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La Germania è in crisi e vaga nella nebbia

Le ultime notizie dal paese teutonico indicano che la sua crisi economica non si arresta ed entra ormai nel suo quarto anno.

di Vincenzo Comito, da Volere La Luna

Appare per altro verso ormai chiaro che essa è più grave di quanto possa sembrare a prima vista e che non si tratta tanto di una crisi congiunturale, ma strutturale, di prospettive, tra l’altro con un intreccio quasi inestricabile tra la dimensione economica e quella politica delle difficoltà. D’altro canto, non ci troviamo di fronte a un caso isolato nel nostro continente, dal momento che le difficoltà toccano la gran parte dei paesi europei, sia pure da più o meno tempo; la Francia, la Gran Bretagna, che è pure fuori dall’UE, l’Italia, non se la passano molto meglio. Nessuno di questi paesi mostra indicazioni che tendano a poterlo portare fuori dalle secche; l’unica prospettiva sembra essere al massimo quella di una stagnazione o di una crescita annua dello zero virgola. Unica eccezione a questo quadro deprimente, almeno nell’Europa Occidentale, sembra essere il caso della Spagna, paese che non a caso segue dei percorsi economici e politici molto differenti e molto più positivi, a nostro parere, rispetto a quelli degli altri attori citati. Ma si cercherà di provvedere al più presto a cancellare questa anomalia. Più in generale l’area dell’UE è quella di minore crescita economica al mondo e questo da parecchio tempo ormai, mentre l’Italia in particolare è tra i primissimi protagonisti mondiali di questo gioco. Il testo che segue si concentra comunque sui casi soprattutto economici della Germania, la cui difficoltà, mentre hanno origine da cause solo in parte comuni agli altri, tra le quali la presenza di gruppi dirigenti politici largamente non adeguati al compito, hanno riflessi negativi su tutta l’area economica dell’UE, visti tra l’altro il grande peso economico del paese teutonico e i profondi intrecci che legano ormai tra di loro i vari soggetti economici del continente. Sino a ieri essa era considerata la locomotiva d’Europa, mentre è il primo cliente delle esportazioni italiane.

Un quadro generale

Dopo il varo del nuovo Governo, il Parlamento tedesco ha approvato, nel marzo del 2025, un provvedimento per allentare largamente il freno del debito pubblico che era iscritto nella Costituzione. Così il nuovo esecutivo, guidato dal cristian-democratico Friederich Merz – già, a suo tempo, acerrimo nemico di Angela Merkel, che lo aveva saggiamente costretto a lasciare la vita politica – ha approvato in tutta fretta un fondo da 1000 miliardi di euro in dieci anni per ricostruire le decrepite infrastrutture del paese e aumentare fortemente le spese militari, vista, in particolare, la presunta minaccia russa alle porte del paese; i droni non cessano di volteggiare, apparentemente impuniti, sulla testa di Merz. Sia pure con qualche punto interrogativo, nel paese si era diffuso sul momento un certo ottimismo su una possibile rapida soluzione della crisi economica interna, in particolare del suo settore industriale. Ma siamo alla fine di novembre del 2025 e tale ottimismo non appare ancora suffragato dai dati disponibili, che indicano un persistere dei problemi, mentre si prevede che nel 2025 la crescita del pil del paese si aggirerà intorno alla zero per cento o poco più. Siamo ancora fermi al livello del 2019, prima del covid. Si spera che il 2026 veda una ripresa sia pure molto moderata dell’economia, come indicano tutte le peraltro forse ottimistiche previsioni.

