Marwan Abdel Al – dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (3 novembre 2025).

Da Balfour a Trump, dal distintivo giallo alla linea gialla, la stessa storia si ripete in un unico colore, un colore che macchia le mappe e dipinge sia la geografia che la memoria.

Più di un secolo dopo la Dichiarazione Balfour, la tragedia palestinese continua a rinnovarsi in forme diverse, ma conserva un’unica essenza: la persistenza del progetto coloniale occidentale attraverso nuovi strumenti e nomi mutevoli. La Dichiarazione Balfour del 1917 era, nella sua essenza, la proclamazione di un ordine mondiale costruito sulla negazione dei popoli indigeni e sulla loro sostituzione con i coloni, non come un incidente storico, ma come una pietra angolare della moderna “civiltà occidentale”. Non era tanto una promessa agli ebrei quanto una promessa all’Impero britannico stesso: una garanzia che il suo dominio in Oriente sarebbe durato attraverso la creazione di uno Stato che svolge una duplice funzione: servire gli interessi occidentali e smantellare la geografia araba dall’interno.

Quasi un secolo dopo, la prima promessa di Trump è arrivata nel 2017, riconoscendo Gerusalemme come capitale dell’Occupazione, seguita dalla sua seconda promessa nel 2025, il cosiddetto “Piano Trump”. Ancora una volta, la scena è apparsa nella sua forma più cruda. Proprio come Balfour ha concesso terre che non possedeva a coloro che non le meritavano, Trump ora offre un “cessate il fuoco” che non cessa il fuoco, una cosiddetta fine della guerra che non pone fine alla guerra, ma piuttosto riprogetta la geografia palestinese per adattarla al progetto di sterminio sistematico.

Ciò che oggi viene chiamato “cessate il fuoco” è semplicemente il perfezionamento dei massacri di ieri, la trasformazione dell’uccisione da atto militare a sistema amministrativo. In passato, lo sterminio veniva effettuato mediante bombardamenti; oggi, viene esercitato attraverso il controllo dei valichi, dell’elettricità, dell’acqua e del cibo, attraverso mappe a colori che dividono Gaza in zone “di sicurezza” e “umanitarie” sotto una supervisione tutt’altro che internazionale, consolidando la separazione invece di porvi fine.

Tra la promessa di Balfour e quella di Trump, persiste la stessa traiettoria: un colonialismo che cambia il suo linguaggio ma non la sua essenza. Il primo ha creato il mito della “terra senza popolo” – concedendo ciò che non possedeva a coloro che non lo meritavano – mentre il secondo crea il mito del “Consiglio per la pace umanitaria”. Entrambi poggiano sulle stesse fondamenta: la cancellazione del palestinese come soggetto politico, riducendolo a una figura puramente umanitaria, una vittima perpetua la cui vita è gestita dall’esterno. Così, il ghetto diventa la forma moderna dello Stato che non è mai stato autorizzato a esistere; “l’aiuto umanitario” sostituisce la sovranità nazionale e il “monitoraggio” diventa una nuova maschera per il controllo coloniale.

Un lettore della storia occidentale moderna riconoscerà questi schemi. Quando l’Europa nazista dipinse linee gialle sui negozi ebraici e li costrinse a indossare distintivi gialli, stava aprendo la strada all’isolamento e allo sterminio. Quando fu creato il “Ghetto di Varsavia”, si disse che era temporaneo, per “organizzare la vita”, ma in realtà era un preludio all’omicidio di massa. Oggi, quando sulle mappe di Gaza compaiono linee gialle che separano le “zone sicure” dalle “aree proibite” e quando si dice che una tregua mira alla ricostruzione, è in atto la stessa logica: l’isolamento come preludio a una cancellazione politica a lungo termine.

È lo stesso segno giallo, trasferito dal braccio alla geografia, da un simbolo di vergogna individuale a un intero sistema imposto a un intero popolo.

