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La Turchia e la guerra per il Nagorno-Karabakh

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L’11 ottobre a Mosca è stata siglata una tregua nella guerra sanguinosa scoppiata due settimane prima tra Armenia ed Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh. Un equilibrio instabile, che, oltre allo scambio di prigionieri e alla restituzione delle salme dei caduti, si baserebbe sulla ripresa dei negoziati affidati al “gruppo di Minsk”.

La controversia ha un retroterra storico-culturale di lunga data.
L’Armenia, a prevalenza cristiana, tra le chiese ortodosse orientali, e l’Azerbaijan, a larga maggioranza islamica, prevalentemente sciita, entrarono in conflitto per il Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero, provincia autonoma in epoca sovietica, riconosciuto parte dell’Azerbaijan dal 1991, ma controllato dagli armeni. Sebbene in territorio azero, infatti, la maggioranza della popolazione è armena, e il soviet locale vi proclamò una repubblica autonoma nel settembre 1991. Nel 1988, le truppe azere e le formazioni armene avviarono un lungo conflitto, con alterne vicende; la tregua del 1994, mediata dalla Russia, ha lasciato il Nagorno-Karabakh sotto controllo armeno di fatto. Oltre un milione di persone sono state costrette alla fuga, la popolazione azera (25% del totale) ha abbandonato l’enclave, mentre le popolazioni armene fuggivano dal resto dell’Azerbaijan, in un ulteriore esodo di profughi.

In questa partita c’è un quarto importante attore, la Turchia di Erdogan.
La Turchia è il potente alleato dell’Arzebaigian nel conflitto con l’Armenia per il controllo della regione contesa. Quali interessi muovono il sultano di Ankara?
Le mosse della Turchia si muovono lungo tre assi.
Il primo è l’espansionismo neo-ottomano di Erdogan, che in questi anni è intervenuto in aree un tempo sotto il controllo dell’impero, come la Siria e la Libia. Senza disdegnare incursioni in Africa, soprattutto in Somalia, e nel Caucaso.
L’interventismo turco genera un potente warfare, utile a cercare di arginare il malcontento interno, dovuto all’intrecciarsi di crisi economica, crisi sociale, pessima gestione della pandemia.
Non solo. La Turchia protegge e incrementa i propri interessi sui flussi di gas e petrolio, mettendo uomini in armi in Libia ed in Siria, e foraggiando la crescita dell’esercito azero, trasformatosi in pochi anni in modo radicale grazie alle forniture di armi e all’addestramento fornito da Ankara.

Erdogan ha stretto accordi per la fornitura di gas e petrolio azero, e, come in Libia e Somalia, gioca la carta della potenza amica, senza le ambizioni neocoloniali di paesi come l’Italia, la Francia, la Russia.

Sul piano interno la politica espansionista mira a rinforzare l’asse con i nazionalisti e a giustificare ulteriori attacchi alla libertà di espressione nel paese. Nelle ultime due settimane ci sono stati oltre 100 arresti, tra ex deputati, sindaci e giornalisti. Un giornalista di un’emittente non allineata è stato pesantemente multato per aver denunciato l’autoritarismo del regime azero.
Nel risico che investe il conflitto tra Armenia e Azerbaigian si inserisce un altro importante nemico della Turchia, l’Iran, che ha ottimi rapporti con l’Armenia.
Con buona pace di chi legge i conflitti con la lente esclusiva dello scontro tra religioni, vale la pena notare che la Turchia sostiene l’Azerbaigian a maggioranza sciita, mentre l’Iran è alleato con l’Armenia a maggioranza cristiano-ortodossa.
Le religioni sono un buon mezzo per giustificare le guerre e motivare i combattenti e chi, da casa, ne patisce le conseguenze, ma sono una pessima lente per decifrare la puntata del grande gioco che si sta facendo tra le montagne della terra del fuoco.

Ne abbiamo parlato con Murat Cinar, giornalista turco da molti anni a Torino

Ascolta la diretta:

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Da Radio Blackout

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