I problemi del mercato del lavoro

Intanto la disoccupazione sta aumentando e, secondo gli ultimi dati disponibili, tocca ormai i tre milioni di persone, livello mai raggiunto in tempi recenti, con un tasso che è passato dal 5,1% del febbraio 2022 al 6,3% dell’ottobre 2025 (Storbeck ed altri, 2025). Tra il 2019 e il 2024 l’industria tedesca ha perso circa 500.000 posti di lavoro (Coulignon, 2025). Una percentuale rilevante delle imprese pensa poi di ridurre il personale entro poco tempo. Forse a questo punto i bar e i ristoranti del paese riusciranno finalmente a trovare la manodopera necessaria per mandare avanti adeguatamente i loro business, cosa che non succede ormai da diversi anni. In ogni caso, nel solo settore dell’auto ,la Volkswagen, la Mercedes Benz, la Porsche, la Bosch, la Continental e la ZF hanno annunciato la volontà di procedere alla riduzione del numero di occupati per diverse decine di migliaia di unità (Storbeck, 2025). La sola Volkswagen vuole ridimensionare la sua forza lavoro di 35.000 unità entro il 2030. Il fatto è che la produzione di auto nel paese è passata da 6 a 4 milioni di unità in pochissimo tempo e che comunque nei soli primi nove mesi del 2025 si sono persi nel settore circa 50.000 posti di lavoro. Su di un altro piano, uno studio della Bundesbank mostra che la Germania è tra i paesi dell’Eurozona con le maggiori disuguaglianze nella distribuzione dei patrimoni privati. Anche per quanto riguarda i redditi lordi le differenze si sono accentuate nel tempo (Kreutzmann, 2025). Lo scetticismo sulla capacità del nuovo Cancelliere di superare le difficoltà sta aumentando e secondo una ricerca recente solo meno di un quinto dei tedeschi auspicano che egli si presenti alle prossime elezioni (Editorial, 2025).

La crisi industriale

Come è noto, una crisi profonda tocca in particolare i settori di punta dell’industria teutonica, da quello dell’auto, che secondo alcune stime forse un poco ottimistiche impiega 15 milioni di persone, alla chimica, alla meccanica. I mali dell’industria tedesca sono ormai chiari: una forte dipendenza dalle esportazioni in un periodo in cui la globalizzazione è sotto accusa; una concorrenza cinese sempre più dura in Cina, in Germania e nel resto del mondo; la guerra commerciale di Trump, che comporta un forte aumento dei dazi di ingresso negli Stati Uniti (nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni verso tale paese sono diminuite del 7, 4%; il livello dei dazi è stato fissato da Trump al 15% in generale, ma per molti settori in realtà viene applicata una tariffa del 50%); prezzi dell’energia alle stelle a seguito del blocco delle importazioni di energia a buon mercato dalla Russia (Storbeck ed altri, 2025), punizione questa autoinflitta. Intanto anche i consumi interni languono, la gente non si fida ed accumula risparmi. Per quanto riguarda poi il settore dell’auto bisogna considerare che 140 anni di competenze quasi esclusive tedesche nella meccanica dei veicoli tendono ormai ad essere cancellate dall’evoluzione tecnologica, evoluzione che il paese non riesce palesemente più in generale a governare. In effetti settori come quelli dell’IA, delle tecnologie per la lotta al cambiamento climatico, dei grandi siti internet e così via non trovano presenze tedesche ed europee di rilievo. Peraltro anche le attività avanzate nelle quali le imprese dei paesi UE sono in qualche modo presenti hanno dei problemi. Prendiamo il caso della robotica, area nella quale il nostro continente ha tradizionalmente avuto delle cose importanti da dire. La situazione oggi è tale per cui le principali imprese europee del settore sono ormai in mani straniere: la tedesca Kuka è di proprietà cinese, l’italiana Comau è controllata da un’impresa degli Stati Uniti, mentre la ABB Robotics è passata di recente in mani giapponesi. In dettaglio, tra il 2019 e il 2024 le esportazioni tedesche verso la Cina sono diminuite del 9%, mentre quelle cinesi verso la Germania sono aumentate nello stesso periodo del 40%. Così mentre il paese teutonico registrava nel 2029 un surplus commerciale con il paese asiatico di 30 miliardi di euro, nel 2024 invece si è trovata con un deficit di 25 miliardi (Coulignon, 2025). Ma nei primi 10 mesi del 2025 tale deficit si è collocato molto più in alto, sino ai 64,7 miliardi (Le Figaro, 2025). Arriveremo agli 80 miliardi alla fine dell’anno? Come ha scritto Wolfgang Munchau in un suo volume del 2025, la Germania ha un’industria da ventesimo secolo; il mondo è cambiato e la Germania no (Munchau, 2025). Tale giudizio si può tranquillamente estendere al complesso dei paesi UE. Tra gli altri problemi economici del paese, da molte parti viene segnalato l’eccessivo peso della burocrazia e degli adempimenti relativi; così nel settore edilizio per aprire un nuovo cantiere è necessario seguire circa 3000 adempimenti diversi. Sembra che in particolare le Mittelstand, che costituiscono la struttura portante dell’economia teutonica, come da noi le piccole e medie imprese, siano in difficoltà. Intanto sul piano politico l’AFD sembra alle porte del potere e una parte importante dei cristian-democratici sembra incline ad imbarcarli in qualche modo, cosa che è già accaduta a Bruxelles, dove il gruppo dei conservatori, guidati dai tedeschi, hanno tranquillamente votato in qualche caso con l’estrema destra.

