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La guerra che trasforma

Condividiamo il testo di presentazione del laboratorio politico a cura di Glomeda.org che si terrà sabato 6 giugno presso lo Spazio Autogestito Grizzly, Fano.

LA GUERRA CHE TRASFORMA
Per una prospettiva politica autonoma, dentro e contro il regime di guerra

Sabato 6 giugno – Spazio Autogestito Grizzly, Fano
Programma: 10.00 – Accoglienza / 11.00 – Inizio lavori / 13.00 – Pausa pranzo / 14.30 – Ripresa lavori

La guerra non è e non è mai stata solo un fatto militare, sia essa “tradizionale”, ibrida o cibernetica, sia essa asimmetrica o boots on the ground.

La guerra è un dispositivo molto più complesso rispetto alla sua “semplice” dimensione bellica, che investe profondamente l’agire sociale e le sue relazioni, così come le forme di vita.

La guerra, o meglio, il regime di guerra nel quale a livello globale siamo pienamente immersi, è un apparato totalizzante, un meccanismo totale innescato dalle singole vicende militari, che sta ridefinendo complessivamente la forma del vivere sociale.
Una ridefinizione radicale che sta travolgendo, con intensità diverse ed effetti differenti a seconda delle latitudini, il mondo per come lo conoscevamo fino a pochi anni fa.

La guerra non è un Moloch, è prima di tutto un articolato di rapporti di forza, rapporti di produzione e relazioni sociali, che segue linee di sviluppo imposte dal capitale, dove la posta in palio non è primariamente la distruzione del nemico, ma la produzione, singolare e collettiva, di soggettività disposte ad obbedire passivamente e ad accettare “naturalmente” la sua inevitabilità.

Dove l’obiettivo è la trasformazione di ogni rapporto, politico, economico e culturale che il dispositivo della guerra impone, ottemperando alle strategie di riassetto globale dettate dal capitale. 
La guerra che cambia, trasforma in profondità e, contestualmente, consente di contrarre al massimo livello il tempo dei cambiamenti.
Nel volgere di una finestra temporale estremamente ridotta l’intero impianto istituzionale internazionale è stato travolto, violato dall’interno, segnato irrimediabilmente da una frattura esercitata dall’alto, nel tentativo di riaffermare il dominio occidentale sui processi di accumulazione capitalistica.

La crisi climatica è stata cancellata dalle agende, l’establishment fossile è tornato ad affermare la sua centralità, sussumendo nelle sue logiche estrattiviste e predatorie su larga scala anche le potenzialità della cosiddetta transizione energetica, che in via complementare e sussidiaria alimentano la stessa macchina bellica energivora.

La “democrazia liberale” così come l’abbiamo conosciuta è stata intaccata nei suoi assi portantiin primis quello dell’intermediazione del diritto, soppiantata, in forma diretta e rivendicata, dall’uso della forza militare e della potenza economica, esercitate stracciando il dogma ideologico del libero mercato. 
Ridurre il processo innescato dalla guerra diffusa e costituente che ci sta risucchiando alla problematica di una “svolta autoritaria” indotta dai governi di destra, significa ignorare la vastità dei cambiamenti in atto e l’evidente corresponsabilità, scelta o subita poco importa, che in essi svolgono i governi, a prescindere dalla matrice politica della loro compagine.

Guerra e capitale, nel loro binomio inscindibile e nella loro relazione di continua reciprocità: un rapporto non sempre lineare e unilaterale, ma ciononostante “sistemico”, all’interno del quale la guerra, in un contesto complesso caratterizzato dalla scarsità di risorse disponibili e dalla parabola discendente del dominio occidentale, rappresenta la soluzione più immediata per rompere e ricomporre nuovi equilibri, quindi nuovi margini di profitto, cioè di potere, economico e politico insieme.

Da questo punto di vista il ruolo delle big tech nel modello attuale di guerra diffusa è esemplare: la loro capacità infrastrutturale è irrinunciabile e spazia senza soluzione di continuità dalla guerra all’economia, dalla propaganda al controllo sociale.

Al di là di possibili scenari futuribili, quello che è il paradigma della nostra contemporaneità, qui ed ora, è il tentativo antropologico, prima che sociale, dell’imposizione della forma della guerra come modalità di costruzione del nostro mondo, delle nostre vite e dei nostri pensieri.

Un’imposizione violenta, diretta e brutale, ma al contempo sfumata e silenziosa nella ricerca consensuale della sua accettazione.
“Siamo in guerra”, ci dicono, fatevene una ragione e adeguatevi.
Allo stesso tempo ce ne persuadono e ci invitano ad arruolarci e ad arruolare.

Proprio in questo scenario di condizionamento profondo, sorge l’urgenza di rivendicare un posizionamento politico e culturale autonomo rispetto allo scenario bellico attuale.

È necessario sottrarsi attivamente alla trappola della narrazione dominante che risolve la complessità dei processi in atto riducendola a una rappresentazione di opposizioni binarie che, mistificando il terreno reale di contesa della conflittualità, prova a riassorbire anch’essa dentro a un quadro di compatibilità all’arruolamento.

