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Non è un Risiko

La Germania infine ha ceduto alle pressioni USA: autorizzerà l’invio dei carri armati Leopard in Ucraina. Segno che qualsiasi illusione di una risoluzione anche parziale del conflitto in tempi brevi è improbabile e qualsiasi speranza in una politica autonoma dell’UE è svanita.

La questione è più politica che sostanziale, almeno per il momento. Infatti le indiscrezioni parlano di almeno 30 carri armati M1 Abrams in arrivo dagli Stati Uniti e tra 80 e 100 Leopard 2 che saranno donati dai paesi europei. Di per sè questi asset non sono in grado di garantire un cambiamento strategico sul campo, senza contare i tempi di trasferimento dei mezzi e il necessario addestramento militare per il loro utilizzo. L’invio di carri armati però sfonda un’altra soglia sostanziale della guerra per procura in corso. Infatti apre la strada al rifornimento in futuro di armamenti sempre più pesanti e sempre più tecnologici, da modulare a seconda del livello di sfiancamento che le elites euroatlantiche si aspettano che si manifesti prima o poi nell’esercito e nell’economia di guerra russa.

Ma come fa notare Emmanuel Todd (in questo articolo di cui consigliamo la lettura integrale) a chi sottolinea che il PIL della Russia è paragonabile a quello della Spagna:

“Ci si chiede come questo PIL insignificante possa affrontare e continuare a produrre missili. Il motivo è che il PIL è una misura fittizia della produzione. […] Gli Stati Uniti hanno ora più del doppio della popolazione della Russia (2,2 volte nelle fasce di età degli studenti). Resta il fatto che con proporzioni da parte di coorti comparabili di giovani che fanno istruzione superiore, negli Stati Uniti, il 7% sta studiando ingegneria, mentre in Russia è il 25%. Ciò significa che con 2,2 volte meno persone che studiano, i russi formano il 30% di più ingegneri. […] Non vi è dubbio che gli Stati Uniti abbiano alcune delle tecnologie militari più avanzate, che a volte sono state decisive per i successi militari ucraini. Ma quando si entra nella durata, in una guerra di logoramento, non solo dalla parte delle risorse umane, ma anche di quelle materiali, la capacità di continuare dipende dal settore della produzione di armi più basso.”

Dunque l’aumento del volume e della potenza delle armi inviate più che lo sfiancamento della Russia, rischia di avere come conseguenza (ricercata?) un allargamento del conflitto.

In questo quadro l’Europa cedendo ai diktat USA con come contropartita per salvare la faccia l’invio di qualche carro Abrams si espone ancora di più alla perdita totale della propria capacità di decisionalità autonoma. Non solo, anche in campo militare la progressiva erosione degli armamenti europei porterà ad una dipendenza sempre più stringente dall’industria militare americana e quindi dall’autorizzazione all’utilizzo di questi armamenti da parte del governo statunitense.

Dunque il cappio si stringe ed il doppio fronte Usa, quello interno atto ad indebolire l’UE e quello esterno contro Russia e Cina, continua a gonfiare le possibilità di un’escalation.

Mentre i pennivendoli nostrani si lamentano del fatto che non abbiamo anche noi carri da inviare in Ucraina e si discute della comparsata propagandistica di Zelensky a Sanremo, urge prendere atto delle dimensioni e delle temporalità che sta assumendo questo conflitto e trovare delle forme di opposizione allargate al suo proseguimento a partire dalle nostre latitudini. Il 55% degli italiani dice no al riarmo, vorrà pure significare qualcosa?

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