Le deboli risposte del Governo

Intanto la caduta del freno al debito va certamente considerata come un’iniziativa positiva, mentre meno accettabili appaiono invece almeno una parte degli impieghi previsti per le risorse così sbloccate. Ancora positivi appaiono certo gli investimenti programmati per cercare di rimettere in salute le ormai decrepite infrastrutture del paese. Tra l’altro, la Germania non è certamente oggi il paese in cui i treni arrivano sempre in orario… Ma ci vorranno molti anni perché la situazione si normalizzi. Peraltro il Consiglio di esperti economici, formato da cinque economisti di livello e che funge da organo di assistenza al Governo e al Parlamento, ha segnalato che circa la metà dei 500 miliardi di spesa previsti su tale voce andrà ad impieghi improduttivi. Peraltro abbiamo un simile esempio in casa: l’Italia sta terminando di spendere i 220 miliardi dei fondi Next Generation EU e siamo a una crescita dello zero virgola, esattamente come prima. Non osiamo immaginare cosa succederà quando tali fondi saranno esauriti, ciò che avverrà presto. Incoraggianti sono almeno sulla carta gli investimenti nell’ecologia che il partito dei Verdi è riuscito a far promettere al nuovo Governo. Ma poi ci sono i dolori. Gli enormi stanziamenti previsti per il settore militare nei prossimi anni non possono certo essere anch’essi giudicati come positivi. Intanto ovviamente non ci sarà nessun assalto della Russia alle ricche pianure europee. Ricordiamo di passaggio che negli ultimi secoli essa non ha mai cercato di invadere il resto dell’Europa, mentre gli altri paesi del continente lo hanno fatto più volte, anche se con risultati quasi sempre per loro disastrosi. In qualche modo tali investimenti servono in realtà da una parte a mascherare la mancanza di idee su come superare le difficoltà dell’economia, mentre parallelamente dall’altra possono essere utilizzati come ciambelle di salvataggio per le grandi imprese del paese in difficoltà di prospettive. Su di un altro piano, come viene rilevato da più parti, tali investimenti contribuiranno abbastanza poco alla crescita dell’occupazione nel paese, sia per quanto riguarda quella diretta nelle fabbriche di cannoni, sia per lo scarso effetto di diffusione ad altri settori di tali spese. Questo senza poi trascurare che una parte almeno degli stanziamenti andranno a finire nelle case dei produttori di armi Usa. Non bisogna poi dimenticare che sentire il cancelliere Merz affermare che quello tedesco sarà l’esercito europeo più forte d’Europa non potrà non far venire alla mente tristissimi episodi passati. Da rilevare poi, a questo punto, che sono del tutto inadeguati invece gli stanziamenti per l’innovazione tecnologica, vero punto di difficoltà dell’industria del paese, salvo qualcosa nel campo della lotta ai mutamenti climatici, se tale lotta almeno sarà portata realmente avanti: ahimè anche dal settore bellico potranno venire delle innovazioni, ma chissà tra quanti anni.

Che fare?