Questa logica trova un precedente anche nella storia americana, nella creazione delle “riserve” dei nativi americani. Lì, l’idea di “protezione” era una maschera per la totale cancellazione culturale e geografica. Le riserve sono state istituite in nome della pace, ma sono servite come strumenti di lento annientamento, confinando le popolazioni indigene in zone isolate controllate dall’esterno. Oggi, quell’esperimento viene ripetuto sulle coste di Gaza, non nella sua vecchia forma grezza ma attraverso nuovi meccanismi legali e politici: “amministrazione umanitaria”, “supervisione della sicurezza”, “supervisione internazionale”, termini morbidi che nascondono la continuazione del colonialismo nella sua forma tecnologicamente più raffinata.

Nell’era Balfour, il linguaggio era apertamente imperiale. Nell’era Trump, il linguaggio è “umanitario”, ripulito attraverso il vocabolario dei diritti umani, ma con lo stesso scopo: legittimare il controllo. I “piani di pace” politici possono sembrare orientati verso l’insediamento, ma in sostanza sono insediamenti sul sangue e sulla memoria. Il riconoscimento richiesto ai palestinesi oggi non è dei loro diritti ma della loro sottomissione; il cessate il fuoco offerto loro non è la fine dell’aggressione ma la sua continuazione in una forma silenziosa e prolungata.

Ciò che si sta verificando oggi a Gaza non è semplicemente una catastrofe causata dall’Occupazione: è uno specchio trasparente della storia coloniale dell’Occidente, che si estende dal distintivo giallo alla linea gialla, alla promessa gialla; dal ghetto di Varsavia al ghetto di Gaza; dalle riserve dei nativi americani alle zone di isolamento disegnate con inchiostro americano. Sono tutti anelli della stessa catena di credenze: la dottrina della superiorità che giustifica l’esclusione e la maschera da civiltà o pace. Ma ciò che cambia oggi è che la vittima non è più silenziosa. Gaza, il ghetto moderno, è diventata il simbolo inverso di quello antico. Il segno giallo non è più un distintivo di vergogna, ma un segno di resistenza. I ghetti non sono più tombe della memoria, ma laboratori di puro significato umano. Nell’affrontare l’isolamento, emerge una nuova consapevolezza: che la lotta non è più solo per la terra, ma per il significato stesso. Chi definisce la vittima? Chi garantisce la legittimità? Chi detiene il diritto di narrare?

Affrontare la promessa di Trump del 2025 non si otterrà accettandone i termini o gestendo una versione migliorata del ghetto, ma smascherandone la logica coloniale e ripristinando l’essenza morale e politica del riconoscimento: il riconoscimento dei diritti storici del popolo palestinese, non del dominio impostogli. Un vero cessate il fuoco non consiste nella riduzione dei bombardamenti, ma nello smantellamento del sistema che li produce. La giustizia non può basarsi su un falso equilibrio tra carnefice e vittima, ma sulla responsabilità e sul ripristino del diritto.

Da Balfour a Trump, dal distintivo giallo alla linea gialla, la grande domanda morale si ripete: quante volte il palestinese deve essere punito prima che l’Occidente sia soddisfatto della sua sopravvivenza? La risposta sorge dall’interno del ghetto stesso – dalle rovine delle case, tunnel e dagli accampamenti della fermezza: questo popolo non cerca aiuti umanitari senza la liberazione nazionale, nessuna tregua che diventi una bomba a orologeria, ma piena libertà e piena giustizia. Questo è il vero significato di porre fine al crimine – l’unico significato che può far crollare sia le promesse di Balfour che quelle di Trump, riscrivendo la Storia in nome di una Palestina democratica e libera – portando al mondo la sua redenzione da una Storia inquinata dal razzismo e dal genocidio.

La “promessa gialla” non è mai stata un evento passeggero, ma un sistema autoperpetuante di inganno, illusione e dominio – che si riproduce ogni volta che i palestinesi si ribellano, resistono e dichiarano la loro libertà. Ogni “tregua” per l’occupazione è solo un trucco per l’assedio; ogni “piano di pace” è un altro capitolo di una vecchia promessa che deve ancora cadere.

Pubblicato su Al-Akhbar lunedì 3 novembre 2025

*traduzione a cura della Redazione di Senza Tregua Contro i Padroni

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