Dicotomie che forzando una semplificazione interessata, definiscono solo in superficie parti in causa e attori coinvolti, dicotomie che se mai abbiano avuto una funzione interpretativa, oggi appaiono del tutto inservibili e puramente strumentali a soffocare ogni pensiero critico, a restringere ogni agibilità al dissenso.

Affermare una postura autonoma non vuol dire rifugiarsi in una neutralità astratta, ma al contrario significa dotarsi di una presa di parola chiara e netta, che sia riconoscibile nella sua radicale incompatibilitàche sfidi l’indicibile e sia capace di misurarsi con la cruda materialità dei conflitti globali in corso e delle conseguenze da questi indotte.

L’individuazione delle traiettorie asimmetriche nella ridefinizione del potere globale; il rifiuto di un’equidistanza acritica che equipara l’opzione imperiale in declino alle polarità consolidate di nuova dominanza mondiale e alle potenze emergenti; l’assunzione di una prospettiva conflittuale, dal fronte interno al campo occidentale; la distinzione inequivocabile tra aggressione israelo-statunitense e difesa legittima nei paesi aggrediti come l’Iran; il riconoscimento dell’esperienza dei movimenti di resistenza e liberazione post-coloniale in Asia occidentale.

Questi nodi centrali non possono più essere elusi o semplificati, ma devono costituire la base da cui tracciare un discorso politico autonomo sulla guerra e nella guerra.
Solo attraverso questa intelleggibilità politica è possibile aprire spazi di possibilità e di reale alternativa che la logica dell’obbedienza bellica vorrebbe precluderci.

All’inizio ricordavamo come nella ridefinizione operata dal regime di guerra, il suo impatto presente sia molto diversificato a seconda delle latitudini, una frase forse banale e scontata.

Evidentemente non viviamo sulla nostra pelle morte e distruzione, bombardamenti, pulizia etnica e genocidi. Se questo è senza dubbio vero, sappiamo bene come tutta la macchina bellica parta esattamente dai nostri territori.

Una macchina integrata nella sua dimensione economica e politica, che agisce sul piano della propaganda di guerra, che opera nella produzione di sistemi d’arma e tecnologie d’intelligence, che segue catene logistiche di forniture e approvvigionamenti.

Dentro la dimensione globale ed infrastrutturale delle guerre, è impossibile non comprendere la natura logistica e “organica” di un complesso militare industriale diffuso, proprio perché specializzato e diversificato al suo interno.

Questo processo che in prima battuta può risultare astratto e distante da noi, lo possiamo osservare in atto e in costante e continua esecuzione nelle città che abitiamo.

La guerra cambia anche le nostre città. La guerra trasforma i nostri territori.
La guerra rompe e stravolge le relazioni economiche ed i legami sociali dei luoghi in cui viviamo. 
La guerra “arruola” le nostre vite, seppur senza farci indossare le divise: arruola il nostro lavoro, le risorse che produciamo, l’economia dei nostri territori, l’informazione e la cultura che ci circondano.

I luoghi del sapere e della formazione, le università come le scuole, dai gradi inferiori a quelli superiori, sono attraversati senza distinzione da una propaganda di guerra sempre più spinta.

Gli snodi ferroviari, come quelli portuali e aereo-portuali sono sempre più parte integrante del sistema logistico nella macchina bellica.

A fronte di un’industria convenzionale sempre più abbandonata a sé stessa ed in perenne crisi, orfana di piani credibili d’investimento, la produzione civile di interi distretti viene riconvertita in produzione bellica.

Quelle aree di sacrificio che hanno pagato il prezzo del dogma della crescita comandato dagli apparati nazionali dell’oil&gas, della chimica come del siderurgico, sono riadattate in aree di servitù multinazionali ad esclusione strutturale, con logiche ancora più brutali e restie ad ogni mediazione politica, aggravando la nocività del disastro ambientale sofferto dai nostri territori.

Le basi militari Nato o ad uso esclusivo statunitense, dal Nord al Sud fino alle Isole, funzionano a pieno ritmo nel sostenere la macchina bellica, trasformando quei territori in veri e propri hub militari a sovranità limitata e condizionata agli interessi della guerra.

A fronte di tutto ciò – e gli esempi potrebbero essere tanti altri – quello che sempre più di frequente si sta verificando negli ultimi mesi è la messa in campo, da parte dei movimenti sociali radicati in quei territori, di strumenti di lotta per opporsi all’“arruolamento”, per rifiutare la propaganda di guerra e insieme rallentare e inceppare, attraverso blocchi, scioperi e azioni dirette, la filiera di trasporto e approvvigionamento di forniture di armi e componentistica militare.

Se la guerra parte dalle nostre latitudini, allora è qui che noi dobbiamo provare a sabotarla e a combatterla.

Se la guerra sta cambiando i nostri territori, allo stesso modo le lotte, producendo un accumulo capace di sedimentare un’opposizione sociale reale, possono cambiare di segno alle trasformazioni di quegli stessi territori, rendendoli ostili ed insubordinati alla logica di obbedienza e sudditanza alle guerre imposte e ai genocidi, facendone luoghi di rinnovata resistenza e di liberazione.

Glomeda.org

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