Su cosa bisognerebbe veramente fare per rovesciare la situazione cominciano i problemi. Questo anche perché le misure previste dal Governo non riuscirebbero a ribaltare le cose, ma semmai avrebbero al massimo l’effetto di mantenere a galla un quadro strategicamente abbastanza compromesso. Intanto un ritorno agli acquisti di gas russo sarebbe certamente positivo, ma non è prevedibile che questo possa accadere nel breve termine per i noti problemi politici. Ricordiamo incidentalmente, comunque, che nel lungo termine i tradizionali rapporti di amicizia che per secoli hanno caratterizzato i due paesi prima o poi saranno a nostro parere ripristinati. D’altro canto sono sul tavolo i rapporti con la Cina. In questo caso mentre i politici tedeschi, a cominciare dallo stesso Merz, auspicano un rallentamento dei rapporti con il paese asiatico (magari perché teleguidati dagli Stati Uniti) le grandi imprese teutoniche, invece, cercano di sviluppare ancora i rapporti e vanno avanti con importanti progetti nel paese, consce che la loro stessa sopravvivenza dipende molto da tali azioni. In effetti il paese asiatico è ormai di gran lunga quello guida nei settori pilastro dell’industria tedesca, nell’auto, nella chimica, nella meccanica. In effetti c’è chi propone di imporre ancora dazi sui prodotti cinesi con la scusa di una concorrenza sleale da parte del paese asiatico. Qualcun altro suggerisce di bloccare gli investimenti cinesi nell’UE a meno della cessione di tecnologie alle imprese del continente. Un caso esemplare della situazione concorrenziale del paese asiatico è fornito ad esempio dal fatto che le esportazioni di macchinari cinesi verso l’UE sono raddoppiate sino a 40 miliardi di euro in sei anni e che esse raggiungeranno plausibilmente i 50 miliardi nel 2025 a scapito ovviamente per la gran parte di quelle tedesche. E la situazione non potrà che aggravarsi. In realtà rapporti più stretti con la Cina e più in generale con i paesi del Sud del mondo sarebbero necessari per andare avanti. Intanto a livello di UE non passa settimana che non si cerchi di varare qualche provvedimento per ostacolare lo sviluppo delle imprese cinesi nel continente, mentre ci si piega rapidamente a tutti i diktat statunitensi. Un’altra azione masochista.

Conclusioni

La crisi tedesca, come del resto quella della gran parte dei paesi dell’UE, è grave e appare sottovalutata. Le idee messe in campo dal Governo non sembrano adeguate a rimettere il paese su di un percorso di sviluppo virtuoso; magra consolazione quella di pensare che gli altri grandi paesi europei non sono messi molto meglio (la crescita del pil italiano per il 2025 sarà al massimo dello 0.4% e si prevede che nel periodo 2025-27 essa sarà del 2,0%., il livello più basso tra i paesi dell’UE, mentre la Germania farà poco meglio con il 2,6%). Il problema di fondo, comune a tutta l’UE e non solo alla Germania, sembra essere quello di non riuscire a individuare una strategia adeguata da una parte a far rivivere il modello sociale europeo in crisi, dall’altra di concentrare gli investimenti nei nuovi settori e non di cercare di ripercorrere vecchie strade (Editorial, 2025). L’impresa di rimettere in carreggiata il paese appare molto difficile da perseguire, anche perché alcune vie d’uscita possibili non sono perseguite per ragioni politiche dettate almeno in parte da Washington. Questo fa venire alla mente soprattutto la grave inadeguatezza delle attuali classi dirigenti, inadeguatezza che appare generalizzata sia a livello di singoli paesi che a quello di Bruxelles, con qualche rarissima eccezione. In ogni caso non è scritto da nessuna parte che le cose debbano andare sempre bene sino alla notte dei tempi.

Testi citati nell’articolo
– Coulignon G. de, Droits de dogane, pour la première fois la Chine…, Les Echos, 17 novembre 2025       
– Editorial, The Guardian view on Germany under Merz…, www.theguardian.com, 17 novembre 2025
– Kreutzmann S., L’ascensore sociale si è rotto, Internazionale, 21 novembre 2025
Le Figaro, La Chine détrone à nouveau les Etats-Unis comme premier partner commercial de l’Allemagne, 19 novembre 2025
– Munchau W., Kaputt, the end of the German miracle, Swift Press, Londra, 2025
– Storbeck O. e altri, Can anything halt the decline of German industry?, www.ft.com, 12 novembre 2025

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